11.12.13

La fanfara ha suonato l'inno e voi non cantate?

Quel 10 maggio rimasi a casa, ero arrivato da pochi mesi e l'invito per l'organizzazione per cui lavoravo era stato inviato solo al mio collega che oramai da 3 anni abitava in Sudafrica.

Avrei seguito la storia nel suo divenire come i rimanenti 42 milioni di abitanti del paese, e come le centinaia di milioni di persone che nel resto del mondo avrebbero in qualche momento della giornata saputo che l'insediamento del primo presidente nero del Sudafrica era avvenuto in un clima festoso ed privo delle violenze che i commentatori della vigilia davano per ineluttabili.

Stavamo in un quartiere a poche centinaia di metri di distanza da quello stadio di Ellis Park che solo un anno dopo sarebbe divenuto famoso per la finale della coppa del mondo di rugby vinta dal Sudafrica.

In quello stadio la federazione di calcio sudafricana aveva deciso di organizzare un'amichevole fra la nazionale del Sudafrica e quella dello Zambia, e vista la vicinanza decisi di provare ad andare a vedere la partita, nella non troppo segreta speranza che magari Mandela passasse per un saluto alla folla.

Con mia figlia più grande e la figlia di una vicina di casa, entrammo in uno stadio strapieno di persone, la stragrande maggioranza nere, che cantavano canzoni e lanciavano slogan con un ritmo incessante.

La partite iniziò e per un po' era una normale partita di calcio: poi un elicottero militare sorvolò lo stadio, facendo intuire che con tutta probabilità stava arrivando Mandela.

Poi una macchina nera entrò in campo accolta da un boato della folla...la partita fu sospesa per qualche minuto, poi lo speaker annunciò che il Presidente avrebbe parlato nell'intervallo fra il primo ed il secondo tempo.

E l'intervallo arrivò, e Mandela parlò per qualche minuto e la banda suonò l'inno.

Ed era il nuovo inno, quello ottenuto fondendo l'inno del movimento di liberazione Nkosi sikelele Afrika con Die Stem, l'inno della vecchia repubblica morta con quelle elezione. E l'intero stadio cantò a squarciagola solo la prima parte dell'inno.

Finita l'esecuzione la sorpresa: Mandela si fa riportare il microfono e alla ammonisce la folla: "la fanfara ha suonato tutto l'inno e che va cantato tutto. Ed è bene che impariate  le parole, e l'afrikaans (la lingua parlata dai boeri e che  18 anni prima era stata fra le cause scatenanti della rivolta di Soweto)!". 

Era il primo giorno da presidente. Il primo giorno dei tanti in cui  Mandela non si lasciò sfuggire  nessuna occasione nel perseguire il suo obbiettivo di pacificare il paese.

E le parole le impararono tutti .

Che la terra ti sia lieve Madiba

3.10.13

I nomi degli altri - Robel

Tutte le volte che la cronaca dell'emigrazione parla di vittime e lo fa solo con i numeri come oggi, o l'altro ieri  o qualche giorno fa vorrei saper parlare di loro, dei loro volti, dei loro  nomi, della loro vite.

 Non so se ho mai incontrato Robel, è assai possibile che fosse uno dei tanti ragazzi che affollavano la domenica il corso di Asmara.

Forse ho anche scambiato due parole con lui in qualche festa a casa di amici. 

O magari al tempo era a Sawa, la scuola costruita nel mezzo del nulla dove le nuove generazioni eritree venivano mandate a fare l'ultimo anno di superiori ed ad apprendere i rudimenti dell'addestramento militare.

O forse l'ho incrociato a qualche posto di blocco sulla via di Massawa.

Non lo so.

So che sono passati 5 anni da quando ho lasciato l'Eritrea, e so che due giorni fa sulla pagina facebook di un amico di Asmara appare un link ad una foto su un profilo facebook ed un messaggio di condoglianze alla famiglia.

Il profilo di Robel è quello di un giovane come tanti altri, con le immagini più o meno classiche e più meno sfuocate di famiglia ed amici; e poi qualche altra foto, ed un commento "Khartoum", uno delle città di transito della migrazione africana. 

