Viaggiare di notte, qualsiasi sia il mezzo di trasporto, ha sempre un fascino particolare per quello che ci dice la luce. Un vicolo male illuminato ci dirà qualche cosa su quel quartiere, così come non ci stupirà di vedere le luci perennemente accese di qualche arteria particolarmente importante
J. Vernon Henderson, Adam Storeygard e David N. Weil, professori dell'università di Brown hanno proposto di usare l'illuminazione fotografata dai satelliti come parametro per misurare lo sviluppo ed hanno realizzato questa immagine.
Mi ricorda molto anche un'altra immagine, quella che provava a misurare lo sviluppo di internet mediante la densità dei contatti facebook.
25.1.11
24.1.11
Quant'è grande l'Africa
Non so se lo chiamano ancora "Il piccolo stato sul mar Rosso"', ma quello era uno dei sinonimi che usavano le agenzie di stampa internazionali quando dovevano parlare dell'Eritrea nel periodo in cui abitavo da quelle parti. E del resto come definire altrimenti un paesello di tre milioni e mezzo di abitanti, schiacciato fra Sudan ed Etiopia: e tutti vediamo bene sulla carta quanto sono grandi il Sudan e l'Etiopia in Africa.
Poi andiamo a guardare la lista del 232 stati del pianeta e scopriamo che il "piccolo stato sul mar Rosso" è al 100esimo posto in classifica, prima di paesi che non ci sogneremo mai di definire "piccoli stati" come la Bulgaria, o l'Ungheria o l'Austria.
E' ovviamente un problema di percezione, perché mettiamo in relazione due stati confinanti e definiamo uno in relazione all'altro. Una operazione che spesso conduciamo quando osserviamo la mappa dell'Africa, magari chiedendoci il perché di tutti quegli stati indipendenti (fra non molto saranno 54 con il Sud Sudan che ha votato da poco per distaccarsi dal Nord Sudan).
Ma se ci facciamo queste considerazioni, magari lamentandoci della complessità dei problemi di un continente che vediamo come un unico soggetto, purtroppo non facciamo la stessa operazione per definirci in relazione a quel continente. Perché sarebbe sicuramente una sorpresa scoprire quanto piccoli siano i nostri paesi rispetto al continente africano.
Qualche tempo fa un artista ha prodotto una carta dell'continente inserendovi le sagome alcuni paesi del mondo, quelli che noi consideriamo grandi, per farci vedere cosa sono rispetto all'Africa.
Magari aiuterà a mettere una volta per tutte il continente sulla nostra mappa politica, e questa volta con le dimensioni appropriate.
Poi andiamo a guardare la lista del 232 stati del pianeta e scopriamo che il "piccolo stato sul mar Rosso" è al 100esimo posto in classifica, prima di paesi che non ci sogneremo mai di definire "piccoli stati" come la Bulgaria, o l'Ungheria o l'Austria.
E' ovviamente un problema di percezione, perché mettiamo in relazione due stati confinanti e definiamo uno in relazione all'altro. Una operazione che spesso conduciamo quando osserviamo la mappa dell'Africa, magari chiedendoci il perché di tutti quegli stati indipendenti (fra non molto saranno 54 con il Sud Sudan che ha votato da poco per distaccarsi dal Nord Sudan).
Ma se ci facciamo queste considerazioni, magari lamentandoci della complessità dei problemi di un continente che vediamo come un unico soggetto, purtroppo non facciamo la stessa operazione per definirci in relazione a quel continente. Perché sarebbe sicuramente una sorpresa scoprire quanto piccoli siano i nostri paesi rispetto al continente africano.
Qualche tempo fa un artista ha prodotto una carta dell'continente inserendovi le sagome alcuni paesi del mondo, quelli che noi consideriamo grandi, per farci vedere cosa sono rispetto all'Africa.
Magari aiuterà a mettere una volta per tutte il continente sulla nostra mappa politica, e questa volta con le dimensioni appropriate.
23.1.11
Distanze
Tanto per mettere le cose nella giusta prospettiva:
In linea d'aria Tunisi dista da Palermo 300 Km, Tirana dista da Bari 250 Km, Firenze dista da Roma 230 km e Bologna 320 km.
In linea d'aria Tunisi dista da Palermo 300 Km, Tirana dista da Bari 250 Km, Firenze dista da Roma 230 km e Bologna 320 km.
22.1.11
Il Pane e la borsa di Chicago
La fuga di Ben Alì dalla Tunisia che aveva governato per molti anni ha suscitato qualche allarme nelle cancellerie occidentali.
La rivolta del pane in Tunisia, così almeno è stata definita dai media, ha suscitato sicuramente molto più scalpore ad esempio di analoghi tumulti avvenuti in altre parti del mondo, quali i disordini in Mozambico nel settembre 2010.
Certo pesa la vicinanza con l'Europa, così come colpisce il fatto che la rivolta sia scoppiata in un paese che in tutto lo scacchiere arabo pareva essere il più tranquillo e dove, rispetto alla vicina Algeria, avevano avuto minor presa i movimenti fondamentalisti nel paese (nonostante qualche episodio negli anni 80 represso con pugno di ferro).
E sicuramente alla guida della cacciata di Ben Alì non ci sono gruppi fondamentalisti, anche se sono stati rapidi ad intervenire ed esprimere il loro appoggio.
Ad alimentare le rivolte sono i contraccolpi della crisi economica che incide a Tunisi come a Jakarta, a Maputo come a Città del Messico. Ed è abbastanza evidente che se una crisi colpisce duramente l'occidente, avrà conseguenze disastrose per gli strati più poveri dei paesi più poveri.
Questa la diagnosi in soldoni, eppure ci sono delle cose che non tornano e che invece andrebbero evidenziate, non con la pretesa di fornire soluzioni ma almeno per individuare meglio la malattia.
Le cause della crisi hanno ben poco a che vedere con comportamente dei paesi in via di sviluppo, non vengono da li infatti i banchieri che hanno promosso i mutui sub prime, eppure gli strumenti adottati per contrastarla hanno colpito duramente quei paesi.
In primo luogo gli aiuti diretti sono calati drammaticamente o hanno cambiato natura: e' di qualche mese fa un rapporto del fondo monetario che faceva notare come ad esempio molti degli impegni di aiuto erano passati da dono a credito agevolato, creando le premesse per una nuova trappola del debito dei Paesi in via di sviluppo se quelle economie non si irrobustiscono.
