12.10.26

Nobel Peace Prize 2026


  

You look at the facts, you interpret the law, it is an impartial decision making.

 

22.2.25

Confirmation Bias

 

“Confirmation bias” è l’atteggiamento che ci porta a cercare, sottolineare, dare più peso alle notizie e commenti che confermano le nostre convinzioni rispetto a quelle che le confutano.

Sapendo quanto questo pesi, soprattutto in momenti di smarrimento, ho smesso di commentare sui social network i post di amici e persone care che rilanciano questa intervista, quella notizia, o quella opinione, la quale sottolinea quanto sia promettente il nuovo corso risultante dall'avvicinamento fra Putin e Trump ai fini della conclusione del conflitto in Ucraina, con il corollario di critiche a Mattarella, Zelensky e c.

Ho rinunciato a commentare perché so quanto ognuno cerchi appunto le notizie che lo rassicurano rispetto al legittimo timore per il futuro.

Limito pertanto le mie opinioni ai miei spazi, poi se vecchi amici e compagni si ritroveranno nelle mie parole bene, se invece trovano più rassicuranti quelle di Trump e Musk me ne dispiacerà, ma temo che non sarà l’unico problema che tutti quanti ci troveremo a dover fronteggiare in questo nuovo ordine mondiale.

E mi limito a dire che il modo migliore per sapere chi sia l’aggressore e chi l’aggredito è guardare al senso di marcia dei carrarmati.

Un modo sicuramente assai più efficace che affidarsi alle ricostruzioni di Trump e alla sua abitudine di scrivere una storia alternativa.

Così come penso che quando il desiderio di pace si contrappone al desiderio di giustizia, si stanno piantando i semi dei futuri conflitti.

11.2.25

11 Febbraio 1990


 

Provo a riprendere ad appuntare le mie riflessioni su questo blog dopo una lunga pausa, dovuta molto alla difficoltà a trovare parole in un mondo che stava prendendo sempre più fuoco, da Kiev a Ghaza, da Goma a Karthoum. Oggi però è un anniversario importante, e forse ce la faccio...
 

L’11 febbraio 1990 davanti alla prigione Sudafricana di Pollsmoor erano presenti le testate giornalistiche e le agenzie di mezzo mondo.

Pochi giorni prima infatti il presidente del paese aveva annunciato la prossima liberazione di quello che fino ad allora era considerato il prigioniero politico più famoso al mondo: Nelson Mandela.

Incarcerato per 27 anni, Mandela era divenuto il simbolo della lotta contro la segregazione razziale che era alla base del sistema politico sudafricano del tempo.

Per la sua liberazione negli anni erano stati organizzati concerti e scritte canzoni, e per il superamento della segregazione razziale, l’apartheid, come era chiamato in Sudafrica, le Nazioni Unite avevano sottoposto il paese a sanzioni che andavano dall’embargo al commercio delle armi alla cessazione delle esportazioni di petrolio fino al blocco degli scambi culturali e sportivi.

Molti videro nei pochi passi percorsi da Mandela dal cancello della prigione fino all’auto che lo avrebbe portato a Cape Town, dove poi avrebbe tenuto il primo discorso pubblico dopo 27 anni di prigionia, un altro segnale di un cambiamento positivo, a tre mesi da quell’evento emblematico rappresentato dall’abbattimento del muro di Berlino.

Un segnale reso ancora più positivo per il ruolo che le istituzioni internazionali, dalle Nazioni Unite alla comunità europea avevano avuto nel lungo cammino che pose fine all’apartheid.

Va anche detto che vi era un gran bisogno di storie positive: non era passato troppo tempo dal massacro di piazza Tiennamen, e gli osservatori più attenti stavano seguendo con preoccupazione quanto stava accadendo nella ex Jugoslavia, dove da li a poco sarebbe iniziata la serie di conflitti che avrebbero insanguinato i Balcani per i successivi 10 anni. 

Anche la liberazione di Nelson Mandela fu solo un primo timido passo, perché il conflitto fra chi difendeva l’apartheid ed il nuovo Sudafrica non terminò con l’apertura di quel cancello, anzi, i 4 anni che separano quell’11 febbraio dalle prime elezioni democratiche furono anni caratterizzati da quella che fu definita una guerra a bassa intensità, combattuta da milizie private, gruppi tribali, infiltrati dei servizi, fanatici ed i sostenitori del nuovo Sudafrica.

Furono anni duri ma anche pieni di speranze, perché nonostante le stragi nei Balcani, anche sotto agli occhi dei caschi blu dell’ONU, il genocidio in Ruanda e nel Burundi, che si consumava negli stessi mesi in cui Nelson Mandela veniva eletto presidente del Sudafrica, o la guerra del Golfo, combattuta da una coalizione guidata dagli Stati Uniti, pareva evidente a molti il ruolo crescente che le organizzazioni sovranazionali dovevano svolgere nel nuovo contesto nato dalla fine della guerra fredda, e quanto fosse importante affiancare agli sforzi per la composizione dei conflitti, la cooperazione per lo sviluppo, perché la pace può e deve convenire più delle distruzioni portate dalle guerre.

Cosa è rimasto di quella speranza accesa 35 anni fa? Sul piano internazionale pare sempre meno rilevante il ruolo delle Nazioni Unite, prima bellamente ignorate da Russia con la sua invasione dell’Ukraina, e poi prese a picconate dagli Stati Uniti con il blocco dei suoi contributi diretti ed indiretti alle sue agenzie, con il disegno evidente di ridurre la politica internazionale solo al confronto, spesso aspro e muscolare, fra superpotenze. 

E paiono brillare sempre meno quei valori che ad esempio avevano dato vita in Sudafrica ad una delle costituzioni più avanzate del XX secolo, con un articolo 9 dedicato all’eguaglianza e che ai primi tre commi dell’articolo 9 recitava:

(1) Tutti sono eguali di fronte alla legge e hanno diritto ad eguale protezione ed eguali benefici da parte della legge.

(2) L’eguaglianza include il pieno ed eguale godimento di tutti i diritti e di tutte le libertà. Al fine di promuovere il pieno conseguimento dell’eguaglianza, si possono intraprendere misure legislative o altre misure finalizzate alla protezione o alla promozione di individui o di categorie di individui svantaggiati a causa di ingiuste discriminazioni.

(3) Lo stato non può’ porre in essere, in via diretta o indiretta, ingiuste discriminazioni sulla base di uno o più motivi, tra cui razza, genere, sesso, maternità, stato civile, origini etniche o sociali, colore, orientamento sessuale, età, disabilità, religione, coscienza, credo, cultura, lingua o nascita.

Valori scritti nella costituzione sudafricana ma che erano condivisi da donne e uomini di tutto il mondo. 