Oggi il mio amico sulla sua pagina aggiunge "Robel è morto un paio di giorni fa in mare".



19.9.13

Amina e la pennicillina

La giornata era di festa, la delegazione era arrivata nel villaggio dove avevamo appena terminato di costruire quel mulino che avrebbe risparmiato 35 km per andare a macinare le granaglie.

Si perché i cereali costano meno e durano assai più a lungo se non vengono macinati, ed è così che sia chi li coltiva che chi invece deve comprarli o sperare in qualche distribuzione di cibo, ha in casa il suo sacco di granaglie che va a macinare solo quando se ne presenta la necessità.

Ma non tutti i villaggi hanno un mulino, ed è per questo che tutte le volte che ci capitava di chiedere agli abitanti di questo o quel posto cosa fosse nelle loro priorità la risposta era, dopo l'acqua, un mulino.

In quella parte del paese, fino a che non eravamo risusciti a trovare i fondi per costruirne uno, ne erano sprovvisti, e la strada da fare era tanta con quei sacchi sul cammello, per chi se lo poteva permettere, ma anche in spalla, potendo solo sperare in qualche mezzo del governo che passasse da quella strada che definirla tale era un eufemismo, considerato l'ammasso di lava e pietre che rendevano il percorrerle un azzardo se non provvisti di almeno un paio di ruote di scorta sul tetto.

Ma quel giorno era appunto di festa e dopo la cerimonia e dopo il pranzo le 4x4 erano ben allineate al centro del villaggio in attesa di ripartire dopo il rientro di una parte della delegazione che si era spinta un'oretta di fuori strada più in la, a visitare un sito paleontologico di rara bellezza, dove pareva che nulla fosse cambiato nei 200,000 anni precedenti...

Ad un tratto l'infermiere del villaggio, un giovane mandato la a fare il servizio militare e che aveva come uniche dotazioni le gambe, una radio e qualche medicinale, chiese al capo delegazione di seguirlo e lo portò in una capanna dove una madre stringeva fra le braccia Amina, la figlioletta di 2 anni, in preda ai deliri di una febbre altissima e per la quale l'infermiere non aveva medicine adeguate.

Il capo delegazione chiese subito dove fosse il punto salute più vicino ed immediatamente con l'autista  caricarono mamma e bambina sulla 4x4 e tre ore dopo, percorsi i 35 km che separavano l'insediamento dal villaggio più grande, la bambina venne presa in cura da un dottore che le somministrò i farmaci necessari a far scendere la febbre e affrontare l'infezione.

Il capo delegazione, al tempo un amministratore locale, tornato in Italia ed inizia cercò i fondi per far si che in quel villaggio e quell'infermiere, e chi sarebbe venuto dopo di lui, non si trovassero privi di medicinali che in Italia sono quasi da banco e che in quei luoghi remoti di quel paese erano un lusso.

Un giorno raccontai questa storia ad A. un amico che lavorava per una associazione che aveva messo in piedi alcune iniziativa assai meritevole per  bambini affetti da patologie, e che ogni tanto organizzava un viaggio di qualche bambino in Italia.

Fu allora che A. mi parlò dei suoi dubbi, e mi disse della notte in cui dovette andare a prendere un bimbo che rientrava dall'Italia dopo essere stato sottoposto ad un intervento cardiaco che gli aveva salvato la vita.

Quella notte la hostess che accompagnava il bimbo (il parente più stretto uno volta arrivato in Italia si era dileguato) gli consegnò una busta piena di medicinali e le istruzioni, e questi medicinali andavano presi ogni giorno, ed una volta ogni 15 giorni il bimbo doveva fare delle analisi che verificassero la fluidità del sangue, ed in base alle analisi proseguire con i medicinali o dimezzare la dose.

Ed il bambino abitava in un villagetto sperduto a 450km dal luogo più vicino dove fare quelle analisi.

Insomma, A. aveva l'ipressione che  l'intervento che sicuramente, e giustamente, aveva riempito di orgoglio l'associazione, l'ospedale che aveva operato il bambino, e gli amministratori che avevano autorizzato l'operazione, aveva tuttavia prolungato solo di qualche mese la vita di quel bimbo, e non aveva cambiato nulla in una realtà dove probabilmente sono dozzine le Amine morte per mancanza di pennicilina o sulfamidici.

