11.9.09

Mappe

Ambroise Tardieu - CARTE de L'AFRIQUE Dressee pour l'intelligence de L'histoire generale des Voyages de LaBarpe

La mappa riprodotta qua sopra evidenza l'Africa come la conoscevano gli europei nel 1821: l'estensore francese segnalava l'enorme spazio bianco nel mezzo del continente con una frase "partie intérieure inconnue aux Européens".

Oggi che le mappe geografiche dell'Africa sono assai più dettagliate e precise, viene da chiedersi quanta parte della mappa ideale, culturale, economica e politica del continente sia ancora sconosciuta agli europei.

Certo i giornali ogni tanto parlano di Africa ed africani. La globalizzazione delle destinazioni del turismo organizzato ha trasformato quelle che erano nomi mitici dei viaggiatori di fine '800, in oggetto di racconti da prima settimana di rientro in ufficio, con annessa immagine di sfondo sul computer al lavoro.

E tuttavia a parte i luoghi comuni su mal d'africa e senso del ritmo da una parte e sui mali endemici del continente dati da fame, fallimenti, dittature, autocrati e corruzione dall'altra, pare ci sia poco di nuovo nella nostra mappa mentale del continente.

Qualche tempo fa ho assistito alla proiezione di un documentario realizzato per illustrare una bella iniziativa della coop, una iniziativa che ha messo un gruppo di ragazzi toscani in contatto con la realtà di una delle bidonvilles di Nairobi, dove un gruppo di religiosi sta portando avanti un progetto per il riutilizzo nel mondo della moda etica dei materiale della vicina discarica.

Una bella iniziativa e tuttavia la natura del filmato, tesa a documentare l'impatto dell'Africa su un gruppo di ragazzi toscani, ancora una volta ha enfatizzato sopratutto l'elemento occidentale che interviene e non i protagonisti locali.

Ed allora il rischio è di perpetuare l'idea che l'Africa sia un buco nero popolato solo da poveri, prostitute, donne in fuga da malattie, carestie e guerre, con una schiera di bambini con mosche svolazzanti attorno. Un buco nero che ci aspetta e dove tuttavia si trovano anche le meravigliose zone selvaggie dove circolano i documentaristi del national geographic pronti a documentare le fantastiche tecniche di caccia del licaone.

Ma l'Africa è molto di più e molto di diverso. Solo che contiene in maniera brutale anche quello che da qualche tempo abbiamo cercato di nascondere anche da noi. L'impressione che si ha visitando le capitali africane, vedendo quanto possa essere ricca la classe dirigente di quei paesi, e' che accanto alla povetà e sottosviluppo, per cui comunque la società africana aveva strategie antiche di adattamento nelle strutture comunitarie, siano cresciute invece le ineguaglianze che nei momenti di crisi sono il terreno fertile per instabilità.

Parlo di quella forbice fra ricchi e poveri che ridotta in tutto il secondo dopoguerra nell'occidente, ha ripreso a crescere in modo prepotente nell'ultimo ventennio.

Qualche tempo fa ad un seminario sindacale in Africa, la persona che coordinava il seminario prese un po' di delegati e chiese loro di stimare la percentuale di ricchi, intesi come tali quelli che possono mettere da parte qualche cosa di quello che guadagnano. La platea disse che a loro avviso erano il 10% della popolazione africana. Poi chiese loro quanti erano definibili come piccola borghesia che viveva con quel che guadagnava, e la stima era il 20%. Il rimanente era il 70% povero. Il secondo passo dell'esercizio era quello di stimare le porzioni di ricchezza detenuta dai tre gruppi. E rispettivamente venne fuori un 70%, 20% e 10%. Infine prese dieci persone e dieci sedie e chiese ai rappresentanti dei diversi gruppi di sedersi sulle proprie sedie. Una modo brutale per mostrare come una sola persona (il 10%) aveva sette sedie, due persone ne avevano una a testa, e che 7 persone dovevano condividere una sola sedia.

Le percentuali di distribuzione della ricchezza in Africa sono probabilmente un po' diverse da quelle stimate in quella sede, anche se dove ho lavorato le percentuali di popolazione sotto la soglia della povertà si avvicinavano molto a quel 70%, e tuttavia l'esempio dimostrava assai bene la natura di molti dei conflitti d'Africa. Non è sottosviluppo, è la distribuzione ineguale delle risorse.

UNDP - Gini Coefficient World Human Development Report 2007-2008
In statistica esiste un indice inventato da un italiano dei primi del 900, si chiama indice di Gini e viene utilizzato dalla agenzie che si occupano di sviluppo per calcolare la distribuzione della ricchezza all'interno dei vari segmenti della società. Più l'indice si avvicina all'1 più alta è la diseguaglianza in quel paese.

Nei paesi europei l'indice oscilla fra 0,2 e 0,3, negli Usa è più alto e sta attorno allo 0,4.

In gran parte dei paesi africani per cui è stato calcolato l'indice sta fra lo 0,4 e lo 0,7. Le cose vanno ancora peggio in America Latina, dove tutti gli stati latino americani hanno un indice di Gini elevato.

In Sudafrica uno dei temi che ha influito sugli equilibri interni al partito di governo, l'ANC, è stato proprio quello delle diseguaglianze. In sostanza i critici delle politiche di Thabo Mbeki gli imputavano di aver favorito la nascita di decine di milionari grazie ai programmi per il Black empowerment, ma che questo non aveva diminuito le diseguaglianze, ed è su un programma indirizzato a favorire, almeno nelle intenzioni, la redistribuzione del reddito, che Jacob Zuma ha vinto prima la nomina quale presidente dell'ANC e poi le elezioni in Sudafrica.

Chi ha amici africani conosce quanto forte sia fra loro il senso di appartenenza ad una famiglia ed ad una comunità e quanto ad esempio la necessità di essere in pace ed in accordo con i propri simili costituisca quasi un imperativo morale. Nei villaggi, quando ci sono crisi, si muovono gli anziani per provare a mediare fra le parti in causa. E' pertanto sorprendente la ferocia e cattiveria che hanno caratterizzato i conflitti africani di questi anni, tanto da farci chiedere se le persone che si sono fatti a pezzi a colpi di machete fossero le stesse sempre pronte a condividere il poco che avevano con l'ospite. La risposta è amaramente affermativa. Le guerre, i conflitti, le tensioni hanno tutte avuto a loro fondamento la distribuzione delle risorse.