Valori che oggi sembrano invece essere il fumo negli occhi per autocrati, e questo era prevedibile, ma  anche per pezzi di elettorato di mezzo mondo, a partire da quelli che hanno portato alla presidenza USA Donald Trump, che non a caso ha azzerato nei suoi primi provvedimenti tutti i programmi del governo statunitense che puntavano a promuovere diversità, inclusione ed eguaglianza. 

Ma Trump non si è limitato a smantellare ciò che di buono veniva fatto in casa sua nel corso di più decenni, è bastato poco per vederlo mettere nel mirino anche il resto del mondo.

Particolarmente simbolica la sua minaccia di sanzioni proprio al Sudafrica, colpevole a suo avviso di voler colpire i diritti di proprietà degli agricoltori bianchi.

Simbolica perché la questione della terra costituisce uno degli elementi più complessi del Sudafrica post apartheid, perché il divieto a possedere terra da parte delle popolazione nera fu uno dei pilastri su cui fu costruito il sistema di segregazione razziale, sin dagli anni in cui il Sudafrica dipendeva dalla corona britannica.

Un divieto, quello della riforma agraria del 1913, che assegnava alle comunità nere solo il 7%, poi esteso al 13% delle terre del paese, messo in piedi per consentire ai contadini boeri che erano stati carne da cannone nella guerra anglo boera, di non subire la concorrenza sulle terre da parte della popolazione nera.

Una questione talmente ingarbugliata da non aver trovato ancora una conclusione, per la difficoltà a districarsi fra diritti concorrenti, aspirazioni, paure e speranza collegate alla terra, perché comunità intere furono espropriate delle loro terre ancestrali in virtù di quella legge del 1913 e delle successive leggi che istituirono l’apartheid, e perché un paese non può vivere sul risentimento e senso di ingiustizia. 

Una questione ingarbugliata ma che deve essere risolta dai sudafricani, e sui cui l’interventismo di Trump è completamente fuori luogo, perché nella più gentile delle ipotesi è malconsigliato, nella peggiore reagisce d’istinto come tanti bianchi un po’ razzisti fanno di fronte ad un tema che li costringe a confrontarsi con i guasti di una società razzista: negano l’esistenza del problema e gridano al sopruso. 

Ma per tornare a quel 11 febbraio 1990. Per tanti anni molti di noi hanno avuto la speranza che la gentilezza ed il metodo di Nelson Mandela, basati su grandi principi morali, fermezza, e disponibilità a confrontarsi con l’avversario, contagiassero positivamente i tanti leader da lui incontrati e segnassero una nuova stagione nelle relazioni fra popoli. 

Purtroppo la saldatura fra paure, pensiero reazionario e potere economico andata in scena lo scorso 5 novembre negli Stati Uniti ci ha smentito.

Per citare Antonio Gramsci, è uno di quei momenti in cui, “anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all'opera, ricominciando dall'inizio”

 
 
 
 

4.9.21

Le tre lauree

 

Ha tre lauree il professore che non vuole vaccinarsi intervistato da Repubblica: "non voglio fare da cavia per il vaccino!" dichiara. La dimostrazione che tre lauree possono aiutare a sapere ma non necessariamente a ragionare. Considerato che ad oggi sono state somministrate oltre 5 miliardi di dosi di vaccini, sospetto che non sia azzardato sostenere che si sappia abbastanza dei vari prodotti e non siano necessarie cavie, nemmeno con tre lauree.

Certo non sappiamo niente degli effetti a lunga scadenza, ma temo che nella storia dell'uomo ci siano state ben poche cose che sono state messe in circolazione dopo aver valutato gli effetti a lunga scadenza, siano queste faramaci miracolosi, mezzi di trasporto, ricette di cucina o itinerari di viaggio... Direi anzi che probabilmente assumersi qualche rischio a lunga scadenza faccia parte della storia dell'uomo.

Ma c'è una seconda cosa che mi colpisce della dichiarazione del professore: considerato che a differenza di tanti prodotti che consumiamo normalmente, la messa in commercio di medicinali richiede anche un periodo di sperimentazione sulle persone, il tono sprezzante verso le "cavie" fa pensare che il docente non abbia troppa considerazione per le tante persone che aiutano a sperimentare la non dannosità ed efficacia dei prodotti che ci cureranno.

Qualche tempo fa una attivista ugandese (se non ricordo male), scriveva di suo padre che aveva partecipato ai programmi che portarono alla messa a punto dei farmaci che hanno poi consentito di contenere l'epidemia di aids e prolungare di molti anni la vita dei malati.

L'attivista raccontava come suo padre fosse cosciente del fatto che forse il farmaco non avrebbe funzionato, o forse solo prolungato di poco la sua vita, ma era lieto di partecipare ad un programma che avrebbe forse aiutato ad affrontare una malattia che stava uccidendo in mezzo mondo.

Personalmente credo che al momento in cui mi sono vaccinato la fase della "cavia" fosse già passata, ma anche se così non fosse, la penso come il padre di quella attivista. Attivista perché la battaglia in cui era impegnata non era quella contro le sperimentazioni dei medicinali in Africa, ma contro i prezzi esorbitanti di quei farmaci, che escludevano dai potenziali benefici proprio coloro che avevano aiutato a verificarne l'affidabilità: come suo padre, che terminato il programma non aveva potuto permettersi la cura.

E se guardiamo la distribuzione dei vaccini nel mondo vediamo che le cose non sono purtroppo cambiate granché

17.4.20

Raccomandazione Numero 1 - Lavarsi spesso le mani

La storia era una di quelle raccontate la sera, quando la piccola comunità espatriata si ritrovava in quel ristorante per condividere qualche particolare del lavoro della settimana.

Mi colpì perché dava il senso immediato di cosa possa significare cercare le soluzioni migliori per tutti: l'organizzazione aveva qualche piccolo fondo per costruire un pozzo e doveva decidere dove fare i test per cercare l'acqua in quella regione abitata da piccole comunità di pastori le cui donne e bambini, come vuole la divisione tradizionale del lavoro in molte parti del mondo, ogni giorno percorrevano i sentieri pietrosi che portavano al wadi per approvigionarsi di acqua melmosa.

L'idea era di cercare l'acqua vicino ad un villaggio, per ridurre il peso dell'approvigionamento per una delle comunità, per poi cercare fondi per altri pozzi per gli altri villaggi, e fu proposta alla prima comunità che rispose chiedendo invece se non fosse possibile invece cercare in una zona mediana fra i vari insediamenti, in modo da fare in modo che i benefici, anche se minori, fossero immediatamente condivisi da più famiglie.

Mi colpì perché la prima proposta avrebbe ridotto al villaggio scelto da due / tre ore a pochi minuti il percorso da fare, con 20 litri d'acqua sulle spalle al rientro, mentre la seconda avrebbe invece significato comunque un percorso di un paio di chilometri. Tuttavia la comunità riteneva che quello fosse già un significativo miglioramento che andava condiviso.