Certo, almeno per l'Africa qualche buona notizia ci sarebbe, se è vero che, almeno a giudicare dai dati più recenti, sono le economie africane ad avere le crescite percentuali migliori (ma partivano da molto indietro). E tuttavia le rivolte di questi mesi ci segnalano che è possibile che cresca il gdp, ma è certo che i benefici non sono equamente distribuiti.
Ma la crisi del 2008 ha un secondo riflesso negativo sui paesi in via di sviluppo e che dimostra ancora una volta, se ancora ce ne fosse stato bisogno, come i meccanismi autoregolatori del libero mercato lascino parecchio da desiderare: non si spiegherebbe altrimenti perché con tre annate agrarie strepitose in molte parti del mondo ed in particolare in Africa, i prezzi delle granaglie continuino a salire, per superare quelli del 2008 che avevano portato a disordini in molte città del terzo mondo.
Certo ci sono stati gli incendi russi, e le alluvioni australiane a creare tensioni sui prezzi, ma sono motivazioni che non sono sufficenti, ne basta additare a responsabile la produzione di biofuel, anche questa una possibile causa di tensione, no, c'è dell'altro: i prezzi delle granaglie crescono per gli stessi motivi per cui il costo di un'oncia d'oro ha raggiunto quotazioni impensabili solo pochi anni fa, e stesso dicasi per tantissime materie prime.
Con il sostanziale azzeramento del rendimeno dei titoli di stato Usa e l'immissione di liquidità nel sistema economico americano resa necessaria per affrontare la crisi, tantissimi capitali precedentemente impiegati sui titoli Usa sono stati impiegati altrove. Le materie prime sono un ottimo investimento in tempi di crisi finanziaria e quando pure il mattone delude.
Solo che alcune materie prime si mangiano, ed in alcuni paesi sono i consumi alimentari primari sono la componente maggiore della struttura dei consumi. Insomma i risultati di oculate strategie di investimenti o "copertura" come si dice in gergo, sono ben visibili nelle strade di Tunisi, e aggiungo che il più grande importatore di grano del mondo è l'Egitto che destina una parte significativa delle sue importazioni a beneficio della produzione di pane a prezzo calmierato. Immaginiamoci cosa potrebbe accadere se quel programma non fosse più sostenibile.
Quel che è importante notare è che i meccanismi che portano all'aumento dei prezzi delle granaglie non sono la conseguenza di un complotto di un gruppo di speculatori, come ogni tanto viene scritto; delle mele marce che rovinano le persone per bene, anche se ovviamente la finanza ha una discreta dose di speculatori e canaglie: no, è proprio il meccanismo che produce ingiustizie. E le produce a pochi km dalle nostre coste.
Non sono sicuro che l'opinione pubblica italiana si renda conto delle implicazioni, ma sarà opportuno notare come nel mese di Gennaio ci siano stati scontri e morti in due paesi a noi dirimpettai (Albania e Tunisia), certo le motivazioni ed anche i percorsi scelti sono radicalmente diversi, eppure una cosa dovrebbe essere chiara: rimanere indifferenti oltre che ingiusto potrebbe essere anche pericoloso.
La rivolta del pane in Tunisia, così almeno è stata definita dai media, ha suscitato sicuramente molto più scalpore ad esempio di analoghi tumulti avvenuti in altre parti del mondo, quali i disordini in Mozambico nel settembre 2010.
Certo pesa la vicinanza con l'Europa, così come colpisce il fatto che la rivolta sia scoppiata in un paese che in tutto lo scacchiere arabo pareva essere il più tranquillo e dove, rispetto alla vicina Algeria, avevano avuto minor presa i movimenti fondamentalisti nel paese (nonostante qualche episodio negli anni 80 represso con pugno di ferro).
E sicuramente alla guida della cacciata di Ben Alì non ci sono gruppi fondamentalisti, anche se sono stati rapidi ad intervenire ed esprimere il loro appoggio.
Ad alimentare le rivolte sono i contraccolpi della crisi economica che incide a Tunisi come a Jakarta, a Maputo come a Città del Messico. Ed è abbastanza evidente che se una crisi colpisce duramente l'occidente, avrà conseguenze disastrose per gli strati più poveri dei paesi più poveri.
Questa la diagnosi in soldoni, eppure ci sono delle cose che non tornano e che invece andrebbero evidenziate, non con la pretesa di fornire soluzioni ma almeno per individuare meglio la malattia.
Le cause della crisi hanno ben poco a che vedere con comportamente dei paesi in via di sviluppo, non vengono da li infatti i banchieri che hanno promosso i mutui sub prime, eppure gli strumenti adottati per contrastarla hanno colpito duramente quei paesi.
In primo luogo gli aiuti diretti sono calati drammaticamente o hanno cambiato natura: e' di qualche mese fa un rapporto del fondo monetario che faceva notare come ad esempio molti degli impegni di aiuto erano passati da dono a credito agevolato, creando le premesse per una nuova trappola del debito dei Paesi in via di sviluppo se quelle economie non si irrobustiscono.
Certo, almeno per l'Africa qualche buona notizia ci sarebbe, se è vero che, almeno a giudicare dai dati più recenti, sono le economie africane ad avere le crescite percentuali migliori (ma partivano da molto indietro). E tuttavia le rivolte di questi mesi ci segnalano che è possibile che cresca il gdp, ma è certo che i benefici non sono equamente distribuiti.
Ma la crisi del 2008 ha un secondo riflesso negativo sui paesi in via di sviluppo e che dimostra ancora una volta, se ancora ce ne fosse stato bisogno, come i meccanismi autoregolatori del libero mercato lascino parecchio da desiderare: non si spiegherebbe altrimenti perché con tre annate agrarie strepitose in molte parti del mondo ed in particolare in Africa, i prezzi delle granaglie continuino a salire, per superare quelli del 2008 che avevano portato a disordini in molte città del terzo mondo.
Certo ci sono stati gli incendi russi, e le alluvioni australiane a creare tensioni sui prezzi, ma sono motivazioni che non sono sufficenti, ne basta additare a responsabile la produzione di biofuel, anche questa una possibile causa di tensione, no, c'è dell'altro: i prezzi delle granaglie crescono per gli stessi motivi per cui il costo di un'oncia d'oro ha raggiunto quotazioni impensabili solo pochi anni fa, e stesso dicasi per tantissime materie prime.