La domanda è se questo sia dovuto ad un elemento antropologico legato alla natura dei vari popoli africani, od invece non sia dovuto ai corti circuiti che ogni tanto si creano quando culture deboli entrano in contatto con forze più grandi di loro, e non c'e' dubbio che il mondo africano è stato uno dei soggetti deboli del mondo uscito dalla rivoluzione industriale.

Ma torniamo al nostro indice di Gini, uno strumento imperfetto di misurazione della diseguaglianza, anche perchè calcola le differenze interne ad un paese e non le diseguaglianze a livello di continente o mondiali: diseguaglianze e povertà sono particolarmente presenti in America Latina ed Africa, due continenti ricchi di risorse naturali. E sia in America Latina che in Africa per decenni si sono sperimentati vari tipi di governi, quasi sempre dai caratteri fortemente autoritari.

La verità è che per il sistema di produzione industriale l'accesso alle materie prime richiedono un paio di presupposti, che non sono necessariamente conseguenti ai sistemi democratici e che sono: controllo del territorio, e certezza nella continuità delle forniture. Sono due presupposti che sono assai più facilmente ritrovabili sotto governi dittatoriali amici che non sotto democrazie soggette alla volatilità dei corpi elettorali. L'11 settembre non è solo l'anniversario dell'attentato alle torri gemelle, è anche l'anniversario del golpe in Cile, quando fu deposto un governo democratico che fra le varie cose fatte aveva anche ardito di nazionalizzare le miniere di rame della Kennecot e della Anaconda.

A questo destino non è sfuggita l'Africa, dove per decenni sono andati di pari passo gli interessi geopolitici con la stabilità di governanti più o meno corrotti ed i contratti di sfruttamento minerario.

Purtroppo le cose non sembrano migliorare per il futuro: nella divisione internazionale del lavoro il posto assegnato all'Africa è ancora quello di fornitore di materie prime, e sulle materie prime si stanno combattendo guerre, costruendo fortune e determinando la nuova geografia politica del continente.

In una recente intervista di presentazione del suo libro "Architects of Poverty" Moeletsi Mbeki, commentatore politico ed imprenditore sudafricano, nonché fratello dell'ex presidente del Sudafrica, ha parole durissime per le elites africane, a suo dire responsabili di proseguire le politiche coloniali di rapina delle risorse naturali del continente senza investire nella industrializzazione dei rispettivi paesi, anzi favorendo la deindustrializzazione del poco che c'era. Insomma diventando ricchissimi rendendo più poveri i proprio concittadini.

E rieccoci alle ineguaglianze: ci sono villaggi, persone, famiglie nel continente africano in grado di vivere una esistenza frugale in modo anche assai felice, e ne ho incontrate molte negli anni passati in Africa. Ma è difficile che queste persone siano disposte a tollerare per sempre che altri diventino ricchi sfruttando la loro frugalità, le loro terre, le loro risorse: alcuni vogliono la loro parte, che siano gli abitanti del delta del Niger, le popolazioni del Congo, i pescatori somali, e come questo accade è evidente dalla cronaca.

La lotta alla povertà come lotta alle diseguaglianze. La lotta alle ingiustizie come contrasto alle guerre.

Credo che sia tempo di aggiornare le nostre mappei e magari di riprendere alcuni slogan antichi.

23.8.09

Eritrea ed eritrei

Ancora una volta leggo di una tragedia dell'emigrazione con protagonisti eritrei. E, come penso accada a tutti quelli che hanno vissuto per qualche anno in Eritrea, il mio pensiero torna a quel paese, ed alle decine di persone che ho avuto l'opportunità di incontrare negli anni passati ad Asmara.

Provo ad immaginare i volti dei ragazzi morti nel canale di Sicilia: magari li avevo incontrati qualche volta, incrociati in una passeggiata sul corso di Asmara, o forse erano seduti nel tavolo accanto a me in una delle serate passate in pizzeria o magari si erano imbucati in una delle molte feste organizzate dalla comunità espatriata per affrontare la monotonia di una sonnacchiosa capitale africana molto sui generis.

E ripenso all'emigrazione vista da la, alle frasi sussurate su chi aveva attraversato la frontiere, o alle notizie che ogni tanto arrivavano, una volta sui quei 10 ragazzi morti di sete nel deserto, o la storia di quello che aveva attraversato mezzo mondo per riuscire ad arrivare a lavorare come lavapiatti a san diego.

Ma sopratutto ricordo i silenzi, la pesante sensazione di non sapere cosa avesse fatto il congiunto di cui non si avevano più notizie. E la speranza era che il silenzio fosse dovuto alla vergogna per il fallimento personale, e non alla morte nel deserto o nel canale di Sicilia.

Per non parlare poi di chi non era proprio riuscito ad uscire dal paese e scontava la sua pena per emigrazione illegale in qualche campo di lavoro.

Strano destino quello degli eritrei arrivati in Italia: escono da un paese in cui è reato emigrare clandestinamente per arrivare in un paese in cui è reato immigrare clandestinamente.

Ma tutto questo forse interessa poco a chi non ha vissuto per qualche tempo da quelle parti. Per anni ho avuto la fondata idea che l'Eritrea fosse un paese che interessava solo ad un ristretto gruppo di "estimatori", un gruppo che peraltro nonostante le dimensioni era assai assortito e che andava da nostalgici dell'Italia coloniale ben rappresentata dalla storia della colonia "primigenia", a idealisti sognatori che avevano visto sulle sponde del mar rosso nascere un esperimento castrista che nelle loro speranze non avrebbe fatto gli errori del castrismo.

Caratteristica comune a nostalgici e sognatori quella di comunque cercare di interpretare la realtà con lenti assai condizionate dalla parzialità del punto di partenza...

Ma per tornare all'emigrazione eritrea: una tesi molto popolare fra i commentatori giornalistici specializzati è quella della fuga dal governo di Isaias Afwerki che guida l'Eritrea da 18 anni: una spiegazione in grado di ricondurre rapidamente la natura del problema ad una dinamica amico-nemico, buoni e cattivi.

Una chiave interpretative che può aiutare a schierarsi o sentirsi dalla parte migliore, ma che molto spesso non serve a risolvere i problemi sul campo, anche perchè la storia insegna che raramente le cose si sistemano una volta messo il vero o presunto cattivo o nemico in condizione di non nuocere.