Del resto ricordo come in quegli anni mi capitò fra le mani uno dei tanti documenti che parlavano delle zone rurali di quel paese e che nel evidenziare le problematiche da affrontare sottolineavano come in gran parte del paese l'acqua potabile era disponibile in media a 4/5 km dalla maggioranza degli insediamenti e come fosse da scegliere fra portarla a uno/ due kilometri o a qualche centinaio di metri.

L'obbiettivo dell'acqua in casa non era nemmeno contemplato, non perché non desiderabile, ma perché impossibile da realizzare data la povertà del paese.


Le statistiche ci dicono che oggi quella realtà è ancora la realtà di un pezzo importante della popolazione mondiale, una realtà dove probabilmente il miglioramento più vistoso è stata la sostituzione delle pesantissime brocche di terracotta, che ancora 15 anni fa ho visto usare per il trasporto dell'acqua, con contenitori di plastica, oramai omnipresenti ad ogni latitudine.

E le statistiche ci dicono anche che l'appello a lavarsi le mani spesso, ripetuto in queste settimane fino a quasi lo sfinimento in questi giorni di lockdown da COVID-19 , che per noi ci comporta solo qualche secondo in più da passare in bagno dopo essere rientrati dalla spesa, in tanta parte si trasforma in kilometri e kilometri in più da percorrere ogni giorno.

4.1.20

With out papers

"You wop!" era il modo con cui mi prendevano in giro i miei cugini Usa in una estate lontana passata dai miei nonni a Philadelphia. 

Eravamo piccoli e ben poco sapevamo del significato assai denigratorio assunto dal termine nel corso degli anni, e per altro non ne era ben chiara neppure l'origine.
Una delle spiegazioni circolate nel corso degli anni era legata all'acronimo without papers (senza documenti) che sarebbe stato spesso associato agli italiani arrivati negli USA.  Fino agli inizi del 900 infatti il possesso di un documento uffciale attestante identità e c. non era un requisito necessario per entrare negli USA e a differenza dei meglio strutturati paesi del nord europa, i migranti italiani sopratutto del sud, spesso partivano con poco più della lettera di un famigliare ed i soldi per la traversata, e tenendo ben nascoste eventuali offerte d'impiego perché le norme sull'immigrazione negli USA esigevano che la ricerca di lavoro avvenisse direttamente nel paese e non a distanza.
Quella dei documenti è una spiegazione probabilmente errata, ma la sua semplice esistenza dice molto sulla migrazione italiana e sulla storia delle migrazioni in generale. Vi era chi migrava con tutti i documenti e chi invece no, perché ciò era consentito.
Questo fino alla fine dell'800, quando furono introdotte le prime limitazioni a seguito del diffondersi delle teorie razziste nel paese, teorie che vedevano come insidiosa per il tradizionale ceppo anglossassone la crescente presenza di una immigrazione orientale. E prima con il Page act del 1875 e poi con il Chinese Exclusion Act del 1882 veniva proibita l'immigrazione cinese (va detto che il Page act, che metteva limiti fortissimi all'immigrazione femminile, fu giustificato dalla necessità di bloccare l'arrivo di prostitute dal Celeste Impero, ma ebbe più l'effetto di impedire i ricongiungimenti famigliari che non bloccare i trafficanti di prostitute che spesso avevano i mezzi per pagare i costosissimi visti).

Dal 1892 vennero introdotte ulteriori limitazioni all'insieme dell'immigrazione, con una tassa d'ingresso, le visite mediche, ed il divieto d'ingresso per criminali, instabili di mente, e persone che avrebbero potuto passare a carico della collettività, ma ancora niente richiesta di visti e passaporti...

Il primo grande blocco all'immigrazione, per chi non avesse avuto i caratteri orientali che già dal 1882 impedivano di varcare la frontiera, arriva nel 1924, quando l'opinione pubblica benpensante, preoccupata per l'alterarsi del tradizionale mix anglo-sassone, spinge per ulteriori modifiche alla legge che introducono un criterio di quote, in base alle quali non solo viene limitato il numero di ingressi in cifra assoluta, ma viene anche diviso in modo proporzionale fra i paesi in relazione alle rispettive percentuali di immigrati fra la popolazione già residente. 

Tuttavia è interessante notare come la legge non risucì a bloccare o ridurre ai numeri desiderati l'immigrazione, si aprirono o ampliarono infatti  canali alternativi che passando o dal Canada o dal Messico, permisere l'arrivo di una parte di coloro che non potevano più arrivare attraverso i canali regolari, e la storia dei decenni successivi ci racconta di quanti siano stati gli arrivi irregolari, e se milioni sono stati gli immigrati deportati nel corso degli anni, probabilmente molti di più sono quelli rimasti nel paese, ed i cui figli e nipoti sono oggi a pieno titoli cittadini USA.

Lo storico Richard White, professore alla Stanford University racconta di come scrivendo un libro sulla storia della sua famiglia di immigrati avesse scoperto che il nonno materno era arrivato nel 1936 dall'Irlanda negli Usa in modo irregolare, in quanto non avendo ottenuto il visto per le restrizioni introdotte dalla legge del 1924, era riuscito ad entrare passando dal Canada, aiutato, dopo un primo tentativo abortito alla frontiera, dal cognato poliziotto a Chicago.  E' la storia di un immigrato, ma gli esperti di immigrazione USA sono pronti ad assicurare che molti statunitensi hanno storie simili in famiglia: anche fra quei supporter di Trump che amano raccontare di come i loro antenati fossero arrivati in modo regolare e con tutte le carte in regola.

La lezione che la storia dell'immigrazione USA ci potrebbe dare, se la volessimo ascoltare, è che la legalità o meno dello status dell'immigrato non ha niente a che vedere con la natura delle persone, ma con scelte amministrative, a volte motivate da sentimenti non sempre nobili, come nel caso delle tesi sulla superiorità razziale del ceppo nord europeo che portò alla riduzione dei flussi dal sud europa negli anni 20 del secolo scorso, o i timori per l'immigrazione cinese nella California post corsa all'oro.

Ci potrebbe dire che le motivazioni ad emigrare sono tante, e a volte talmente forti da rendere difficili e progressivamente sempre più costosi gli sforzi di contenimento richiesti da leggi e norme, una verità chiara in un paese come gli USA con le sue due lunghe frontiere con Mexico e Canada, e con i tanti porti ed aereoporti di ingresso da cui arrivano i tanti che si trattengono oltre la durata del visto, ma una verità che dovrebbe essere chiara anche per l'Italia: le politiche di blocco degli sbarchi infatti sono dannatamente costose, e non sempre efficaci, perché una cosa è impedire l'ingresso in porto ad una ONG che ha effettuato dei salvataggi regolari, altra pattugliare le molte possibili rotte di scafisti e c. 