E' un dibattito annoso, qua un articolo di qualche tempo fa che metteva in dicussione un progetto di Emergency, che almeno rispetto alla storia raccontata da A. ha il pregio di operare, rispetto all'Italia, più vicino ai luoghi dove risiedono i potenziali beneficiari.

PS La storia è di qualche anno fa, e magari da allora le cose sono cambiate. Manco da qualche anno da quei luoghi e a volte mi piace immaginare che oggi Amina e le sue amiche siano a scuola, e che anche nel luogo più remoto non sono più mancati i farmaci salvavita.  


5.9.13

Wich side are you on - II

Alex de Waal sul New York Times: "La storia degli sforzi di proteggere civili attraverso l'azione militare ha le sue luci e le sue ombre che rivelano una verità di base: il loro successo dipende dal fatto che rafforzano un piano politico. Dalla creazione di una zona franca per i Curdi nell'Iraq del nord nel 1991 alla campagna che ha portato alla cacciata di Muammar el-Qaddafi in Libya nel 2011, gli interventi efficaci aiutano la diplomazia; non la rimpiazzano".

4.9.13

Wich side are you on

Da che parte stai diceva una bella canzone sindacale di molti anni fa. Ed era facile rispondere, perché da una parte vi erano i lavoratori e dall'altra il padrone che faceva di tutto per evitare che i suoi dipendenti si organizzassero.

Grazie alle appassionate interpretazioni di Pete Seeger, quella domanda secca ha poi superato il confine delle lotte sindacali degli anni 30 del secolo scorso, per essere riproposta in decine di manifestazioni, da quelle per i diritti civili a quelle contro la guerra nel Vietnam. Ed ogni volta la risposta era abbastanza facile per chi la sentiva nel mezzo di un corteo, a urlata da un palco.

Ma è davvero sempre così semplice capire da che parte stare?

E` una domanda che mi pongo oramai da qualche tempo, da quando i conflitti hanno smesso di essere definibili in modo semplice, piazzando con rapidità i buoni da una parte ed i cattivi dall'altra.

In questi giorni il tema dell'intervento USA in Siria domina la cronaca, e giustamente sono tanti gli appelli alla pace.

E tuttavia non posso dimenticare che solo poche settimane fa gli appelli erano per fare tutto il possibile per fermare una guerra civile che aveva già fatto decine di migliaia di morti.

E non posso non notare come tutti gli strumenti che gli organismi internazionale hanno al momento disponibili per una soluzione pacifica del conflitto si siano dimostrati pateticamente inadeguati.

Ed allora che fare? Quali sono i confini della linea rossa? Il timore è che qualsiasi scelta sarà quella sbagliata perché incapace di fermare la carneficina.

6.8.13

La realtà non è un reality show

La prima volta che ho letto di "the Mission" ho pensato che fosse una classica bufala estiva, una di quelle notizie un po' strampalate di cui abbonda l'estate.

Ma sembra non sia così.

Da quello che leggo l'obbiettivo delle organizzazioni che avrebbero collaborato con la RAI è quello di dare maggiore visibilità al lavoro dei tanti che operano nel mondo della cooperazione, portando in prima serata un tema di cui sentiamo parlare solo in poche righe a corollario della notizia relativa a questa o quella guerra o emergenza umanitaria.

Ma il fine giustifica davvero il mezzo? Perché non stiamo parlando di un documentario, o di una serie di trasmissioni con dibattito, i programmi sono presentati nel format del "reality show". Un format che ha provato ad utilizzare tutti gli sfondi possibili ed immaginabili per le sue riprese e che dopo "la casa del grande fratello", "l'isola dei famosi", "la fattoria e c. adesso utilizerebbe i campi profughi come set.

E anche se gli ideatori del programma sostengono che non si tratterà di un reality ma di un docu-film, mi chiedo se davvero non sia possibile andare oltre al modello "celebrità che visita il campo profughi" per accendendere i riflettori sul tema? E poi che dire, il mondo anglosassone manda a spasso Angelina Jolie, Clooney e Bono e noi rispondiamo con Al Bano, Emanuele Filiberto e Cucuzza...