Dall'impressione che ho avuto negli anni passati in Eritrea il governo Isaias non è un accidente del destino, un errore di un movimento rivoluzionario che si sarebbe scelto un capo "sbagliato", ma la conseguenza del processo che ha portato all'indipendenza eritrea. E negli anni passati in quel paese ho visto ben evidenti tutti gli elementi proprio della formazione degli stati: dall'ideologia nazionalistica, alla narrativa della rivoluzione, dall'esaltazione dello sforzo prometeico, all'etica del sacrificio.

Ciò che è mancato e manca tuttora è lo sbocco finale: uno stato autonomo completamente sostenibile nei tradizionali equilibri d'area...In sostanza nello schema geopolitico con cui veniva visto il Corno d'Africa, l'Eritrea si era visto assegnato un ruolo nella regione subalterno a quello assegnato all'Etiopia, paese assai più vasto, popoloso e con una storia assai più corposa (la sconfitta degli italiani ad Adwa ebbe un impatto fortissimo nell'immagianario africano ed afroamericano per la dimostrazione che l'uomo nero poteva vincere una battaglia con l'uomo bianco).

E' probabile che alla base dello scontro fra Etiopia ed Eritrea c'e' molto di questo, ovvero c'e' la necessità di una parte significativa delle popolazioni eritree di stabilire una identità non subalterna.

Anche se spesso in modo solo istintivo, tutto questo è ben chiaro agli eritrei. Ed anche alle migliaia di giovani eritrei impegnati nel servizio militare obbligatorio e civile permanente è chiaro che la loro condizione non migliorerà nel breve periodo, perchè all'orizzonte non è visibile una prospettiva di Eritrea che vive rispettata in pace con tutti i suoi vicini.

In più di una chiaccherata, (quasi sempre individuale) con eritrei mi è stato detto "a prescindere dal giudizio che diamo sul nostro governo, non vogliamo tornare ad essere una provincia dell'Etiopia e siamo pronti a tornare in guerra". Che questo sia prova di una propaganda funzionante o convinzione intima poco importa, è un sentimento che nel corso degli anni ho trovato essere ben diffuso e che magari spiega perchè la figura del capo sia ancora piuttosto popolare.

Per tornare ai giovani. Qualcuno un giorno mi ha detto: "si può vivere con poco cibo e con poca acqua, ma non si vive senza speranza" e credo che sia questo uno dei fattori principali alla base dell'esodo di giovani eritrei: la necessità di avere speranze ed essere attori del proprio destino come non gli è viene consentito nel loro paese, almeno allo stato attuale. Pertanto considerato che il 50% della popolazione eritrea ha meno di 18 anni, è realistico che il flusso continui ancora per molto.

Cosa possiamo fare noi...

Sgombriamo subito il campo dalle illusione che si tratti di cambiare un presidente, il diritto dovere di giudicare ed eventualmente rimuovere i governanti spetta ai governati e non ad altri, perquanto mossi da buone intenzioni, e spesso non è il caso.

E' il tema degli equilibri di area che va affrontato, e va affrontato sapendo che la storia di questi anni ha dimostrato come non esistono "potenze regionali" in grado di garantire quegli equilibri o la polizia di area.

E del resto cosa ci raccontano i gommoni che partono dalla Libia se non del fallimento della delega ad altri del compito di polizia. La Libia non è in grado di bloccare i barconi come non saranno in grado di bloccarli tutte le motovedette della finanza che possono essere messe in mare, fintanto che i motivi per partire saranno potentissimi, come lo sono in gran parte del Corno d'Africa.

Anche per questo il "file" Corno d'Africa va tenuto aperto, ricordando che una delle regole della diplomazia è che se ci si possono scegliere gli amici, gli interlocutori non ce li possiamo scegliere, perchè sono interlocutori tutti gli attori che troviamo sul campo.

Ed allora, è possibile intevenire diplomaticamente per chiudere le partite che è possibile chiudere? In questi giorni la commissione internazionale stabilita dagli accordi di Algeri del Dicembre 2000 che seguirno il cessate il fuoco nel conflitto Eritreo-Etiopico, conflitto nato da una disputa di confine, ha annunciato la sua decisione finale in merito ai danni di guerra.

Difficile non ricordare che la decisione rispetto all'assegnazione del confine rimane ancora non implementata, per l'opposizione del governo dell'Etiopia, nonostante che sia stata resa nel 2002.

Sul processo di Algeri sulla stampa specializzata è stato scritto molto. E tuttavia rimane il dato di fatto che la mancata chiusura dopo molti anni di un processo di pace sancito da accordi, dimostra la fragilità dei sistemi legali sovranazionali sopratutto quando la parte soccombente è la più debole per alleanze e peso geopolitico, un dato che provoca radicalizzazioni di ogni tipo.

E questo è ancora più vero quando in gioco non ci sono le pietre di un confine ma il valore simbolico che viene assegnato alla vittoria o alla sconfitta per quel che riguarda l'identità della nazione.

Dobbiamo quindi chiederci se la diplomazia ha fatto il possibile per favorire la chiusura del processo di pace. Forse una volta chiusa la partita con l'Etiopia, come sostiene qualche commentatore, il governo eritreo si sarebbe trovato un altro nemico utile a consolidare la propria identità nazionale, ma forse no, forse davvero si sarebbe conclusa la fase di governo dell'emergenza, o forse le famiglie delle decine di migliaia di giovani impegnati nel servizio nazionale avrebbero semplicemente detto "adesso basta, il nemico è sparito...".

Solo che questo ad oggi non è ancora accaduto, e probabilmente abbiamo qualche responsabilità anche noi, ed intanto i gommoni continuano a scaricare eritrei sulle nostre coste.

2.8.09

Africa; far bene conviene.

Con l'agosto si stanno sbiadendo le immagini del sorriso trionfante di Berlusconi dopo il G8. Erano immagini trionfanti e ne aveva ben donde: del resto come non essere contenti dell'aver portato a casa un vertice con le "persone giuste" ed in grado di dire le cose "giuste" in una fase in cui poteva accadere che gran parte dell'attenzione fosse dedicata ai vizi privati del premier? Ed invece eccoli la tutti i leader mondiali a firmare solenni impegni per l'Africa.