Forse alla lunga regolarizzazioni e procedure di accoglienza potrebbero risultare più agevoli e meno onerose (oltre che più umane).

Questo non significa abdicare, ma cercare di essere pratici e con buon senso, perché se si teme che qualcosa o qualcuno ci possa fare male, è bene sapere dove si trova, e l'illegaltà non è un buon posto dove tenerlo.
E poi chissà che in 30 anni non scopriremo che l'Italia del 2050 sarà prospera ed in grado di dire ancora qualche cosa al mondo perché in questi anni in cui la popolazione giovanile diminuiva drasticamente, ed interi settori produttivi si trovavano senza lavoratori, un po' di gente è arrivata, alcuni in modo regolare, altri arrangiandosi e trovano il modo di regolarizzarsi, come il nonno di quel professore di Stanford.

23.11.19

L'enigma della ragione


E' da tempo che non aggiorno il blog, eppure ne avrei di cose da scrivere, di riflessioni da condividere con amici e conoscenti, di idee da affidare allo sterminato archivio della rete: viviamo in tempi di cattiveria e stupidità, ed è forte la voglia di provare ad argomentare che cattiveria e stupidità possono produrre danni a tutti, compreso i cattivi e gli stupidi. 

Tuttavia non sono andato avanti per la considerazione che troppo spesso quando parliamo ci troviamo a discutere con chi la pensa come noi, ed i nostri ragionamenti servono solo a confermare le nostre opinioni e non a farle cambiare a chi pensiamo debba modificarle. Nella cultura anglosassone esiste l'espressione "preaching to the converted" (predicare ai convertiti) che spiega perfettamente il problema. 

Eppure la ragione dovrebbe servire proprio ad aiutarci a trovare le soluzioni migliori: è quella che ci ha aiutato a diventare quello che siamo, a passare dal piccolo ominide delle savane dell'Africa alla persona in grado di progettare missioni spaziali o più semplicemente macchinari in grado di sostituire l'intervento umano nelle attività più faticose o noiose: dalla lavatrice, all'escavatore a tutto ciò che ci rende la vita così diversa da quella di quell'ominide di tre milioni di anni fa. 

Ma la ragione rimane un enigma, perché se è quella che ci ha consentito a divenire quello che siamo, non ci impedisce di fare cose che alla prova dei fatti si dimostrano stupide, o folli, ed in grado di mettere la vita dell'intero pianeta a rischio.

La considerazione è che se il ragionamento servisse a selezionare le soluzioni migliori, in teoria anche le persone più brillanti e capaci di ragionare dovrebbero avere un vantaggio competitivo nel processo evolutivo, e quindi la propensione del genere umano a fare cose stupide dovrebbe diminuire. Ma sappiamo che non è così, per sintetizzare: anziché estinguersi gli stolti sono sempre numerosi.

Se lo chiedono anche Hugo Mercier e Dan Sperber, nel loro libro "The enigma of reason": perché se la ragione è così affidabile è in grado di produrre scelte profondamente prive di senso? La risposta per gli autori è nel fatto che a differenza di quanto pensiamo, che l'intelligenza e la capacità raziocinante sia una dote finalizzata al progresso individuale, che ci consente di affrontare le difficoltà del mondo che ci circonda, intelligenza e capacità di ragionare sono invece caratteristiche finalizzate all'agire sociale, alla costruzione del gruppo.
La spiegazione di questo enigma potrebbe quindi stare proprio nella frase "preaching to the converted", che non sarebbe un uso distorto del ragionamento ma che invece potrebbe essere proprio la sua funzione: costruire la congregazione.

In sostanza non serve che la proposta/idea/soluzione predicata sia vera o giusta, serve che ci sia un gruppo di convertiti che ci creda, perché a farci diventare quello che siamo oggi non è stata la nostra intelligenza individuale, ma la nostra capacità di operare come gruppo, prima di cacciatori/raccoglitori, impegnati a cacciare animali di grossa taglia e pericolosi, dove la coesione del gruppo è decisiva per il successo, o anche solo la soppravivenza, poi come costruttori di città, in cui per la convivenza, credere nelle stesse cose e avere fiducia del vicino è una condizione assai più importante di polizie ed eserciti.

Percui, per semplificare, la cosa predicata non deve essere vera o giusta, ma utile a tenere assieme la nostra tribù e giustificare a questa le nostre azioni. Si potrebbe dire che in sostanza quando esprimiamo le nostri opinioni cerchiamo più di capire chi la pensa come noi che convincere quelli che hanno una idea diversa. E non ci vuole troppo per capire che è il meccanismo su cui i social network hanno costruito la loro fortuna: i mi piace e il trollaggio ed i meme contro chi non la pensa come noi come forme per dire chi siamo e a quale tribù apparteniamo.

Ed è probabilmente anche ciò che ha contribuito alla nascita di culti, credenze, miti, così come alla diffusione di idee che nessun debunker riuscirà a smentire:

non importa infatti che sia possibile dimostrare che la cosa in cui credo sia vera, importa che possa condividerla con le persone che amo, con cui sto bene o di cui mi fido.

Ed è un sentimento che ci accomuna tutti, dal più sempliciotto al più raffinato intellettuale, perché tutti abbiamo necessità di sentirci parte di un gruppo, che sia una piccola associazione od un grande partito, una setta od una religione planetaria, o anche solo il ristretto gruppo dei nostri famigliari.

In definitiva è il contrario della nota affermazione di Margaret Tatcher "there is no such thing as society. There are individual men and women, and there are families ("non esiste una cosa come la società. Ci sono uomini e donne, e le famiglie").

Tuttavia se è bello scoprire quanto la nostra intelligenza sia sociale, di quanto questo conti nella costruizione del nostro orizzonte ideale, questo non ci aiuta a trovare gli strumenti giusti per parlare a chi fa parte di qualche altro gruppo, anzi, ci dice che probabilmente il ragionamento, nei modi e forme che ci hanno aiutato a costruirci le nostre opinioni, sarà un'arma spuntata per confrontarsi con chi la pensa diversamente, perché non serve tanto ragionare bene, ma capire qual'è il terreno comune all'interno del quale è possibile costruire il discorso.

Insomma è sconsolante constatare come sia difficile confrontarsi, perché quello che accade è che pezzi interi di società vivono e prosperano sulla negazione di un terreno comune e di una comune umanità, ed adesso abbiamo anche la rete che contribuisce a diffondere ed amplificare a velocità crescente le divisioni tribali.

17.7.19

The crossing

Ci trovavamo in Sudafrica oramai da qualche tempo quando un conoscente ci prestò il CD.