Con il sostanziale azzeramento del rendimeno dei titoli di stato Usa e l'immissione di liquidità nel sistema economico americano resa necessaria per affrontare la crisi, tantissimi capitali precedentemente impiegati sui titoli Usa sono stati impiegati altrove. Le materie prime sono un ottimo investimento in tempi di crisi finanziaria e quando pure il mattone delude.
Solo che alcune materie prime si mangiano, ed in alcuni paesi sono i consumi alimentari primari sono la componente maggiore della struttura dei consumi. Insomma i risultati di oculate strategie di investimenti o "copertura" come si dice in gergo, sono ben visibili nelle strade di Tunisi, e aggiungo che il più grande importatore di grano del mondo è l'Egitto che destina una parte significativa delle sue importazioni a beneficio della produzione di pane a prezzo calmierato. Immaginiamoci cosa potrebbe accadere se quel programma non fosse più sostenibile.
Quel che è importante notare è che i meccanismi che portano all'aumento dei prezzi delle granaglie non sono la conseguenza di un complotto di un gruppo di speculatori, come ogni tanto viene scritto; delle mele marce che rovinano le persone per bene, anche se ovviamente la finanza ha una discreta dose di speculatori e canaglie: no, è proprio il meccanismo che produce ingiustizie. E le produce a pochi km dalle nostre coste.
Non sono sicuro che l'opinione pubblica italiana si renda conto delle implicazioni, ma sarà opportuno notare come nel mese di Gennaio ci siano stati scontri e morti in due paesi a noi dirimpettai (Albania e Tunisia), certo le motivazioni ed anche i percorsi scelti sono radicalmente diversi, eppure una cosa dovrebbe essere chiara: rimanere indifferenti oltre che ingiusto potrebbe essere anche pericoloso.
21.1.11
Post
Scrivere può essere una passione, oppure un lavoro. Qui è la necessità di fermare ed ordinare idee e pensieri "senza fissa dimora".
Mi è sempre piaciuto raccontare. Nel racconto trovo il modo di organizzare pensieri, opinioni, ricordi e impressioni.
Certo non è una operazione facile, spesso i pensieri sono affastellati come su una scrivania ben disordinata e con solo un criterio di ordine: le cose si mettono o nella cartella "varie" o in quella "miscellanea", quando non si tengono bene in evidenza davanti agli occhi assieme alle altre decine di cose con cui condividono solo il fatto di essere, per qualche motivo, al momento rilevanti.
Il racconto serve a distillare questi materiali, anche se c'è sempre il rischio di perdersi nel meandro di incisi, subordinate e divagazioni varie che costituiscono il pane quotidiano del discorso di chi pensa ad alta voce.
Non è la prima volta che provo a tenere un blog, ma è la prima volta che lo faccio rendendolo accessibile a chiunque cerchi in rete qualche infomazione su di me. E visto che c'ero, ho messo on line anche alcune delle vecchie cose scritte nel tempo.
Mi è sempre piaciuto raccontare. Nel racconto trovo il modo di organizzare pensieri, opinioni, ricordi e impressioni.
Certo non è una operazione facile, spesso i pensieri sono affastellati come su una scrivania ben disordinata e con solo un criterio di ordine: le cose si mettono o nella cartella "varie" o in quella "miscellanea", quando non si tengono bene in evidenza davanti agli occhi assieme alle altre decine di cose con cui condividono solo il fatto di essere, per qualche motivo, al momento rilevanti.
Il racconto serve a distillare questi materiali, anche se c'è sempre il rischio di perdersi nel meandro di incisi, subordinate e divagazioni varie che costituiscono il pane quotidiano del discorso di chi pensa ad alta voce.
Non è la prima volta che provo a tenere un blog, ma è la prima volta che lo faccio rendendolo accessibile a chiunque cerchi in rete qualche infomazione su di me. E visto che c'ero, ho messo on line anche alcune delle vecchie cose scritte nel tempo.
10.1.11
A proposito di uno spot sul sostegno a distanza.
Qualche anno fa stavo accompagnando una delegazione di sindacalisti del sindacato dei pensionati in un remotissimo villaggio africano. Il gruppo, che aveva finanziato in quel paese un bell'intervento grazie al quale era stato realizzato un asilo, stava visitando altre zone del paese ospite dell'amministrazione della regione.
Nel villaggio venimmo accolti con balli e canti e ci venne offerto nella capanna del capovillaggo un pranzo tipico della ospitalità del paese. Alla fine del pranzo, dopo i discorsi ufficiali, entrò una deliziosa bambinetta vestita di bianco con un mazzo di fiori (finti).
Ovviamente gli anziani ospiti, tutti con nipotini a casa, si intenerirono ed uno mi chiese di lasciare qualche cosa alla piccola. Dopo qualche consultazione con il mio collaboratore locale decidemmo per un contributo (per noi modesto) per l'educazione della bambina.
Passarono pochi minuti e si presentò, con nostro imbarazzo, un altro padre che spingeva in avanti sua figlia vestita di bianco e con fiori finti recuperati in tutta fretta non si sa da dove.
Mi sono chiesto nei giorni successivi quali dinamiche fossero nate in quel villaggio dopo quell'episodio, e ho cercato sempre di evitare in seguito che una cosa simile potesse accadere di nuovo.
Ma forse basterebbe domandarsi quale sarebbe la nostra reazione e come ci muoveremmo nella nostra comunità se ad un certo punto un benefattore sconosciuto, senza alcuna spiegazione ragionevole per la nostra cultura, decidesse di aiutare il figlio del nostro vicino di casa anziché il nostro.
Racconto questo episodio perché l'altro giorno su un canale tv ho visto uno spot della Campagna di comunicazione sul Sostegno a distanza promossa dal governo italiano.
Lo spot, molto semplice nella sua realizzazione, rifugge dall'uso dei vari effettacci che troppo spesso vengono utilizzati quando si parla di paesi in via di sviluppo. Insomma niente bambini con mosche che svolazzano o mamme disperate che trascinano via la prole dall'ennesima tragedia. Invece viene proposto uno schermo diviso a metà ed in ogni metà una persona in cammino, la prima è un bambino in un paese africano, l'altra è una donna in un paese europeo.