Ovviamente sarà compito delle opinioni pubbliche verificare che quegli impegni vengano rispettati. Ed ahimè in Italia non abbiamo una gran tradizione in questo senso, ne nel mantenere le promesse verso i paesi in via di sviluppo, ne nel avere una opinione pubblica che consideri le promesse disattese un elemento di critica da esercitare magari anche nell'urna elettorale.

Nel nostro paese le prime promesse NON vengono intanto mantenute, come sostiene il segretario di Action Aid notando l'assenza degli impegni dell'Aquila dal documento di programmazione economica presentato pochi gorni fa ().

Ma torniamo agli aspetti più generali: quando si parla di Africa, in Italia, ci sono due approcci prevalenti:

a) l'approccio umanitario, ovvero l'appello ai sentimenti di un mondo più sviluppato affinchè aiuti i poveri africani. Solitamente il tutto viene condito con immagini da una delle tante bidonville africane, o da una delle tante guerre o siccità che affliggono il paese;

b) l'approccio che sottolinea le speranze deluse: abitualmente caratterizzato da un elenco dei numerosi tentativi di questo o quel soggetto occidentale, frustrato da corruzione o burocrazia o corruzione più burocrazia.

In ambedue i casi il messaggio che passa è ancora quello dell'attore bianco che tenta di sollevare le sorti di un continente colpevole sopratutto di essere stato dimenticato da Dio o saccheggiato dai suoi leaders.

E' certo che ambedue gli approcci hanno più di un fondo di verità. Anche se ci sarebbe molto da dire sui condizionamenti occidentali sullo sviluppo africano. Tuttavia il dubbio è che si veda solo quello che ci rassicura di più e non gli aspetti più rilevanti di quello che potremmo chiamare la "questione africana". Sono approcci infatti che mancano di notare quanto oramai del nostro sviluppo può essere condizionato dalla mancata soluzione delle questioni del continente.

Lo nota invece Barack Obama, quando nel suo discorso al Parlamento di Accra, nella sua prima visita ufficiale da presidente USA in Africa, rivolgendosi agli africani ha detto loro "Il 21 esimo secolo sarà modellato non solo da quanto accade a Roma, Mosca o Washington, ma anche da ciò che accade in Accra. Questa è la semplice verità di un tempo in cui ciò che separa le persone è soppraffatto da quello che le mette in connessione. La vostra prosperità può espandere la prosperità americana, la vostra salute e sicurezza può contribuire alla sicurezza e salute del mondo, e la forza della vostra democrazia può aiutare ad espandere i diritti umani ovunque." .

La questione africana è una questione mondiale, e non solo perchè le povertà del continente risultano intollerabili "agli uomini di buona volontà", ma perchè quello che accade in Africa ha conseguenze da noi ben prima che guerre e carestie spingano una piccola parte degli abitanti del continente verso le nostre coste. Dico piccola parte perchè questa è la verità: la maggior parte dei profughi Africani rimangono vicini alla regione da cui sono dovuti scappare.

Voglio concentrare la mia attenzione su una sola regione del continente africano, il Corno d'Africa: una regione con cui l'Italia ha legami storici e dove ahimè non pare che questi legami siano riusciti a produrre gran che di buono, e dove pare che la navigazione diplomatica non sia nemmeno più a vista. E parlare di navigazione è comunque rischioso viste le gesta dei pirati somali.

Altri hanno scritto sulla pirateria e sulle sue cause, in questo momento mi preme solo sottolineare come questa avvenga in un'area assolutamente cruciale per l'Europa. Si stima infatti che circa l'8% del commercio mondiale passi dal canale di Suez ed una percentuale ovviamente assai maggiore del commercio europeo.

Già in questi mesi sono saliti i costi delle assicurazioni relative alle spedizione che transitano dal mar rosso e già una parte del traffico è stato deviato sulla rotta del capo, con un aggravio evidente di costi destinati a ricadere sull'utente finale. Ma non solo, anche i porti italiani che hanno conosciuto negli ultimi anni uno sviluppo considerevole grazie alle rotte dall'oriente, possono risentire del calo della movimentazione. Per non parlare dei problemi che una riduzione del traffico sul canale di Suez può portare all'Egitto e che si riperquoterebbero inevitabilmente sull'intera area, l'Egitto infatti vede un terzo delle sue entrate dipendere dal canale.

Ma non ci sono solo le merci che transitano davanti al Corno d'Africa: se si osserva una mappa dei collegamenti sottomarini, si nota come proprio dal mar rosso passa una importante linea di collegamento fra Europa ed estremo oriente. E' la linea del vecchio cavo telegrafico che collegava il Regno Unito con il gioello dell'Impero, quel subcontinente indiano oggi protagonista dello sviluppo mondiale. Oggi sono tre i cavi che consentono a Bangalore, Mumbai e c. di gestire servizi telefonici ed internet avanzati per mezzo mondo. Nel Febbraio del 2008 una nave che faceva manutenzione davanti al porto di Alessandria ne tranciò due, provocando una crisi con rallentamento nei collegamenti mondiali Internet che durò per qualche giorno, questo nonostante che la struttura a rete di internet sia fatta proprio per evitare di dover dipendere solo su un collegamento fisico.

In sostanza è vero che si può fare a meno dei cavi sottomarini del mar Rosso, ma il volume di traffico che questi trattano riesce ad essere assorbito con fatica dal resto della rete.

Certo quando verranno completati i vari progetti di circumnavigazione dell'Africa con cavi sottomarini, i pacchetti internet dall'India e dalla Cina avranno un'altra opzione per ragiungerci, ma guarda caso l'inaugurazione del cavo che unisce Sudafrica con Tanzania e Kenia è stata prima rinviata di un mese e poi fatta per un tragitto ridotto perchè l'ultima tratta, quella davanti alle coste somale, aveva serie difficoltà ad essere completata per le attività di pirateria.

Insomma, se non è possibile fare appello al cuore, chissà che l'appello al portafoglio non riesca.

Ed allora chiediamoci cosa ha fatto l'Italia e come ha utilizzato le armi che aveva per influire sulle vicende del Corno d'Africa.