Divenne uno dei dischi che ascoltavamo più spesso, forse per le assonanze nel ritornello che assomigliavano così tanto ad una delle quattro parole zulu che mia figlia più piccola aveva appreso all'asilo, o forse per quello che capivamo del testo che parlava di passaggi della vita, traversate, delle tante parole portate via dal vento:

"All the words in truth we have spoken
That the wind has blown away
It's only you that remains with me
Clear as the light of day"


Negli anni successivi, con un po' di malinconia, questo pezzo ha continuato ad essere per me quella casa in Barossa st, a Johannesburg, quel tempo, quel frammento di vita.

Lo so, forse è più significativo e sicuramente conosciuto "Asimbonanga", ma ieri è Johnny Clegg che si è messo in cammino.

"O siyeza, o siyeza, siyagudle lomhlaba
(we are coming, we are coming, we are moving across this earth)
Siyawela lapheshaya lulezontaba ezimnyama
(we are crossing over those dark mountains)
Lapha sobheka phansi konke ukhulupheka"


19.1.18

Cosa amiamo

S. è oramai un amico. Nonostante che ci vediamo raramente e sempre perché qualche impegno istituzionale lo porta dalle mie parti, considero il compito di accompagnarlo per la città uno dei lavori più piacevoli che mi sia stato assegnato.

S. racconta che quando gli fu offerta l'opportunità di studiare dovette discutere in casa, perché la madre aveva bisogno di braccia robuste che l'aiutassero a portare qualche cosa da mangiare a casa. Riuscì a studiare perché la nonna si privò di un pezzo della sua magrissima pensione per aiutarlo.

S. fa il lavoro che fa perché si ricorda delle tante volte che da ragazzo la dispensa era vuota e andò a letto senza cena. Perché si ricorda cosa voglia dire andare a dormire senza sapere se il giorno successivo avrebbe trovato qualche cosa da mangiare a tavola.

L'ultima volta che gli ho parlato mi ha raccontato come ad un incontro con un
gruppo di giovani del suo paese abbia fatto due domande ai partecipanti. E come gliele avesse fatte perché sono domande che si pone lui.

Cosa amiamo, e cosa non ci fa dormire la notte.

Cosa amiamo perché in un mondo dove è sempre più comune discutere di cosa odiamo, e fare lunghe liste di cose e persone che non stimiamo, e magari trasformarle in post sui social network, è sempre più difficile invece capire per cosa vale la pena vivere.

Capire ad esemprio quali sono gli ideali che ci guidano nella vita, quegli ideali per cui, come ebbe a dire Mandela al tribunale che stava per condannarlo all'ergastolo, si vuole vivere per vederli realizzati, ma per i quali si è pronti anche a morire.

Cosa non ci fa dormire la notte, perché il timore di non farcela è sempre li, la paura di non essere adeguati alle necessità, o la disperazione per le possibili conseguenze sulla vita delle persone che da noi dipendono. Il senso insomma delle responsabilità che sentiamo per la nostra comunità.

In tempi di piccoli e grandi odi forse sono queste le domande che dobbiamo tutti porci.

S. è un uomo saggio.

13.12.15

Le sedie e l'ingiustiza

L'occasione era un seminario di sindacati africani, il luogo una città dell'Africa orientale. Era la pausa caffé, quando dopo l'interminabile serie di interventi in plenaria, i vari delegati poterono scambiare quattro chiacchere fra di loro.

Bobby, il facilitatore sudafricano della conferenza era però di un'altra idea, e prese dieci sedie chiamà a raccolta tutti i presenti, chiedendo loro di indicare 10 rappresentanti.

Una volta messe vicino alle sedie  10 persone, iniziò il gioco: "qual'è secondo voi la percentuale di persone veramente ricche in africa" chiese Bobby, e alla risposta "sono il 10%", prese uno dei 10 presenti e lo mise dietro ad una sedia.

Poi chiese quante fossero quelle persone con un lavoro che gli consentiva di mangiare ogni giorno e stare relativamente tranquilli.

"sono il 20%" rispose la sala.

E Bobby tirò fuori altri due dal gruppo. Lasciando da una parte le 7 persone rimanenti, che per la platea corrispondevano al 70% povero.

Poi Bobby passò alla seconda serie di domande: "quanta è la ricchezza del 10%, e quanta del 20% e quanta del 70% della popolazione?" e ottenute le risposte piazzò 7 sedie di fronte al primo, 2 davanti ai secondi, e lasciò la sedia rimanente davanti a tutti gli altri.

"Ed ora sedetevi" ordinò Bob.

Non ricordo se le percentuali della distribuzione della ricchezza in Africa all'epoca fossero davvero quelle rappresentate dalle sedie distribuite da Bobbby, anche se mi pare non fossero troppo distanti, so che la piccola animazione dette bene l'idea della causa dei tanti conflitti di quel continente e non solo di quello.

La questione dell'accesso alle risorse è infatti alla base di tante guerre ed è bene averlo sempre presente.

Ma è un problema che ha un secondo aspetto, altrettanto importante, ed è quello rappresentato dalle 7 sedie con un solo proprietario.

La domanda da porci infatti è se sia giusto un sistema che consenta ad una sola persona di avere una parte così elevata delle risorse del gruppo.

Oramai da molti anni si parla di lotta alla povertà ma è un discorso che accanto a qualche successo, vede anche perpetruarsi se non aumentare quella ingiustizia di fondo. Perché non importa quanto le politiche di cooperazione o gli investimenti possono fare per far crescere i paesi più poveri, ma ci sarà sempre qualcuno, anche in quei paesi, che crescerà di più e che diventerà più ricco prendendosi una parte maggiore di risorse, e questo farà si che per i più poveri rimanga sempre solo una sedia su cui sedersi a turni.

Del resto è abbastanza intuitivo: in un mondo dove per lo sviluppo gioca un ruolo primario la capacità di investire capitali, saranno coloro che hanno capitali da investire a trarre maggiori benefici.

Ed è ancora più intuitivo che tanto maggiore sarà il capitale di partenza, tanto più elevata la capacità di successo e la potenziale remunerazione, con buona pace di tutte le parole spese a sostenere le pari opportunità per valorizzare il talento.

Ed allora la domanda cambia: non sarà che anziché lottare contro la povertà assoluta sarebbe più utile impegnarsi in una lotta alla ricchezza eccessiva?   

Insomma è giusto pensare alla crescita di un paese, ma senza redistribuzione nessuna crescita sarà efficace, e sopratutto giusta.   

16.5.15

La falla



"Nella legge c'è una falla" così mi dice il presidente della Federazione dell'Industria e delle Costruzioni del Sindacato etiope, "la legge sul lavoro prevede il reintegro dei lavoratori licenziati ingiustamente, ma lascia alla direzione la possibilità di optare per la monetizzazione, e così tutte le volte che proviamo ad organizzare il sindacato nelle aziende, i nostri attivisti perdono il lavoro ancora prima di riuscire a stabilire il sindacato".