Alla fine una frase invita al sostegno a distanza per consentire a quel bambino di essere un adulto che poi sarà una risorsa per il suo paese.
E' uno spot che intende promuovere un'area della cooperazione allo sviluppo assai importante in quanto, almeno sul piano della diffusione sul territorio, è sovente la prima modalità con cui molti si mettono in relazione con i temi del sottosviluppo, costituendo spesso la cifra del nostro rapporto con quei temi.
L'episodio che racconto sopra invece ci dice che le cose non sono semplici. Le dinamiche provocate da questo tipo di intervento possono essere anche negative per lo sviluppo di una comunità, e non è un caso che molte delle organizzazioni che operano nel campo del sostegno a distanza preferiscono un approccio dove si sostengono le famiglie o ancor meglio le intere comunità.
Ma non vi è dubbio che il primo elemento del successo di una campagna di sostegno è l'immagine di un bambino, visto in foto, tanto che molte organizzazioni cercano di fornire a chi sostiene a distanza un resoconto aggiornato dei progressi del bambino, spesso accompagnato da foto e lettere varie.
Sgombro subito il campo da possibili malintesi. Dal punto di vista di chi decide di sostenere qualcuno a distanza la scelta sul piano morale è nobile. Sopratutto quando ad esempio, come spesso accade, praticata in alternativa alle ossessioni consumistiche contemporanee. E mi auguro che siano tanti i genitori che anziché l'ennesimo giocattolo al figlio hanno fatto vedere la ricevuta di pagamento per un sostegno a distanza, tanto per ricordare come quello che qua per un bambino a volte è un dovere fastidioso altrove può essere un lusso non sostenibile.
E devo pure aggiungere che molte delle organizzazioni specializzate in sostegno a distanza fanno un lavoro egregio, cercando di evitare al massimo sprechi e per assicurare che i fondi vadano a buon fine. E tuttavia vorrei soffermare la mia attenzione su alcuni aspetti.
Intanto la prima questione di carattere più generale e che riguarda il nostro rapporto con le tragedie: qual'è il meccanismo che porta ad emozionarci sopratutto per i bambini? La foto del bambino implorante, o felice per il sostegno ottenuto è quasi obbligatoria in qualsiasi operazione di raccolta fondi. Per non parlare delle foto dell'attore/attrice di turno in visita ad orfanotrofi o scuole dei paesi in via di sviluppo, ritratta con il suo bel bambino in braccio.
Varrebbe la pena di notare che questa attenzione a volte ossessiva per i figli degli altri non è molto razionale, non sarebbe infatti molto meglio sostenere le famiglie di quei bambini, dando loro le possibilità di lavorare ed educare i proprio figli in modo decoroso? Non è un caso ad esempio che molti dei migliori interventi di lotta al lavoro minorile promossi dal International Programme on the Elimination of Child Labour (IPEC) dell'organizzazione internazionale del lavoro, puntino proprio sul sostegno alle famiglie dei minori che lavorano. Un tema talmente importante questo che come già detto molte organizzazioni che lavorano sul sostegno, in realtà puntano a sostenere le comunità.
Tuttavia nella iconografia del sottosviluppo appaiono poco le famiglie, salvo nella versione "madre dolente" cui accennavo poc'anzi. Eppure in alcune parti del mondo, in Africa ad esempio, la famiglia allargata è una struttura della società che ha pesato e pesa tantissimo nel funzionamento delle comunità in tutti i suoi momenti. Dall'aiuto ai membri in difficoltà, all'assistenza dei piccoli rimasti orfani, alla raccolta di fondi per favorire lo studio (o l'emigrazione) dei membri con maggiori possibilità di "farcela".
Probabilmente ad influire sulla nostra propensione ad aiutare i bambini ci sono alcuni elementi piuttosto naturali ma non sempre positivi. La prima è l'identificazione: è abbastanza immediato per noi mettere a confronto quei bambini con i nostri figli o con i figli che vorremmo avere.
Il secondo aspetto è l'innocenza: nel nostro animo vorremmo sempre aiutare vittime innocenti, e la storia ci insegna che non sempre le vittime sono innocenti, anzi raramente nei conflitti esistono innocenti nel senso compiuto della parola. Ed allora meglio concentrarsi sui bambini, innocenti per definizione, nonostante l'età dell'infanzia sia anche età di crudeltà.
Ovviamente faremmo bene a riflettere su questa necessità di identificare sempre il "buono" ed il "cattivo" in una tragedia, perché invece la corresponsabilità dei protagonisti non le dovrebbe rendere meno pesanti. Ma è una discussione che ci porterebbe molto lontano.
Infine forse c'è la convinzione che con il nostro aiuto "loro" potranno essere come "noi", ambizione peraltro specularmente spesso presente in quelle parti del mondo, dove l'ambizione di "divenire come loro" è stato uno dei motivi evidenti nelle aspirazioni delle classi subalterne e/o nelle popolazioni colonizzate.
Ed è evidente quanto più facile sia questo processo di assimilazione se parte presto, insomma farli andare a scuola prima che perdano l'innocenza, vivendo in luoghi che sono per noi degli autentici buchi neri, di cui magari sospettiamo i vizi peggiori senza intuirne minimamente le virtù.
Ovviamente non credo che quando mettiamo le mani al portafoglio per inviare l'aiuto a qualcuno, per aiutarlo a frequentare una scuola, i cui programmi saranno probabilmente mutuati su quelli delle scuole occidentali, stiamo coscientemente compiendo una operazione di colonialismo culturale. Penso invece che probabilmente pensiamo che il progresso di quel bambino deriverà dal fatto che lo renderemo più simile a nostro figlio.
Il paradosso è che quelli che sosteniamo da piccoli trascuriamo quando in età adulta arrivano da noi, come ebbe a scrivere in una bella poesia Adriano Sofri all'indomani dei fatti di Rosarno del gennaio 2010 in cui in una parte non a caso accenna al sostegno a distanza:
"Rileggete i vostri saggetti sul Problema
Voi che adottate a distanza
Di sicurezza, in Congo, in Guatemala,
E scrivete al calduccio, né di qua né di là,
Né bontà, roba da Caritas, né
Brutalità, roba da affari interni,
Tiepidi, come una berretta da notte,
E distogliete gli occhi da questa
Che non è una donna
Da questo che non è un uomo
Che non ha una donna
E i figli, se ha figli, sono distanti,
E pregate di nuovo che i vostri nati
Non torcano il viso da voi."