Temo che la risposta sia sconsolante, nonostante che l'Italia partisse da un indubbio vantaggio dovuto ad antichi legami che facevano si che ad esempio molti degli attori avevano studiato o avuto rapporti con l'Italia. Certo era difficile agire in modo autonomo in una fase in cui la diplomazie era caratterizzata dall'approccio muscolare di Bush, tutto teso a dividere il mondo in amici volenterosi e nemici acerrimi, e tuttavia l'impressione è che l'Italia sia stata incapace di adottare un approccio unitario alle tematiche del Corno d'Africa. Perchè in effetti il problema pare essere spesso stato quello: per discutere di Somalia si chiamavano gli esperti delle cose di quel paese, e cosi per Etiopia ed Eritrea. Perdendo di vista il fatto che ogni focolaio di crisi aveva una relazione con qualche focolaio altrove, e che pertanto solo un approccio unitario poteva provare a proporre la soluzione.

L'impressione è che spesso gli stessi strumenti adottati fossero strumenti un pò antichi, quelli di quando era evidente che con una cannoniera (o succedaneo) al largo e qualche concessione si portava a casa il risultato.

La modernità ha portato la possibilità di ridurre i conflitti a microguerriglie sparse sul territorio, e se il negoziato con un capo porta ad un trattato, sono subito pronti a nascere gruppi e gruppetti in grado di portare avanti la loro microbattaglia destabilizzante, come dimostrano gli ex pescatori somali trasformatisi in pirati. In sostanza oggi non si può pensare ne di scegliersi il nemico con cui trattare, come pare sia stato fatto in Somalia, con il risultato di rafforzare proprio chi non si vuole rafforzare, ne illudersi che tutto sia riconducibile ad un dare avere. Chi ha poco da dare difende infatti fino in fondo le sue posizioni.

Un esempio paradigmatico è quello della frontiera Etiopico-Eritrea, con un villaggetto, che fu con-causa di un sanguinoso conflitto, assegnato in un arbitrato all'Eritrea e tuttora occupato dall'Etiopia. Nel corso degli anni sono vari i tentativi di offrire qualche cosa all'Eritrea in cambio dell'accettazione della real politik che suggeriva di essere accomodanti col soggetto più potente. Il fatto è che l'Eritrea non era interessata ad una trattativa, ma ad affermare il suo ruolo all'interno della regione. E la vittoria nell'arbitrato in qualche modo dimostrava a) che aveva avuto ragione (anche se le cose sono più sfumate), b) che anche il più forte deve rispettare delle norme condivise di coesistenza. La prima cosa le serviva per motivi interni, la seconda per sottolineare il suo ruolo rispetto agli equilibri regionali. E' evidente che se questi sono gli obiettivi, non si può passare il tempo a cercare di impostare una trattativa ma occorre individuare un percorso comune per tutti gli attori regionali, da cui tutti possono avere da guadagnare anche laddove occorre rinunciare a dei privilegi consolidati.

Qualche tempo fa degli africani mi facevano notare come in un corno pacificato, le merci del sud dell'Etiopia potevano essere caricate a Berbera (Somalia), quelle del centro a Gibuti ed Assab (Eritrea), quelle del nord a Massawa (eritrea). Ma non solo: i porti dell'Eritrea possono servire a molto anche al sud sudan, e questo genererebbe reddito a tutte le regioni dell'etiopia interessate dall'attraversamento...Insomma ci guadagnerebbero in tanti, e ci perderebbero solo i commercianti di armi...Purtroppo ad oggi molte delle frontiere da attraversare sono ancora chiuse e presidiate da eserciti percui siamo ancora lontani da quella prospettiva e vedo ancora pochi soggetti, almeno in Italia, pronti ad indicarla.

11.7.09

Vertice G8 dell'Aquila, "un successo!"

Anche io credo che il vertice dell'Aquila sia stato un successo, che lo spostamento del vertice si sia dimostata una buona idea, ma non per i motivi esposti dal governo italiano.

Il G8 dell'Aquila ha mostrato in modo evidente come il soggetto sia arrivato alla sua fase terminale.

Davanti alle macerie dell'Aquila, alcune ancora nella stessa posizione in cui erano state lasciate dal terremoto, appariva ancora maggiore il contrasto fra lo spiegamento di forze, costi resi necessari per portare i cosiddetti "grandi della terra" ad incontrarsi per tre giorni ed i risultati effettivi troppo modesti raffrontati ai costi, e risultati politici ancora più modesti se raffrontati alla storia di questo tipo di riunioni.

Perchè se alla fine del vertice non si capisce se i riferimenti del documento finale ai fondi per l'Africa parlino di finanziamenti aggiuntivi, oppure di mantenimento di impegni disattesi nel passato, significa che gli estensori del documento finale sono stati assai abile a dissimulare la realtà effettiva: che i "grandi della terra" sono usi a prendersi impegni che non mantengono.

Qualcuno ha detto che le promesse del G8 all'Africa assomigliano molto al reimpacchettamento di un regalo già promesso nel passato e mai consegnato.

Ma anche gli altri grandi obiettivi del G8 non sono stati raggiunti. Perchè semplicemente fuori dalla portata del gruppo. Tralascio di parlare delle proposte legate agli aspetti finanziari, degne di per se di una nota. Ma significativo è notare come "l'intesa" sulle questioni del riscaldamento globale è solo la conferma che nell'appuntamento dell'ONU di Copenhagen ci sarà da lavorare parecchio per trovare come finanziare la riduzione delle emissioni di anidride carbonica nei paesi di recente sviluppo.

Il fatto che la Cina, non solo per se ma anche in nome di una quanitità di paesi in via di sviluppo, abbia riconosciuto la necessità di affrontare l'effetto serra, ma non abbia sottoscritto impegni per il suo contrasto, la dice lunga su quanto occorra fare perchè un tema vitale per il pianeta sia affrontato.

Il fatto è che se diverse sono le responsabilità rispetto al degrado dell'ambiente, è bene che anche gli impegni siano ripartiti in maniera differenziata, tenendo conto di possibilità, teconologie disponibili e c.

Il problema è che una parte dei paesi sviluppati hanno al momento già difficoltà ad accettare di prendersi impegni in casa loro e pertanto riesce difficile vederli aiutare e finanziare i paese in via di sviluppo nell'individuazione di teconologie pulite.

