19.5.09

Immigrazione e respingimenti

Non so se sia una peculiarità solo italiana o se sia una delle caratteristiche della comunicazione politica, tuttavia mi hanno colpito l'ignoranza e l'approssimazione del dibattito e delle "autorevoli" dichiarazioni sull'immigrazione e sul diritto di asilo degli ultimi giorni.

Intanto e' importante notare come nonostante tutti i tentativi di spiegazione, nel dibattito sulla stampa si sia equiparato diritto di asilo a diritto degli immigrati ad entrare in Italia. E' su questo sfondo in cui si inquadra il passaggio tragicomico delle dichiarazioni del ministro La Russa sulla UNHCR, l'agenzia delle nazioni unite che si occupa di rifugiati.

Probabilmente La Russa e c. non sanno o fanno finta di non sapere la differenza che c'e' fra un rifugiato ed un emigrante.

Nel primo caso si ha un soggetto che ha DIRITTO alla protezione in tutti i paesi che nel 1951 firmarono la convenzione sui diritti dei rifugiati. Una convenzione firmata dall'Italia ma non dalla Libia. Per inciso una convenzione firmata anche dall'Albania sin dal 1994, per cui il parallelismo fra respingimenti degli scafisti degli anni 90 e respingimento dei barconi di oggi è errato: nel primo caso era possibile e doveroso da parte delle autorità presenti sulla costa albanese (UNHCR compresa) verificare la presenza sui gommoni di persone avente diritto alla protezione, nel caso della Libia no.

Sui rifugiati l'Italia avrebbe poi un obbligo in più derivante dall'articolo 10 della costituzione, come hanno ricordato in molti, non ultimo Scalfari su repubblica il 17-5-2009.

Per essere ancora più chiari: al mondo in questo momento vi sono milioni di persone con lo status di rifugiato assistiti dalla UNHCR, di questi meno del 20% si allontana dalla regione in cui sono cresciuti e questo perchè la loro aspirazione è tornarsene a casa, ed è compito della comunità internazionale fare si che si realizzino le condizioni perchè questo rientro avvenga, così come è compito dei firmatari della convenzioni di Ginevra assicurare protezione anche a coloro che per motivi particolari non possono o non vogliono restare nella regione.

Anche sull'entità del fenomeno per il nostro paese è bene intendersi: in Italia solo una piccola parte degli stranieri arrivati in questi anni aveva diritto allo status di rifugiato. Solo che una parte consistente di questi arrivano via mare, e da adesso in poi sono destinati ad essere brutalmente respinti da Maroni e c....Per cui l'accanimento si esercita proprio laddove vi sono maggiori possibilità invece di trovare persone da proteggere.

Nel caso del migrante invece ci si trova di fronte ad un soggetto che per motivi economici decide di lavorare in un paese diverso dal suo. Chi si è scatenato contro la UNHCR forse non sa, ma esiste anche una organizzazione internazionale, a cui aderisce anche l'Italia, che si occupa di migrazioni, la IOM. Esiste una organizzazione specifica perchè i temi sono diversi: una cosa è chi migra per necessità di protezione, un'altra chi invece lo fa spinto dalla legittima aspirazione ad un futuro migliore che il suo paese non è in grado di assicurargli. Di migrazioni poi si occupa anche la ILO, l'organizzazione internazionale del lavoro, perchè il tema della protezione dei migranti come lavoratori è un tema non secondario.

Va infine aggiunto, quando si parla di normative internazionali, come una parte significativa degli stranieri in Italia, sia arrivata grazie alle norme che consentono la libera circolazione dei cittadini europei in europa.

Ricapitolando:

a) il diritto di asilo dei rifugiati è un diritto cui l'Italia non può sottrarsi, come non possiamo sottrarci alle altre obbligazioni che ci derivano dal nostro far parte della comunità internazionale, percui prima di respingere migranti che non può accogliere, l'Italia ha l'obbligo di accettare quelli che hanno diritto allo status di rifugiato.

b) le modalità con cui vengono stabilite le norme per aprire o chiudere le frontiere agli altri migranti sono materia invece delle leggi che volta volta il paese si da in relazione alle necessità o possibilità della propria economia.

c) il senso comune o almeno il dibattito politico si è concentrato sul problema dell'immigrazione irregolare come conseguenza degli sbarchi non bloccati per tempo, quando non solo questa risulta essere una piccola parte, ma sopratutto interessa in buona parte soggetti che sono quelli con maggiori possibilità di vedersi riconosciuto lo status di rifugiato.

Ma non si tratta solo di separare i due concetti di rifugiato e migrante, ma anche di provare a guardare più in la per vedere cosa è possibile fare affinche' ci siano meno rifugiati e meno migranti...