(frammento da “E ora considerate se questo è un uomo" di ADRIANO SOFRI)
Il problema è che abbiamo difficoltà a pensare in termini di moltitudini, insomma siamo capaci di preoccuparci, di provare compassione e di motivarci all’aiuto più per un individuo singolo che per un gruppo o una massa di persone, per cui il singolo bambino da "salvare" ci commuove, il contesto in cui vive rischia di lasciarci indifferente, sopratutto se lontano e sconosciuto, Madre Tersa di Calcutta diceva: “se guardo alla massa non agirò mai, se guardo a uno solo, potrò farlo”.
Gli psicologi sostengono che questo deriva dal fatto che la nostra sfera emotivo/affettiva è costruita per affrontare rapidamente problemi che un tempo potevano essere di vita o di morte, quali appunto valutare se la persona che avevi di fronte fosse amica o un nemico/pericolo. Una sfera emotiva dove fra l'altro un forte peso hanno le immagini, a differenza della sfera razionale dove invece prevalgono processi logico-verbali più lenti.
Ci troviamo quindi di fronte ad una sfida quasi impossibile, perché senza la capacità di creare empatia con parti del mondo e sistemi culturali diversi e lontani, la cooperazione rischierà sempre di oscillare fra carità, a volte pelosa e materia per idealisti talvolta disadattati, perdendo le grandi opportunità che invece possono nascere dall'incontro e scambio di culture.
Nel villaggio venimmo accolti con balli e canti e ci venne offerto nella capanna del capovillaggo un pranzo tipico della ospitalità del paese. Alla fine del pranzo, dopo i discorsi ufficiali, entrò una deliziosa bambinetta vestita di bianco con un mazzo di fiori (finti).
Ovviamente gli anziani ospiti, tutti con nipotini a casa, si intenerirono ed uno mi chiese di lasciare qualche cosa alla piccola. Dopo qualche consultazione con il mio collaboratore locale decidemmo per un contributo (per noi modesto) per l'educazione della bambina.
Passarono pochi minuti e si presentò, con nostro imbarazzo, un altro padre che spingeva in avanti sua figlia vestita di bianco e con fiori finti recuperati in tutta fretta non si sa da dove.
Mi sono chiesto nei giorni successivi quali dinamiche fossero nate in quel villaggio dopo quell'episodio, e ho cercato sempre di evitare in seguito che una cosa simile potesse accadere di nuovo.
Ma forse basterebbe domandarsi quale sarebbe la nostra reazione e come ci muoveremmo nella nostra comunità se ad un certo punto un benefattore sconosciuto, senza alcuna spiegazione ragionevole per la nostra cultura, decidesse di aiutare il figlio del nostro vicino di casa anziché il nostro.
Racconto questo episodio perché l'altro giorno su un canale tv ho visto uno spot della Campagna di comunicazione sul Sostegno a distanza promossa dal governo italiano.
Lo spot, molto semplice nella sua realizzazione, rifugge dall'uso dei vari effettacci che troppo spesso vengono utilizzati quando si parla di paesi in via di sviluppo. Insomma niente bambini con mosche che svolazzano o mamme disperate che trascinano via la prole dall'ennesima tragedia. Invece viene proposto uno schermo diviso a metà ed in ogni metà una persona in cammino, la prima è un bambino in un paese africano, l'altra è una donna in un paese europeo.
Alla fine una frase invita al sostegno a distanza per consentire a quel bambino di essere un adulto che poi sarà una risorsa per il suo paese.
E' uno spot che intende promuovere un'area della cooperazione allo sviluppo assai importante in quanto, almeno sul piano della diffusione sul territorio, è sovente la prima modalità con cui molti si mettono in relazione con i temi del sottosviluppo, costituendo spesso la cifra del nostro rapporto con quei temi.
L'episodio che racconto sopra invece ci dice che le cose non sono semplici. Le dinamiche provocate da questo tipo di intervento possono essere anche negative per lo sviluppo di una comunità, e non è un caso che molte delle organizzazioni che operano nel campo del sostegno a distanza preferiscono un approccio dove si sostengono le famiglie o ancor meglio le intere comunità.
Ma non vi è dubbio che il primo elemento del successo di una campagna di sostegno è l'immagine di un bambino, visto in foto, tanto che molte organizzazioni cercano di fornire a chi sostiene a distanza un resoconto aggiornato dei progressi del bambino, spesso accompagnato da foto e lettere varie.
Sgombro subito il campo da possibili malintesi. Dal punto di vista di chi decide di sostenere qualcuno a distanza la scelta sul piano morale è nobile. Sopratutto quando ad esempio, come spesso accade, praticata in alternativa alle ossessioni consumistiche contemporanee. E mi auguro che siano tanti i genitori che anziché l'ennesimo giocattolo al figlio hanno fatto vedere la ricevuta di pagamento per un sostegno a distanza, tanto per ricordare come quello che qua per un bambino a volte è un dovere fastidioso altrove può essere un lusso non sostenibile.
E devo pure aggiungere che molte delle organizzazioni specializzate in sostegno a distanza fanno un lavoro egregio, cercando di evitare al massimo sprechi e per assicurare che i fondi vadano a buon fine. E tuttavia vorrei soffermare la mia attenzione su alcuni aspetti.
Intanto la prima questione di carattere più generale e che riguarda il nostro rapporto con le tragedie: qual'è il meccanismo che porta ad emozionarci sopratutto per i bambini? La foto del bambino implorante, o felice per il sostegno ottenuto è quasi obbligatoria in qualsiasi operazione di raccolta fondi. Per non parlare delle foto dell'attore/attrice di turno in visita ad orfanotrofi o scuole dei paesi in via di sviluppo, ritratta con il suo bel bambino in braccio.