Il comunicato finale sull'ambiente, salutato come un successo, lo è effettivamente perchè mette per la prima volta nero su bianco l'adesione degli Stati Uniti, confermando quella che era la posizione della amministrazione di Barak Obama sin dal suo insediamento, e sopratutto perchè porta la firma di Berlusconi, che invece si è contraddistinto per aver cercato sempre di frenare rispetto agli impegni sottoscritti dall'Italia nei vari protocolli in materia ambientale.

Peccato però che Obama debba ottenere ancora l'approvazione del senato alle sue politiche ambientali, e peccato che nei giorni del vertice del G8 il parlamento italiano ha approvato provvedimenti che puntando nuovamente sul nucleare, sposano un modello energetico che potrà iniziare a contribuire all'abbattimento dei gas serra solo fra una decina di anni (se tutto va bene), questo ovviamente senza prendere in considerazione tutte le obiezioni, e ce ne sono tante, sulla tecnologia nucleare per se.

In questo quadro era lecito aspettarsi che da parte del G8 non ci fosse una risposta entusiastica alla domanda "chi paga per contrastare l'effetto serra nei paesi in via di sviluppo", difficile però sostenere che dal G8 sia arrivata "la risposta" ai temi dell'ambiente.

La realtà è che il G8, come detto sopra, è obsoleto come meccanismo di facilitazione del governo delle complessità contemporanee. La ricerca di nuovi meccanismi è aperta da tempo. Il sospetto è che sarà lunga, perchè fortunatamente sono entrati in campo nuovi soggetti, nuove domande e nuove necessità che non sono più risolvibili raccogliendo attorno al tavolo volta volta i paesi ricchi (perchè non sono più quelli di una volta...) o quelli con deterente nucleare (anche quello pieno di nuovi arrivati o di aspiranti tali), o quelli che rappresentano le potenze regionali. Un meccanismo obsoleto, poco efficace e piuttosto costoso, anche fra le macerie.

Lo ha confermato il G8 dell'Aquila e questo è un successo.

6.7.09

Razzismo e dintorni


Paola Concia deputata, attivista omossessuale e modella nella foto: «L’abbiamo fatto per invitare i cittadini a guardare in faccia gli altri cittadini, a mettersi più spesso nei panni degli altri. I panni di chi vive da diverso, ma ogni giorno si sveglia affrontando il giorno come un giorno nuovo, da vivere “senza macchia e senza paura”.

La frase di Paola riportata da L'Unità mi ha ricordato di un episodio di qualche anno fa, quando con un amico e collega sudafricano andavamo a recuperare del materiale per una trasmissione radio presso la SABC (il servizio pubblico televisico sudafricano). Essendo materiale che probabilmente doveva essere affittato anche in altre occasioni, ed io comunque avevo solo un ruolo di supporto, dissi a Mlungisi che era meglio se parlava direttamente lui con l'impiegato. Mlungisi sorridendo mi fece notare che in Sudafrica, se vedono un bianco ed un nero assieme presumono sempre che il primo sia il padrone ed il secondo l'uomo di fatica, e si rivolgeranno al primo.

Era il 1999, l'apartheid era finito da tempo, ma l'apartheid nelle teste delle persone era (ed è) assai più duro da sradicare.

Ho spesso riflettuto sulla mia pelle bianca e su quanto mi ha reso più facile la vita. Ben diversa la storia di Mlungisi, scappato da Soweto nel 1976, dopo che la repressione aveva reso impossibile la vita a chi come lui aveva partecipato ai moti studenteschi. Il suo passaporto era una collezione di visti di stati africani che lo avevano ospitato. Mi parlava dell'Unione Sovietica dove aveva imparato come anche dietro alla solidarietà internazionalista c'erano pregiudizi razziali.

Una vita con la pelle nera. Ma il discorso vale per chiunque appartenga ad un'altra comunità di persone, come ci ricorda Paola Concia. Perchè quando un paese si sente debole o una comunità si sente minacciata la prima cosa che fa è percepire le altre comunità come un pericolo. E così si perde.

Una amica che aveva lavorato in una struttura che ospitava bambini non vedenti, mi raccontò che dopo essere stata assunta aveva dovuto passare del tempo nella struttura completamente bendata, perchè doveva conoscere quale era la percezione dell'ambiente circostante che avevano i suoi assistiti.

Forse dovremmo essere anche noi clandestini per un po'. Sapere cosa vuol dire avere paura quando vediamo un normale controllo dei vigili urbani, sapere cosa vuol dire uscire con il timore che sulla nostra faccia sia visibile la scritta "sono irregolare"...

Intanto consoliamoci nel notare come dissipati i fumi della battaglia all'invasore straniero, qualcuno dell'esecito vincente comincia a fare i conti e notare come gli invasori in realtà erano già parte di noi, e ci aiutavano a guardare i nostri vecchi, a pulire le nostre case, a costruire le nostre case, a far funzionare le nostre fabbriche, a pagare le nostre pensioni.

l'Italia e gli impegni per lo sviluppo

Avvenire venerdì 3 luglio 2009 - intervista a Barak Obama "Dal G8 vorrei poter ottenere la convinzione che eravamo seri quando ci siamo incontrati a Londra (per il G20, ndr) e abbiamo specificamente parlato della necessità non solo di stabilizzare l'economia, ma anche di far sì che gli effetti immediati della crisi non siano subiti in modo sproporzionato dai Paesi più vulnerabili...come Stati Uniti...abbiamo già in programma di raddoppiare gli aiuti alle nazioni povere, non solo per interventi immediati, ma anche per il futuro. La priorità dell'America al prossimo G8 è proprio di indurre gli altri Paesi a fare altrettanto"

Ansa 27 giu. - La Camera dei deputati americana ha approvato di strettissima misura un colossale progetto di legge destinato a lottare contro il riscaldamento globale del pianeta ed a creare contemporaneamente nuovi posti di lavoro. Il testo, di oltre 1.200 pagine, deve essere ancora approvato dal Senato. Alla Camera ha ottenuto 219 voti a favore (appena uno in piu' dei 218 necessari) e 212 contrari.
Il presidente americano Barack Obama, citato dai media Usa, si e' detto felice del risultato ed ha definito il progetto come ''una vittoria del futuro sul passato'' nonche' come ''una passaggio audace e necessario''.

la Stampa, 5 luglio: Bob Geldof "La cancelliera Merkel, il premier Brown, persino il presidente Sarkozy hanno aumentato gli aiuti per la povertà. L’Italia li ha ridotti di 400 milioni. Tutti mantengono le promesse, tranne il governo italiano. Presidente Berlusconi, come può guidare il G8?".