Lo avevo incontrato perché mi aveva parlato di qualche difficoltà in un cantiere di una azienda italiana che lavora da anni in Etiopia, e volevo capire se era possibile fare qualche cosa chiedendo al sindacato italiano di intervenire con la direzione in Italia .

La chiaccherata poi si sera spostata sulle loro difficoltà ad organizzare i lavoratori in un comparto che sta letteralmente cambiando la fisionomia del paese, dove ogni poco ci si imbatte in un cantiere: dal palazzo a 10 piani alla autostrada a sei corsie fino alla diga è tutto un costruire, e molte delle aziende che operano nel paese sono straniere.

"Con gli italiani i problemi sono minori", mi dice il sindacalista, "è nelle aziende cinesi che non riusciamo ad entrare" e parla della legge sul lavoro, che se appunto vieta i licenziamenti senza giusta causa e in teoria prevede il diritto di associazione sindacale, ha però quella falla...

Ed allora non sorprende se sui cantieri si incontrano capicantiere cinesi che indossano casco ed imbragature di sicurezza, mentre danno ordini a lavoratori locali tutti rigorosamente senza attrezzature di protezione.

Non soprende perché in quella azienda non c'è il sindacato, come non c'è in tanti altri cantieri, anche locali, dove operai ed operaie lavorano su impalcature in pali di legno, dall'aspetto precario e che arrivano fino agli ultimi piani di palazzoni ben più alti dei 4 piani, che la legge stabilisce come limite massimo per quel tipo di impalcatura. 

Ho dovuto dirgli che da noi in Italia quella falla non c'era, e ce l'abbiamo messa.

8.1.15

7 gennaio 2015

La bestemmia più grande è quella di chi uccide nel nome di Dio, qualsiasi sia il nome del Dio.

14.12.14

la Sinistra "Bio"



Di questi tempi l'uso della etichetta "sinistra" ha due versioni, il primo, negativo, con l'aggettivo (tipo radicale e c.). Il secondo invece messo li, dopo il trattino un po' come quelli che piazzano il termine "bio" o "naturale" nel prodotto di scaffale al supermercato.

Inutile dire che spesso prima di arrivare a quello scaffale quei prodotti hanno perso tanta parte delle cose che li rendevano naturali e bio (un processo cui pare non sfuggire nemmeno l'idea di sinistra).



Per me essere di sinistra significa privilegiare i valori della solidarietà su quelli dell'arricchimento individuale. Dei diritti collettivi sugli interessi individuali (interessi che possono essere assolutamente legittimi ma vengono semplicemente dopo).

Poi ci sono cose che non sono ne di destra ne di sinistra ma solo questione di civilità (ad esempio che una pubblica amministrazione funzioni, un autobus passi, che le buche vengano tappate, i treni arrivino in orario, le scuole vengano aperte ogni mattina....).

Ed infine ci sono cose di destra, ad esempio nel contrasto fra capitale e lavoro pensare che abbia ragione sempre il primo, quasi per definizione, o ritenere che le associazioni formate dai più deboli debbano stare al loro posto e non alzare troppo la testa.

Può capitare di avere ogni tanto qualche pensiero di destra, sopratutto invecchiando. Diventa però una grande mistificazione definirli di sinistra, e magari applaudire chi fornisce definizioni nuove di zecca in grado di far sentire tutti più a loro agio.

Tanto per cominciare: il concetto che per far andare avanti gli ultimi occorre bloccare i penultimi è un concetto di destra. Gli ultimi invece avanzano solo se vanno avanti anche i penultimi, perché esiste uno stato di cose che va cambiato e che per far questo occorre estendere i diritti e non redistribuirli.

E non è sufficiente per autoassolversi dire che quel che si fa serve a difendere i più deboli e che questo è di sinistra, la storia è infatti piena di soggetti che si sono dedicati con passione ed impegno alla tutela dei più deboli senza che questo li facesse essere particolarmente progressisti, quando non complici dello stato di cose, come quelle  mogli di grandi industriali che nel pieno della rivoluzione industriali facevano le dame di carità per  aiutare le vittime dello sviluppo sregolato di cui erano corresponsabili i loro mariti.

12.10.14

Il CV di ser Filippo


Ieri parlavo di lavoro con mia figlia minore. Fresca di laurea Marta infatti è alle prese con la difficile arte di convincere qualcuno ad assumerla. Un'arte in cui pare che essere sinceri non sia la strategia migliore, come ricordava Marta qualche tempo fa qui.

Marta mi segnalava inoltre come oramai molte aziende abbiano software specifici per la gestione delle domande di lavoro, che ricercano nei CV una serie di parole chiave necessarie a selezionare chi far passare alla fase successiva, quella in cui un umano esaminerà tutta la documentazione al fine di decidere quali candidati chiamare per un colloquio. E battere la macchina richiede qualche tentativo in più.

Poi nel colloquio il candidato dovrà sostenere domande del tipo "quale consideri essere il tuo punto di forze e quale quello debole". La risposta ovviamente prevede l'elencazione di difetti che per il futuro datore di lavoro potrebbero essere solo manna piovuta dal cielo, tipo: "sono maniaco della precisione e troppo attento al dettaglio"...


Devo dire che anche senza software c'è da chiedersi cosa siano in grado di capire i reclutatori dalla lettura di CV e lettere motivazionali, ne parlavo un paio di anni fa qua.

Chissà come si comporterebbero oggi sofware e recruiter incaricati di selezionare l'architetto responsabile per la costruzione della cupola del Duomo.

La domanda di Filippo Brunelleschi sarebbe infatti chiaramente da respingere: con studi da gioielliere e con un attività nel campo della scultura, apparirebbe palese l'assenza di una solida documentazione attestante una esperienza pregressa nel settore delle costruzioni di grandi cupole in muratura...

11.10.14

Lavoro e capitale

"Labor is prior to and independent of capital. Capital is only the fruit of labor, and could never have existed if labor had not first existed. Labor is the superior of capital, and deserves much the higher consideration."


(Abraham Lincoln - First State of the Union Address December 3, 1861 )
 

14.8.14

Avere le prove è inutile

“A volte le persone hanno una convinzione centrale che è molto forte. Quando è presentata loro una prova che va contro tale convinzione, la nuova prova non può essere accettata. Creerebbe una sensazione che è estremamente sgradevole, chiamata dissonanza cognitiva. E poiché è così importante proteggere la convinzione centrale, le persone razionalizzeranno, ignoreranno e persino negheranno qualsiasi cosa che non si adatti alla propria convinzione centrale.”

- Franz Fanon, I dannati della terra 

Ed oggi hanno tutti il loro account su Facebook e Twitter...