Varrebbe la pena di notare che questa attenzione a volte ossessiva per i figli degli altri non è molto razionale, non sarebbe infatti molto meglio sostenere le famiglie di quei bambini, dando loro le possibilità di lavorare ed educare i proprio figli in modo decoroso? Non è un caso ad esempio che molti dei migliori interventi di lotta al lavoro minorile promossi dal International Programme on the Elimination of Child Labour (IPEC) dell'organizzazione internazionale del lavoro, puntino proprio sul sostegno alle famiglie dei minori che lavorano. Un tema talmente importante questo che come già detto molte organizzazioni che lavorano sul sostegno, in realtà puntano a sostenere le comunità.
Tuttavia nella iconografia del sottosviluppo appaiono poco le famiglie, salvo nella versione "madre dolente" cui accennavo poc'anzi. Eppure in alcune parti del mondo, in Africa ad esempio, la famiglia allargata è una struttura della società che ha pesato e pesa tantissimo nel funzionamento delle comunità in tutti i suoi momenti. Dall'aiuto ai membri in difficoltà, all'assistenza dei piccoli rimasti orfani, alla raccolta di fondi per favorire lo studio (o l'emigrazione) dei membri con maggiori possibilità di "farcela".
Probabilmente ad influire sulla nostra propensione ad aiutare i bambini ci sono alcuni elementi piuttosto naturali ma non sempre positivi. La prima è l'identificazione: è abbastanza immediato per noi mettere a confronto quei bambini con i nostri figli o con i figli che vorremmo avere.
Il secondo aspetto è l'innocenza: nel nostro animo vorremmo sempre aiutare vittime innocenti, e la storia ci insegna che non sempre le vittime sono innocenti, anzi raramente nei conflitti esistono innocenti nel senso compiuto della parola. Ed allora meglio concentrarsi sui bambini, innocenti per definizione, nonostante l'età dell'infanzia sia anche età di crudeltà.
Ovviamente faremmo bene a riflettere su questa necessità di identificare sempre il "buono" ed il "cattivo" in una tragedia, perché invece la corresponsabilità dei protagonisti non le dovrebbe rendere meno pesanti. Ma è una discussione che ci porterebbe molto lontano.
Infine forse c'è la convinzione che con il nostro aiuto "loro" potranno essere come "noi", ambizione peraltro specularmente spesso presente in quelle parti del mondo, dove l'ambizione di "divenire come loro" è stato uno dei motivi evidenti nelle aspirazioni delle classi subalterne e/o nelle popolazioni colonizzate.
Ed è evidente quanto più facile sia questo processo di assimilazione se parte presto, insomma farli andare a scuola prima che perdano l'innocenza, vivendo in luoghi che sono per noi degli autentici buchi neri, di cui magari sospettiamo i vizi peggiori senza intuirne minimamente le virtù.
Ovviamente non credo che quando mettiamo le mani al portafoglio per inviare l'aiuto a qualcuno, per aiutarlo a frequentare una scuola, i cui programmi saranno probabilmente mutuati su quelli delle scuole occidentali, stiamo coscientemente compiendo una operazione di colonialismo culturale. Penso invece che probabilmente pensiamo che il progresso di quel bambino deriverà dal fatto che lo renderemo più simile a nostro figlio.
Il paradosso è che quelli che sosteniamo da piccoli trascuriamo quando in età adulta arrivano da noi, come ebbe a scrivere in una bella poesia Adriano Sofri all'indomani dei fatti di Rosarno del gennaio 2010 in cui in una parte non a caso accenna al sostegno a distanza:
"Rileggete i vostri saggetti sul Problema
Voi che adottate a distanza
Di sicurezza, in Congo, in Guatemala,
E scrivete al calduccio, né di qua né di là,
Né bontà, roba da Caritas, né
Brutalità, roba da affari interni,
Tiepidi, come una berretta da notte,
E distogliete gli occhi da questa
Che non è una donna
Da questo che non è un uomo
Che non ha una donna
E i figli, se ha figli, sono distanti,
E pregate di nuovo che i vostri nati
Non torcano il viso da voi."
(frammento da “E ora considerate se questo è un uomo" di ADRIANO SOFRI)
Il problema è che abbiamo difficoltà a pensare in termini di moltitudini, insomma siamo capaci di preoccuparci, di provare compassione e di motivarci all’aiuto più per un individuo singolo che per un gruppo o una massa di persone, per cui il singolo bambino da "salvare" ci commuove, il contesto in cui vive rischia di lasciarci indifferente, sopratutto se lontano e sconosciuto, Madre Tersa di Calcutta diceva: “se guardo alla massa non agirò mai, se guardo a uno solo, potrò farlo”.
Gli psicologi sostengono che questo deriva dal fatto che la nostra sfera emotivo/affettiva è costruita per affrontare rapidamente problemi che un tempo potevano essere di vita o di morte, quali appunto valutare se la persona che avevi di fronte fosse amica o un nemico/pericolo. Una sfera emotiva dove fra l'altro un forte peso hanno le immagini, a differenza della sfera razionale dove invece prevalgono processi logico-verbali più lenti.
Ci troviamo quindi di fronte ad una sfida quasi impossibile, perché senza la capacità di creare empatia con parti del mondo e sistemi culturali diversi e lontani, la cooperazione rischierà sempre di oscillare fra carità, a volte pelosa e materia per idealisti talvolta disadattati, perdendo le grandi opportunità che invece possono nascere dall'incontro e scambio di culture.
5.1.11
Marchionne, sindacato e modernità
Le vicende della FIAT di queste settimane, come accade da decenni in Italia, hanno mobilitato commenti e prese di posizione di ogni genere, molte delle quali più che soffermarsi sul merito della vicenda, hanno preferito commentare il valore simbolico della questione.
E del resto come sempre accade nelle vicende FIAT questo aspetto simbolico è ben sintetizzato dalle caratteristiche dei protagonisti: da una parte il campione del capitalismo del XXI secolo, il turbomanager Marchionne, con i suoi interlocutori sindacali della CISL e della UIL, e dall'altra la FIOM, simbolo di una stagione passata del sindacalismo, spesso descritta come una organizzazione prigioniera dei suoi dogmi ed incapace di capire la modernità.
E tuttavia quando si assumono vicende come simboli, si rischia di incorrere sempre in semplificazioni che possono portare ad una descrizione distorta della realtà.