Le citazioni riportate qua sopra danno il senso di come mentre fra gli altri pasei del G8, Usa in testa, sia evidente la connessione fra temi locali e temi globali quando si parla di sviluppo e di leadership, in Italia i comportamenti siano assai diversi.

Putroppo l'Italia che fa già fatica a guardare all'Europa, men che meno a tenta di capire cosa succede fuori dal continente. Tutto viene analizzato e verificato con logiche interne, e pure male. Tanto che immediatamente a destra c'e' chi si indigna quando uno di loro fa notare i cortocircuiti che le varie iniziative possono provocare nel paese.

Ad esempio credo che anche l'ultima uscita di Giovanardi, con l'appello alla regolarizzazione di collaboratrici e badanti, sia dovuta alla constatazione in un pezzo del PDL, della irrazionalità ed impopolarità di un provvedimento che rischia di privare una parte della società di collaborazioni rese oramai indispensabili dall'invecchiamento della popolazione e dalle insufficenze del sistema sanitario pubblico.

Eppure un paese con qualche ambizione, come dice di essere l'Italia, dovrebbe provare a ragionare razionalmente sui temi dello sviluppo e sopratutto dovrebbe farne oggetto di dibattito fra i suoi cittadini, perchè è sempre più chiaro come quello che accade in Africa od in Asia può avere ripercussioni sulla nostra vita, e sopratutto come molte delle scelte che vengono fatte nell'occidente influiscono sulla vita di quelle persone, compreso sulla scelta di molti di loro di prendere la via dell'emigrazione.

Allora partiamo dai ragionamenti razionali, provando a vedere le connessioni che vi sono fra migrazioni, tematiche dello sviluppo, tematiche ambientali e impegni dell'occidente.

1) Uno dei dati incontrovertibili è come i fenomeni migratori siano destinati a crescere, e non per i successi delle politiche economiche occidentali, che generano una prosperità che attira i poveri del mondo (quello che viene definito il pull factor) ma per gli insuccessi delle politiche occidentali laddove si relazionano ai paesi in via di sviluppo. E non si tratta solo di politiche di cooperazione, dove la lista delle promesse mancate è lunghissima, ma nel meccanismo di sviluppo dell'occidente che ha creato diseconomie per i paesi in via di sviluppo.

La vulgata dice che i paesi che sono rimasti al palo lo sono rimasti perchè guidati da autocrati e corrotti, ed è una analisi giusta, tuttavia meno si dice di come per un mondo interessato a mantenere bassi i prezzi delle materie prime, l'esistenza di autocrati e corrotti, e con un buon controllo del territorio, è spesso il prezzo da pagare per evitare che paesi ricchi di queste risorse acquisiscano anche il controllo dei prezzi delle loro risorse.

Insomma, la povertà del sud dice molto su di noi e sul nostro modello di sviluppo economico. Un modello di sviluppo economico che peraltro ha conseguenze negative anche sulla nostra qualità di vita.

Non si tratta quindi di farlo solo per "loro", si tratta di farlo anche per noi.

Questo diventa evidente quando parliamo di ambiente, e questo sarà particolarmente evidente nei prossimi mesi mano mano che ci avvicineremo alla conferenza dell'ONU di Copenhagen sul riscaldamento globale.

Una conferenza di cui poco si parla in Italia, un po' per una certa incapacità del sistema informativo a guardare a temi che travalicano i confini, un po' forse per l'imbarazzo derivante dal fatto che l'Italia è fra i paesi che meno ha fatto per rispettare gli impegni di Kyoto, un pò probabilmente per il fatto che il nostro paese è ben fornito di "negazionisti del riscaldamento globale" e come molti di questi abbiano responsabilità di governo e siano in grado di dettare l'agenda informativa.

2) E tuttavia i disastri ambientali sono un formidabile push factor: è diventato infatti sempre più evidente come gli squilibri conseguenti al fattore serra stiano colpendo in misura assai maggiore e precoce i paesi della fascia equatoriali, soggetta a regimi di pioggie torrenziali e cicli aridi con una successione e dinamiche cui quei paesi non erano abituati e peri quali non vi sono risposte nelle pratiche millenarie di quelle agricolture di sussistenza.

Ne tanto meno le economie di quei paesi sono preparate a sostenere l'impatto delle povertà di natura ambientale. E' possibile che nessuno dei clandestini africani che arrivano da noi sia direttamente un "profugo ambientale" ma è assai probabile che il mancato sviluppo del suo paese e le mancate opportunità conseguenti abbiano una derivazione di tipo ambientale. E' il caso del conflitto nel Darfur, e' il caso delle dinamiche nel corno d'Africa.

C'e' da chiedersi ad esempio quale futuro potrà avere un giovane del Chad, che è il settimo Paese più povero al mondo, dove l’80% dei suoi 9 milioni di abitanti vive sotto la soglia della poverta con meno di un dollaro al giorno. Il Chad ha visto il lago da cui prende il nome ridursi ad una pozzanghere (e' passato dai 28,000 kmq di estensione del '800 ai 1500kmq di oggi.

Il paese accoglie oggi oltre 270.000 rifugiati, in maggioranza provenienti dal Darfur e in parte dalla Repubblica Centro Africana, e assiste oltre 180.000 sfollati interni. Ed il conflitto del Darfur è stato definito il primo conflitto dovuto all'effetto serra perchè ha visto un tema antico, lo scontro fra civilta stanziali e civiltà pastorali per l'uso della terra, avvenire in un contesto di progressiva desertificazione.

3) La gravità delle modificazioni introdotte dalle mutazioni climatiche è sempre più evidente: non siamo più infatti alle lamentele sulle mezze stagioni scomparse ma ad una ben più concreta analisi con conseguente strategia, predisposta e discussa in consessi internazionali di altissimo livello, e che prevede impegni specifici da parte di tutti i paesi per la riduzione dei gas serra.

Per essere più specifici: l'impegno è impedire un aumento della temperatura globale di due gradi, soglia oltre cui si stima che i mutamenti sarebbero probabilmente irreversibili, mediante una riduzione delle emissioni dannose che riporti la terra alle condizioni del 1990.