27.4.14

27 Aprile 1994

Quei giorni me li ricordo bene, le prime elezioni democratiche erano state convocate per il 27 e 28 aprile e le troupe televisive mondiali avevamo inviato i migliori esperti mondiali di guerre e rivoluzioni, a coprire quello che si prospettava come un bagno di sangue con tutti gli incredienti per la storia da prima pagina.

E le premesse c'erano tutte:
  • il difficile accordo per arrivare ad una costituzione condivisa;
  • le violenze dei mesi precedenti alle elezioni;
  • un serie di attentati terroristici nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni, di cui l'ultimo solo pochi minuti dopo che Mandela aveva espresso il suo voto, che avevano provocato 21 morti e 176 feriti.

Ed invece no, all'apertura dei seggi fu immediatamente evidente come tutte le paure della vigilia fossero errate: milioni di sudafricani si misero in coda per votare, la maggior parte di loro per la prima volta.

Nei giorni seguenti le troupe televisive mondiali iniziarono a ridurre gli staff, era evidente che non servivano tutte quelle competenze in guerre e rivoluzioni.
E si raccontava ridendo di quelle famiglie di bianchi che si erano trovate a dover faticosamente smaltire le tante scorte di scatolette fatte pensando di doversi chiudere in casa nel timore che la vittoria di Mandela fosse preludio a scarsità e vendette.

Era 20 anni fa. E gli anniversari sono sempre una occasione di riflessione.

E questo anniversario non si sottrae a questa norma. Non si sottrae perché se è vero che il Sudafrica ha fatto tanta strada in questi anni, se è vero che i profeti di sventure sono stati smentiti; tuttavia una parte delle aspettative e speranze non si sono realizzate, e le diseguaglianze sociali sono ulteriormente cresciute.

Ma sopratutto paiono essere giunti al pettine i nodi prodotti da un sistema politico caratterizzato dalla cristallizzazione dei partiti nei loro rispettivi ruoli, con il partito di governo, l'ANC ancora in grado di riscuotere tutti i consensi necessari a governare il paese per molti anni, e quello di opposizione destinato a comunque ad essere parzialmente identificato nella minoranza bianca.

La conseguenza più classica della cristallizzazione del ruolo di governo di un partito è che la battaglia per la guida del partito diventa la battaglia per il governo del paese, è questo è stato chiaro negli ultimi congressi dell'ANC; il secondo aspetto è che le carriere dipendono dalla capacità di governare il partito; ed infine in questo schema spesso la fedeltà conta assai più della competenza, anzi, a volte i troppo competenti potrebbero essere una minaccia alla leadership.

Fra pochi giorni in Sudafrica si voterà nuovamente, e saranno le prime elezioni politiche in cui voteranno i sudafricani "nati liberi", quelli per cui l'apartheid è solo nei racconti dei genitori. Sicuramente non ci saranno le code di 20 anni fa, e non solo per una migliore capacità organizzativa della commissione elettorale.

Non ci saranno le code perché all'entusiasmo di quei giorni sono subentrati i dubbi, tanti dubbi e tante critiche, e accanto all'arcivescovo Tutu, che ha pubblicamente dichiarato che non voterà per il partito di governo, pur riconoscendo i grandi progressi fatti dal paese sotto la guida di quel partito. vi è l'appello al Vote NO di alcuni leader storici dell'African National Congress, un appello che ha prodotto non poche discussioni e polemiche.

Non vi è dubbio infatti che il rinunciare all'esercizio del voto in un paese che tanto ha lottato per renderlo possibile sia una dichiarazione di impotenza assai più drammatica dell'evento che qualche anno fa aveva visto alcuni ex leader del partito fondare il COPE, un nuovo partito che puntava, senza troppo successo, ad intercettare il voto della nascente borghesia nera.

Una cosa è infatti ritenere che altrove vi siano spazi per poter operare, altra invece confessare l'incapacità al contempo di abbandonare il campo in cui si è lottato per una vita e di dare un voto per una dirigenza e probabilmente una politica, che si ritiene inadeguata alle necessità del paese.

Difficile fare previsioni sui risultati delle prossime elezioni e sui suoi effetti, anche se non pare in discussione la vittoria del partito di governo è evidente che per un partito che parte dalla maggioranza assoluta dei voti, ogni voto perso sarà motivo di discussione.

Quello che è invece chiaro che anche in Sudafrica, come altrove, conta la regola che una grande storia non è sufficente a garantire un futuro privo di contraddizioni, perché per usare la metafora usata da Nelson Mandela nella sua autobiografia:
 

"Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare." 

23.3.14

Dal Cairo a Sebastopoli

"Considerato che i confini sono un grave e permanente motivo di dissenso; Considerato che i confini esistenti al momento dell'indipendenza costituiscono una realtà tangibile; ---- Solennemente dichiariano che tutti gli stati membri si impegnano a rispettare i confini esistenti al momento della loro indipendenza" 

Era il luglio del 1964, ed i capi di stato africani si riunirono al Cairo per la prima riunione dopo la nascita, nell'anno precedente, della Organizzazione per l'unità africana. 

Erano gli anni della conquista dell'indipendenza dal colonialismo per gran parte dell'Africa e non vi erano dubbi che il percorso fosse ben tracciato e destinato al successo per una organizzazione che voleva rappresentare le capacità del continente di definire il proprio destino. 

Come sappiamo la storia andò diversamente, e per molti anni di quella organizzazione ciò che ha colpito è stata la sua inefficacia ed incapacità di intervento in tutte le crisi che di li in poi hanno interessato il continente. E tuttavia fra i documenti di quell'incontro troviamo la dichiarazione riportata in apertura, dichiarazione che negli anni ha costituito forse la più importante base giuridica per chi voleva la pace nel continente. 

Eppure di motivi per ridisegnare i confini ce ne sarebbero stati moltissimi in un continente dove le linee erano state tracciate quardando assai più alla mappa dell'Europa che non a quella dell'Africa. 

Confini che dividevano con un tratto di penna gruppi linguistici, etnie, zone di influenza e culture preesistenti. 

Quella dichiarazione rimane forse uno degli atti più importanti della generazione di Nyerere, Senghor, Nkrumah e la cui valenza andrebbe misurata non solo per quanto ha influito nella storia del continente, ma in termini assoluti. 

Certo l'Africa ha conosciuto guerre e genocidi terribili, e tuttavia è lecito pensare che la messa in discussione anche dei confini ne avrebbe ulteriormente aumentata la carica distruttiva. 

Ma proviamo a pensare quali sarebbero stati gli effetti di una dichiarazione "del Cairo" in salsa europea in questi ultimi 20 anni... 

Basta andare indietro di poche ore per trovare come a sostegno della decisione di tenere il referendum in Crimea la Russia abbia portato ad esempio la vicenda del Kossovo e gli aspetti di carattere linguistico ed etnico che stanno dietro al suo epilogo. 