Nel caso specifico i sostenitori più accaniti del nuovo corso di Mirafiori, a supporto delle tesi a favore, portano il fatto che sacrifici ben più pesanti di quelli chiesti a Torino, erano stati chiesti ed ottenuti dal sindacato statunitense nella trattativa che aveva portato alla salvezza della azienda. Insomma, moderni i sindacati americani che accettano sacrifici pesantissimi pur di salvare la fabbrica dai colpi della globalizzazione, di visione corta quando non in malafede perché con una agenda "politica" coloro che si oppongono alle richieste di Marchionnei a Mirafiori. Ed anche sulla dibatttuta questione della sostanziale estromissione della FIOM dalla rappresentanza in fabbrica, i commentatori i più informati dicono che negli USA si fa così e che questa è la modernità delle relazioni sindacali.
Personalmente non so come mi sarei comportato fossi stato uno dei delegati chiamati a trattare con Marchionne, e trovo abbastanza inutili quando non fastidiose le dichiarazioni a favore o contro alla firma fatte dal salotto di casa. Credo che al referendum in cui verrà ratificato o respinto l'accordo gli interessati voteranno basandosi sulla materialità della loro vita quotidiana e non su valutazione più o meno astratte sulle sfide della modernità, ed ancor meno conteranno i vari "io avrei votato si" - "io avrei votato no" dell'interpellato di turno. E così sarà anche quando gli iscritti si troveranno a decidere se rinnovare la fiducia o meno ai loro rappresentanti.
Come ho detto la vicenda ha un valore simbolico e su questo molto è stato scritto e molto è stato detto. E tuttavia mi pare di notare che molti di questi commenti hanno una caratteristica tipica del provincialismo dell'approccio italiano ai problemi globali: non essendo capaci di proporre una nostra soluzione ci si nasconde dietro ad un "a Washington, (o a Parigi, o a Londra) si fa così, noi siamo arretrati", dimenticandosi quanto di diverso ci sia nella soluzione di ognuna di quelle capitali, perché i problemi globali in un contesto locale generano problemi locali, e come tali vanno affrontati.
Nel caso in questione: l'appoggio dei sindacati americani alla strategia Marchionne negli Usa ed a Mirafiori non nasce dalla necessità di preparare la fabbrica alle sfide del nuovo decennio e della globalizzazione, ma da una considerazione molto più materiale: per molti anni i sindacati USA della grande industria avevano sostenuto una strategia di moderazione salariale in cambio di sicurezze sul fronte pensionistiche e sanitarie garantite dalle imprese, quelle stesse garanzie che in Europa vengono assicurate più o meno bene dal sistema pubblico.
Questa strategia accanto ad una certa moderazione sindacale ha consentito lo sviluppo di un sistema finanziario potentissimo, dove i fondi pensione svolgono un ruolo rilevante nel finanziamento delle imprese, trasformando queste ultime in quelle "public companies" di cui spesso si è parlato in questi anni contrapponenole al nostro asfittico capitalismo familiare.
Un sistema fortissimo ma con un punto debole: la salute e la pensione dei lavoratori è strettamente connesso al futuro delle aziende dove lavorano. Un sistema che ha i suoi costi anche per il sistema industriale: una parte significativa nelle crisi di Chrysler, General Motors e c. l'hanno rivestita i debiti nei confronti dei fondi pensionistici dei loro dipendenti.
Ed allora è abbastanza chiara la posta in gioco per i sindacati americani: trattando con Marchionne non discutevano solo del loro futuro di lavoratori, ma anche di quanto teoricamente già accantonato per la pensione oltre che delle pensioni di migliaia di lavoratori oramai usciti da anni dalla fabbrica ma ancora dipendenti dall'azienda.
Insomma l'esempio americano non ci dimostra la maggiore lumgimiranza del sindacato USA nei confronti della globalizzazione, ma la sua necessità di affrontare quelle sfide partendo dal contesto locale che vedeva i loro risparmi congelati in industrie più o meno decotte.
Anche la questione della rappresentanza, spesso segnalata come una anomalia italiana rispetto al più "moderno" contesto USA, ad un esame attento assume sfumature ben diverse.
Una parte significativa della elaborazione sulle tematiche del lavoro e dei rapporti fra imprenditoria e organizzazioni sindacali nel mondo è frutto del lavoro realizzato dalla più antica organizzazione dell'ONU, l'ILO (o OIL). Tanto antica da precedere come data di fondazione quella delle Nazioni Unite essendo stata formata nel 1919, poco dopo la fondazione della precursora dell'ONU, la Società delle Nazioni.
Nel corso degli anni l'ILO grazie al dialogo con le parti e l'impulso degli stati membri ha formato un sostanzioso corpo di norme e convenioni a tutela del lavoro, norme ratificate negli anni da paesi membri e che fanno si che il mondo delle relazioni industriali oggi sia più ordinato e giusto di quello ottocentesco.
Fra queste norme e convenzioni ce ne sono 8 centrali e che riguardano il diritto all'associazione e alla contrattazione collettiva, l'eliminazione del lavoro schiavo, eliminzione della discriminazione sul posto di lavoro, eliminazione dello sfruttamento del lavoro minorile.
Guardando la tabella delle ratificazioni salta subito all'occhio come fra i paesi del g8 tutti i paesi europei abbiano ratificato tutte le convenzioni, il Giappone ne abbia ratificate 6 su 8, il Canada 5, gli USA solo 2, e nessuna di queste riguarda i diritti di associazione sindacale.
Certo va detto che i processi di ratifica di convenzioni internazionali in uno stato federale sono piuttosto complessi, o almeno questa è la spiegazione che gli USA danno delle loro mancate ratifiche, così come la mancata ratifica non significa necessariamente una minore protezione. E tuttavia è assai indicativo di un contesto legale assai diverso in cui opera il sindacato USA rispetto a quello proprio di un sindacato europeo.
Queste cose sono certo che Marchionne le sa bene, e le sanno assai bene anche i sindacati, FIOM compresa.
Temo che spesso i commentatori o non lo sanno o si dimenticano di dirlo perché troppo intente a fare il tifo per il vincitore.
E del resto come sempre accade nelle vicende FIAT questo aspetto simbolico è ben sintetizzato dalle caratteristiche dei protagonisti: da una parte il campione del capitalismo del XXI secolo, il turbomanager Marchionne, con i suoi interlocutori sindacali della CISL e della UIL, e dall'altra la FIOM, simbolo di una stagione passata del sindacalismo, spesso descritta come una organizzazione prigioniera dei suoi dogmi ed incapace di capire la modernità.