Il dato significativo è che perchè questo obbiettivo sia raggiunto occorre che tutti i paesi concorrano: per essere chiari, se anche i paesi sviluppati rispettassero i loro impegni (e non li stanno rispettando), senza un analogo impegno dei paesi in via di sviluppo, gli obbiettivi di riduzione delle emissioni globali non verrebbero raggiunti.

Con un danno per tutti, sia per chi già vive nelle zone più fragili del pianeta, che per chi invece ancora si accorge dei mutamenti climatici per una solo per la sempre più rapida successione di fenomeni atmosferici inusuali poco promettenti per il futuro.

E tuttavia alcuni dati sono certi:

76% delle emmissioni già presenti nell'atmosfera sono responsabilità dell'occidente

un australiano immette nell'atmosfera 5 volte più di un cinese, un canadese 13 volte più di un indiano.

100 paesi in via di sviluppo, con una popolazione di un miliardo di persone è responsabile del 3% dell'effetto serra.

I paesi sviluppati hanno più risorse GDP procapite, ad esempio gli Stati Uniti hanno un GDP che è 10 volte quello cinese e 19 quello Indiano.

Questo a dire che le risorse per salvare la terra stanno prima di tutto da questa parte dell'emisfero, così come le responsabilità per i danni....

O meglio:

se i paesi in via di sviluppo intraprendono una strada simile alla nostra, i disastri ambientali saranno analoghi.

Se non si sviluppano ci sarà un inesorabile esodo verso il nord del mondo.

Per svilupparsi in modo rispettoso dell'ambiente occorrono tecnologie e risorse di cui non dispongono e che invece sono patrimonio dell'occidente...

Ed allora si ritorna al punto di partenza evidenziato dalle citazioni: abbiamo un imperativo a guardare al mondo, un imperativo che non nasce dalla pur nobile voglia di fare del bene, ma dalla circostanza che è il nostro futuro ad essere in gioco. Ed è per questo che è indispensabile sottolineare come l'Italia non stia facendo la sua parte.

3.7.09

Comunità internazionale e diritti umani

Con l'irruzione nelle nostre case delle immagini delle manifestazioni iraniane, ancora una volta si sono sentiti gli appelli alla comunità internazionale, perchè intervenisse per impedire le violazioni dei diritti umani rese evidenti dalle immagini che televisioni, social network e giornali, ci proponevano.

Credo che l'indignazione sia legittima, e assolutamente doveroso fare il possibile per dimostrare la solidarietà con i manifestanti, e tuttavia occorre anche essere in grado di sfuggire ai pericoli nascosti dietro ad alcuni di quei appelli.

La prima questione: la comunità internazionale. E' un concetto piuttosto astratto che nella testa di troppi nasconde invece una idea abbastanza concreta riassumibile nel sistema di valori e pratiche proprie dell'occidente. A mio avviso la solidarietà è invece tanto più utile quanto più cerca di capire i valori e le aspettative dei soggetti di cui stiamo parlando.

Valori che a volte possono essere radicalmente diversi dai nostri.

Insomma non solidarizzare con gli iraniani in piazza perchè usano social network e telefonini come noi, e quindi ci somigliano, ma perchè vogliono dire la loro nel loro paese come noi vogliamo dire nel nostro.

Ma questo rimanda al secondo tema, ancora più rilevante quello del sistema di obblighi connesso alla applicazione del principio della difesa dei diritti umani. Il concetto di diritti umani è un concetto che ha conosciuto nella storia passaggi cruciali, culminati probabilmente nella dichiarazione universale dei diritti dell uomo del 1948, e tuttavia quella dichiarazione non ha messo la parola fine al percorso per la costruzione di un sistema di difese dei diritti dell'uomo.

In realtà la individuazione di una serie di principi condivisi da tutti i sistemi politici ed a tutte le latitudini ha costituito solo il primo passo per il loro riconoscimento.

E' infatti innegabile che per consentire il riconoscimento di diritti sono necessari sistemi giuridici e di organizzazione statale adeguati, e la storia ci dice che questo spesso non è il caso, sopratutto laddove a violare i diritti sono gli stessi soggetti che dovrebberlo difenderli.

In sostanza abbiamo una dichiarazione universale scritta da un consesso di stati, un sistema di convenzioni ratificate dagli stati nazionali, che dovrebbe garantire il rispetto di quei principi, degli organismi che vigilano sui principi più rilevanti (l'ultimo è il trattato istitutivo della corte penale internazionale), e tuttavia il sistema di protezioni ha un percorso assai più accidentato quando entra nei confini interni degli stati nazionali.

Nel corso degli anni si sono cercate soluzioni al dilemma, con definizioni quali quella dell'interventismo umanitario, obbligo alla protezione, polizia internazionale, e tuttavia non si può dire che queste siano state soddisfacenti. Anzi, a volta le cose sono andate peggio.

Il problema è che il sistema dei diritti universali regge solo se incorpora anche una sua dimensione locale, se è in grado di avere una sua declinazione locale. Se, per dirla con le parole di un leader iraniano in esilio, i ragazzi di Teheran sentono che lottano per i loro diritti e non per gli interessi della comunità internazionale...

Nel caso iraniano, ad evidenziare questa distanza fra dimensione universale e dimensione locala, una cosa che mi ha colpito di alcuni commentatori delle vicende iraniane, era che sottolineassero come il contrasto fosse tutto interno ad una teocrazia che si conosce da anni, a sottointendere come non fosse lecito aspettarsi molto.

E' un commento giusto se riteniamo che la forma con cui noi decliniamo la democrazia sia l'unica possibile, ma diventa profondamente sbagliata se invece pensiamo che i ragazzi che urlano alla notte "Allah e' grande", che chiedono dove sia finito il loro voto, che manifestano la loro volontà di essere protagonisti della vita del loro paese con tanti modi diversi, dalla documentazione dei blog ai messaggi sui social network, siano il segnale della presenza di una società che si ritiene titolare di diritti, quei diritti scritti nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Siano in sostanza il segnale della presenza della condizione necessaria per una declinazione locale del tema dei diritti.

Il nostro compito è saper leggere ed interagire con questi fenomeni, magari sarà più difficile che cullarci nelle nostre certezze e proteggerci coi nostri schemi mentali, ma sicuramente sarà molto più interessante ed utile.