Perché secondo me per cambiare davvero le cose nella percezione, non serve accendere per l'ennesima volta dei riflettori che usano le vittime come comparse in un film di cui i nostri cosidetti VIP sono gli attori, ma una volta tanto iniziare a presentare queste persone, e non come "le vittime", ma come Ahmed, Biniam, Saba, Amina, ognuna di loro con la sua vita, i suoi sogni ed i suoi diritti.

C'è una petizione online che chiede di bloccare la messa in onda, io l'ho firmata.

20.7.13

Un Das a Ponte Vecchio?

Girando per Asmara poteva capitare di trovare ad un certo punto quattro pietre in mezzo alla strada che indicavano come quella via fosse chiusa alla circolazione, e più avanti, a sottolineare come anche a non volere il divieto andasse rispettato, un grande tendone di tela grezza ostruiva l'intera sede stradale.

Era il Das, un tipo di struttura che la municipalità affittava in occasione di eventi di particolare rilevo per la comunità di cui i matrimoni erano forse quello più ricorrente.

Avere un Das montato a due passi significava dover per qualche giorno ricorrere ad altri percorsi e sapere che nella notte della festa probabilmente per l'intero quartiere sarebbero risuonate le note ed il continuo tu tumm, tu tumm della musica tigrina, che non mi è mai parsa troppo elaborata nella parte ritmica ne troppo attenta a contenere i decibel.

Ricordo di aver sentito ogni tanto il sarcasmo di qualche occidentale su questa abitudine di chiudere le strade, e capitava anche che la borghesia asmarina per distinguersi celebrasse le sue feste in qualche albergo disdegnando il più tradizionale e popolare tendone. Ma una cosa era certa, l'uso della strada per piazzarci il Das per qualche cerimonia privata veniva considerato dagli asmarini come una cosa normale.

Ma probabilmente il motivo era assai semplice: quei matrimoni erano celebrazioni della comunità. Più volte mi capitò di essere invitato ad entrare, e la consuetudine era che all'ingresso ci fossero dei parenti o amici degli sposi che prendevano i nomi dei partecipanti, ed un contributo alle spese. Mi raccontarono anche che volendo il contributo poteva essere dato all'uscita, magari in relazione alla bontà del rinfresco.

Mi sono venute in mente quei Das asmarini leggendo del banchetto organizzato a Firenze sul Ponte Vecchio tre settimane fa e per cui vi sono state molte polemiche.

Depurate di simpatie ed antipatie per il Sindaco di Firenze, quali sono per me gli elementi su cui discutere:

a) la dimensione pubblica dell'evento privato: ponte vecchio o gli uffizi possono anche essere affittati per eventi, ma qual'è l'utilità pubblica? Ed è probabilmente compito di coloro cui è stato affidato il bene di dimostrarla. Per i Das eritrei era semplice: non solo la consapevolezza che chiunque poteva affittarli, ma anche il fatto che l'evento era percepito come evento della comunità.

b) la dimensione economica: il passaggio dall'idea "democratica" della gestione degli spazi pubblici, cioè che il loro uso anche privato sia condizionato ad una vera o presunta utilità per la comunità, a quello che basta pagare la tariffa ed anche i luoghi più simpolici per la comunità possono essere chiusi al pubblico.

Questo diventa ancora più difficile da soppoeratre in tempi in cui la crisi ripropone il tema delle diseguaglianze e della insopportabile permanenza di elite cui molto è permesso perché monetizzabile, ed tutti gli altri.

C'è una strofa della canzone forse più celebre di Woody Guthrie, "This Land is Your Land" che dice:

As I went walking I saw a sign there
And on the sign it said "No Trespassing."
But on the other side it didn't say nothing,
That side was made for you and me.

Credo che questa sia la domanda che poniamo tutti: quali parti di questa terra, che vogliamo sia di tutti, sappiamo esser fatta per noi.

Forse un ponte dovrebbe essere una di queste...