E tuttavia quando si assumono vicende come simboli, si rischia di incorrere sempre in semplificazioni che possono portare ad una descrizione distorta della realtà.
Nel caso specifico i sostenitori più accaniti del nuovo corso di Mirafiori, a supporto delle tesi a favore, portano il fatto che sacrifici ben più pesanti di quelli chiesti a Torino, erano stati chiesti ed ottenuti dal sindacato statunitense nella trattativa che aveva portato alla salvezza della azienda. Insomma, moderni i sindacati americani che accettano sacrifici pesantissimi pur di salvare la fabbrica dai colpi della globalizzazione, di visione corta quando non in malafede perché con una agenda "politica" coloro che si oppongono alle richieste di Marchionnei a Mirafiori. Ed anche sulla dibatttuta questione della sostanziale estromissione della FIOM dalla rappresentanza in fabbrica, i commentatori i più informati dicono che negli USA si fa così e che questa è la modernità delle relazioni sindacali.
Personalmente non so come mi sarei comportato fossi stato uno dei delegati chiamati a trattare con Marchionne, e trovo abbastanza inutili quando non fastidiose le dichiarazioni a favore o contro alla firma fatte dal salotto di casa. Credo che al referendum in cui verrà ratificato o respinto l'accordo gli interessati voteranno basandosi sulla materialità della loro vita quotidiana e non su valutazione più o meno astratte sulle sfide della modernità, ed ancor meno conteranno i vari "io avrei votato si" - "io avrei votato no" dell'interpellato di turno. E così sarà anche quando gli iscritti si troveranno a decidere se rinnovare la fiducia o meno ai loro rappresentanti.
Come ho detto la vicenda ha un valore simbolico e su questo molto è stato scritto e molto è stato detto. E tuttavia mi pare di notare che molti di questi commenti hanno una caratteristica tipica del provincialismo dell'approccio italiano ai problemi globali: non essendo capaci di proporre una nostra soluzione ci si nasconde dietro ad un "a Washington, (o a Parigi, o a Londra) si fa così, noi siamo arretrati", dimenticandosi quanto di diverso ci sia nella soluzione di ognuna di quelle capitali, perché i problemi globali in un contesto locale generano problemi locali, e come tali vanno affrontati.
Nel caso in questione: l'appoggio dei sindacati americani alla strategia Marchionne negli Usa ed a Mirafiori non nasce dalla necessità di preparare la fabbrica alle sfide del nuovo decennio e della globalizzazione, ma da una considerazione molto più materiale: per molti anni i sindacati USA della grande industria avevano sostenuto una strategia di moderazione salariale in cambio di sicurezze sul fronte pensionistiche e sanitarie garantite dalle imprese, quelle stesse garanzie che in Europa vengono assicurate più o meno bene dal sistema pubblico.
Questa strategia accanto ad una certa moderazione sindacale ha consentito lo sviluppo di un sistema finanziario potentissimo, dove i fondi pensione svolgono un ruolo rilevante nel finanziamento delle imprese, trasformando queste ultime in quelle "public companies" di cui spesso si è parlato in questi anni contrapponenole al nostro asfittico capitalismo familiare.
Un sistema fortissimo ma con un punto debole: la salute e la pensione dei lavoratori è strettamente connesso al futuro delle aziende dove lavorano. Un sistema che ha i suoi costi anche per il sistema industriale: una parte significativa nelle crisi di Chrysler, General Motors e c. l'hanno rivestita i debiti nei confronti dei fondi pensionistici dei loro dipendenti.
Ed allora è abbastanza chiara la posta in gioco per i sindacati americani: trattando con Marchionne non discutevano solo del loro futuro di lavoratori, ma anche di quanto teoricamente già accantonato per la pensione oltre che delle pensioni di migliaia di lavoratori oramai usciti da anni dalla fabbrica ma ancora dipendenti dall'azienda.
Insomma l'esempio americano non ci dimostra la maggiore lumgimiranza del sindacato USA nei confronti della globalizzazione, ma la sua necessità di affrontare quelle sfide partendo dal contesto locale che vedeva i loro risparmi congelati in industrie più o meno decotte.
Anche la questione della rappresentanza, spesso segnalata come una anomalia italiana rispetto al più "moderno" contesto USA, ad un esame attento assume sfumature ben diverse.
Una parte significativa della elaborazione sulle tematiche del lavoro e dei rapporti fra imprenditoria e organizzazioni sindacali nel mondo è frutto del lavoro realizzato dalla più antica organizzazione dell'ONU, l'ILO (o OIL). Tanto antica da precedere come data di fondazione quella delle Nazioni Unite essendo stata formata nel 1919, poco dopo la fondazione della precursora dell'ONU, la Società delle Nazioni.
Nel corso degli anni l'ILO grazie al dialogo con le parti e l'impulso degli stati membri ha formato un sostanzioso corpo di norme e convenioni a tutela del lavoro, norme ratificate negli anni da paesi membri e che fanno si che il mondo delle relazioni industriali oggi sia più ordinato e giusto di quello ottocentesco.
Fra queste norme e convenzioni ce ne sono 8 centrali e che riguardano il diritto all'associazione e alla contrattazione collettiva, l'eliminazione del lavoro schiavo, eliminzione della discriminazione sul posto di lavoro, eliminazione dello sfruttamento del lavoro minorile.
Guardando la tabella delle ratificazioni salta subito all'occhio come fra i paesi del g8 tutti i paesi europei abbiano ratificato tutte le convenzioni, il Giappone ne abbia ratificate 6 su 8, il Canada 5, gli USA solo 2, e nessuna di queste riguarda i diritti di associazione sindacale.
Certo va detto che i processi di ratifica di convenzioni internazionali in uno stato federale sono piuttosto complessi, o almeno questa è la spiegazione che gli USA danno delle loro mancate ratifiche, così come la mancata ratifica non significa necessariamente una minore protezione. E tuttavia è assai indicativo di un contesto legale assai diverso in cui opera il sindacato USA rispetto a quello proprio di un sindacato europeo.
Queste cose sono certo che Marchionne le sa bene, e le sanno assai bene anche i sindacati, FIOM compresa.
Temo che spesso i commentatori o non lo sanno o si dimenticano di dirlo perché troppo intente a fare il tifo per il vincitore.
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