Per i rifugiati sicuramente il tema del lavoro per la pace è il primo su cui impegnarsi, e c'e' da chiedersi se l'Italia sia sempre stata dalla parte giusta o se abbia usato al meglio gli strumenti in suo possesso. Certamente è stata dalla parte sbagliata partecipando al conflitto Irakeno che ha prodotto un paio di milioni di rifugiati. Mi pare sia stato poi deludente il lavoro dell'Italia nel consiglio di sicurezza, dove ha avuto un posto per gli ultimi due anni, e dove mi pare ad esempio abbia fatto poco (o abbia operato male) per favorire la soluzione delle crisi nelle aree che teoricamente doveva conoscere meglio del corno d'Africa (dove la sua diplomazia vanta un impegno sin dagli anni successivi alla decolonizzazione).

Per quel che riguarda i migranti mi pare che il dibattito abbia preso una strada sbagliata, dividendo il campo fra "buonisti" e "realisti", i primi a dire che occorre accogliere sempre chi bussa alla tua porta, i secondi a sostenere nel migliore dei casi che non c'e' posto in casa, nel peggiore che alla porta bussano solo persone importune, ladri e stupratori.

Sono ambedue approcci sbagliati perchè perseguono fini diversi dall'obbiettivo di gestire le migrazioni. Nel primo caso servono a conquistare un primato morale o a sentirsi a posto con la coscienza, nel secondo a sostenere la propria sintonia con timori e paure della gente comune.

Non servono i primati morali perchè timori e pregiudizi esistono ed hanno un peso, come ha ricordato assai autorevolmente il presidente Obama parlando dei timori e dei pregiudizi razziali della sua amatissima nonna e non serve demonizzarli, e non serve invece appiattirsi su una presunta opinione pubblica perchè è la natura dei problemi a non consentirlo: la fortezza Europa sarà assediata fino a quando non ci sarà un riequilibrio nella distribuzione della ricchezza a livello mondiale. Per non parlare dell'indiscutibile dato che una parte del benessere dell'Europa dipende direttamente dalla importazione di manodopera.

Non servono primati morali perchè ahimè il processo di redistribuzione della ricchezza non avviene partendo da dove le ricchezze sono concentrate, ma interessa in primo luogo i più poveri dei paesi ricchi. E sono pertanto gli strati più deboli dell'occidente a sentire la concorrenza dei paesi in via di sviluppo, così come è la forza lavoro meno qualificata dei paesi più sviluppati a sentire la minaccia dei migranti.

Non è utile attizzare il fuoco delle paure perchè fintanto che la differenza fra miseria e prosperità dei villaggi del sud del mondo sarà data dall'esistenza o meno di rimesse dai migranti, ci sarà sempre chi per cercare di dare un futuro alla propria famiglia prenderà la strada del nord, con i miseri risparmi raccolti in tutta la famiglia allargata. E tutti gli indicatori ecomomici fanno ritenere che per ancora del tempo questo gap è destinato ad accrescersi. Le ultime proiezioni dell'unione africana e dell'IMF ad esempio parlavano di una riduzione del 20% della capacità media di acquisto degli Africani, capacità che già era modestissima...

Sul volume delle rimesse ci sono dati diversi, non tutte le rimesse passano infatti dai canali ufficiali, ma si sa che in gran parte dell'Africa come minimo sono pari agli aiuti allo sviluppo, quando non li superano di molto in quantità e capillarità (per gli appassionati della storia, il primo paese al mondo che si dotò di una disciplina in materia di protezione delle rimesse dei migranti fu guarda caso proprio l'Italia, che su quelle rimesse costruì probabilmente un pezzo del suo sviluppo).

Ed allora ad essere chiamata in causa non è tanto la politica italiana (ed europea) dell'immigrazione, che fra un errore e l'altro comunque ha fatto si che in Italia ci siano comunque oltre 3 milioni e mezzo di immigrati regolari e regolarizzati, ma le politiche di cooperazione allo sviluppo. Perchè è fuorviante guardare cosa accade davanti a Lampedusa, ed è invece ben più importante vedere cosa accade prima di Lampedusa.

E' quello il buco nero di cui niente si sa. E non si vuol sapere.

Ogni tanto qualche documentario in tarda serata, quando si tratta di temi sociali, o nella fascia per i bambini, quando invece si parla di bellezze naturali, ci ripropongono uno strano continente con cui manteniamo un rapporto di estraneità, ignorando quanto di nostro è presente nelle difficoltà di quel continente e quante sono state le nostre promesse mancate da quelle parti.