E poi ci sono le piccole patrie, i popoli rimasti a cavallo delle frontiere, i nipoti di migrazioni antiche e deportazioni recenti. Non so se sia solo una uscita flokloristica quella di un leader della minoranza albanese di una regione del sud della Serbia, che all'annuncio del referendum in Crimea ha rivendicato un referendum per la autoderminazione di quella piccola regione. 

In conclusione mi vengono in mente le considerazioni amare di una sindacalista kosovara incontrata un anno fa, che raccontandomi delle riunioni che fanno con i sindacati balcanici, ci ha tenuto a dirmi subito come tutti, serbi, croati, montenegrini, macedoni, bosniaki, kosovari e c. ci tengono a rimarcare la tragedia della guerra che li ha visti contrapposti. 

La loro constatazione è che se non si fossero sparati addosso per un decennio magari oggi sarebbero tutti parte della unione euoropea, e con un peso sicuramente maggiore di quello dei singoli disastrati paesi. 

Storia maestra ma con pessimi scolari.

1.2.14

The big fool said to push on



Pochi giorni fa è morto Pete Seeger. Era un musicista che non aveva mai avuto timore di dire quel che pensava e di cantare per chi non aveva voce.

Nella canzone "Waist deep in the big muddy" attraverso un apologo ambientato lungo le sponde di un affluente del Mississippi parla della futilità di proseguire in una impresa, l'attraversamento del fiume, perché occorre seguire gli ordini del capitano che è convinto che quel fiume sia guadabile basandosi sul fatto che lo era un miglio a monte.

L'apologo voleva essere ovviamente una metafora della guerra in Vietnam ed il "Grande stupido" era per Seeger il Presidente dell'epoca che dava ordine di proseguire in una avventura militare destinata all'insuccesso.

La storia ha ovviamente più letture possibili, la più immediata è quella della critica alla guerra ed ai governi che la impongono, ma volendo vi sono anche una ulteriori letture possibili e che riguardano tutti.

Il tema è quello della rilevazione dell'errore. Nella storiella Seeger racconta che il comandante non sapeva che poco a monte un affluente aveva aumentato la portata del fiume, rendendolo non più guadabile.

Il fatto che il meccanismo della catena di comando militare prevede la insindacabilità dei comandi dei superiori nella storia rende più difficile l'acquisizione dell'errore e la scelta alternativa. Ovviamente quel meccanismo è indispensabile al funzionamento del sistema militare. Ma come si vede ha le sue controindicazioni. Controindicazioni che sono trasferibili a tutti quei sistemi che prevedono una forte accentuazione del tema della leadership.

Quante rivoluzioni non hanno mantenuto le promesse perché nessuno aveva il coraggio e le condizioni per dire al capo che il percorso era errato?

Provando a spostare la questione a noi l'apologo ci offre anche un ulteriore insegnamento: le nostre convinzioni per quanto care ci possono essere, non possono mai sottrarsi ad una verifica continua.

E se a dirci che a monte un affluente ha aumentato la portata del fiume, non possiamo dire che non ci interessa perché chi ce lo dice non ci piace, o perché il nostro programma era di guadare il fiume proprio li e "The big fool says to push on".

Ed infine: mai fidarsi troppo dei "big fools" che ci stanno attorno, quelli che non ascoltano, quelli che si fidano solo di se stessi, quelli che dicono che tutto è facile perché tutto sembra così simile alle nostre convinzioni.

5.1.14

Diseguaglianze e merito: i numeri

Ne ho già parlato qua.  A ricordarci come battersi per premiare il merito sia cosa diversa dal battersi per l'eguaglianza  scrive Maurizio Franzina in "Diseguaglianze inaccettabili":

"Oggi il problema principale riguarda il conseguimento della laurea da parte di chi proviene da famiglie di non laureati. Il fenomeno non è di origine recente. Confrontando i nati nella seconda metà degli anni ’10 con i nati nella seconda metà degli anni ’70, risulta che la quota di laureati è cresciuta ma non in modo impressionante: dal 2% al 10,1%. La significativa mobilità intergenerazionale nei titoli di studio che si è avuta nel nostro paese si è, sostanzialmente, fermata alle soglie dell’università.
Il fatto che solo una piccola percentuale dei figli di non laureati si laurei ha molteplici conseguenze negative: frena la mobilità verso l’alto, impedisce che si riduca la disuguaglianza nei titoli di studio e tiene basso il numero dei nostri laureati. A quest’ultimo proposito, si può ricordare che la percentuale di italiani di età compresa tra i 25 e i 64 anni in possesso di una laurea è nettamente più bassa di quella media nei paesi dell’Ocse (15% contro 31%) e questo vale anche se si considerano soltanto i giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni (21% contro 38%). Negli anni più recenti si sono manifestati fenomeni preoccupanti: gli immatricolati nelle università italiane sono scesi da più di 338.000 nel 2003-4 a circa 280.000 nel 2011-12 (Cun 2013). Il calo (più di 58.000 studenti, pari al 17%) è notevole, anche tenendo conto delle sfavorevoli tendenze demografiche, e non è facile prevedere un’inversione di tendenza a breve termine."

E ancora

"Questi indizi giustificano l’ipotesi che le condizioni economiche della famiglia influenzino la carriera formativa dei figli. Si tratta di un’ipotesi che è del tutto compatibile con l’influenza del titolo di studio dei genitori su quello dei figli, ampiamente discussa nel paragrafo precedente, se il reddito dei genitori è positivamente correlato al loro titolo di studio. Infatti, attraverso questa correlazione anche il titolo di studio dei figli sarebbe correlato al reddito della famiglia di origine.

I dati ci dicono che il 48,3% dei nati negli anni ’40 che si è iscritto all’università aveva origini nella borghesia (e il 40,2% raggiungeva effettivamente la laurea); la corrispondente percentuale tra i figli degli operai era soltanto del 4,1% (e solo il 3,5% riusciva a laurearsi). La maggiore partecipazione all’istruzione terziaria ha interessato, negli anni successivi, tutte le classi sociali; tuttavia, questa tendenza all’aumento non ha modificato in modo sostanziale le disuguaglianze: nella coorte di coloro che sono nati negli anni ’70, si è iscritto all’università il 55,8% dei figli della borghesia contro il 14,1% dei figli degli operai (Istat-Cnel 2013).
Questi indizi giustificano l’ipotesi che le condizioni economiche della famiglia influenzino la carriera formativa dei figli. Si tratta di un’ipotesi che è del tutto compatibile con l’influenza del titolo di studio dei genitori su quello dei figli, ampiamente discussa nel paragrafo precedente, se il reddito dei genitori è positivamente correlato al loro titolo di studio. Infatti, attraverso questa correlazione anche il titolo di studio dei figli sarebbe correlato al reddito della famiglia di origine."