Poco si dice del ruolo che l'Africa ha avuto nella guerra fredda e di come quella che da noi era fredda in Africa si è trasformata in una serie di conflitti atroci.

Poco si racconta delle risorse minerarie africane, e di come attorno a quelli si combattano guerre in grande e piccola scala. Che sia il petrolio, il rame o i giacimenti del coltan con cui operano tutti i nostri telefonini di cui siamo grandi consumatori.

E che dire della corruzione dei governi. I più informati conoscono i nomi dei governanti africani corrotti ma poco sappiamo dei loro corruttori, che troppo spesso abitano a latitudini più temperate.

Ma anche quando parliamo di impegno diretto allo sviluppo non la raccontiamo tutta: il club dei paesi più sviluppati ha promesso da anni di impegnare una quota del suo pil per aiuti allo sviluppo: quella quota è stata fissata allo 0.7. I paesi scandinavi sono assai vicini a quell'impegno se non in linea, l'Italia invece negli anni si è allontanata sempre più fino ad approdare ad un modestissimo 0,011.

Eppure è abbastanza chiaro che se non vi è sviluppo per molti paesi l'unica alternativa è l'emigrazione. E che questa può avvenire solo verso le aree più ricche, qualsiasi sia la percezione che noi possiamo avere individualmente della nostra ricchezza quando torniamo a casa su un autobus affollato di lavoratori stranieri che se ne tornano nelle loro periferie.

Ed allora per non dividersi fra buonisti e realisti: parliamo di più di cosa accade prima di Lampedusa (o oltre i confini dell'Europa) e di cosa occorre fare perchè accada sempre meno.

Intanto non sarebbe una cattiva idea mantenere le promesse: il G8 del 2005 aveva promesso un pacchetto aggiuntivo di aiuti all'Africa pari a 50 miliardi di dollari: di quel pacchetto ad oggi ne sono stati sborsati solo il 14%. Mi pare che in quanto a rapidità l'occidente sviluppato abbia velocità diverse a seconda dell'oggetto: quando si tratta di banche si agisce in fretta, se si parla di africani il passo è meno concitato almeno che non siano in prossimità delle nostre acque territoriali.

Infine un tema che meriterebbe da solo una nota, ed è quello della cittadinanza e dell'appartenenza. Mi chiedo spesso chi sia più italiano fra il ragazzo figlio di immigrati, tifoso della squadra locale, che parla con l'accento della città, che ha studiato alla scuola italiana ed invece quello che nato e cresciuto all'estero ha un passaporto italiano in virtù di una nonna emigrata ai primi del '900. Per molti il primo è straniero, o immigrato di seconda generazione, il secondo italano, con una idea quindi dell'identità e dei diritti basata tutta sul sangue. Per intendersi l'idea che trapela dietro alle dichiarazioni sulla società multietnica.

E' interessante perchè dimostra una idea debole sulla capacità di costruzione di una identità da parte della comunità italiana.

Eppure i trend nei paesi occidentali sono altri: una iniziativa di ricerca promossa dalla Ambasciata di Germania a Roma e dalla Caritas Italiana con la cooperazione della Friedrich Ebert-Stiftung evidenzia come in Germania, il paese europeo probabilmente più interessato negli ultimi 50 anni da grandi fenomeni migratori, un residente su 5 ha un passato di migrante contro la percentuale italiana di uno su 15. Una bella differenza mi pare, e non mi pare che abbia reso meno buona la birra all'Oktober fest o meno tetragono il modo di giocare della nazionale tedesca. Non so se arriveremo mai a quelle percentuali, ma comunque sarà bene avvicinarcisi preparati e con una idea da venunesimo secolo della identità italiana ed europea, una idea inevitabilmente multietnica ed inevitabilmente anche multiculturale.

20.4.09

Terremoto, generosità private ed impegno pubblico

Siamo stati in tanti a sottoscrivere via SMS per l'Abruzzo. E del resto era difficile non farlo, con quel numero in perenne sovraimpressione in ogni programma che parlava del terremoto. Adesso tuttavia rimane l'impressione, almeno per me un po' fastidiosa, di aver partecipato ad uno dei tanti televoto che sono oramai diventati la cifra dello spettacolo TV contemporaneo, e la certezza, ancora più fastidiosa, almeno per me, di non aver alcun mezzo per essere certo che quei fondi siano ben spesi. Per non parlare infine dell'irritazione che mi da pensare che il governo puo' permettersi di evitare di offrire solidarietà pubblica attraverso il fisco, perchè tanto vi è la generosità privata.

Il tema della privatizzazione dell'intervento di aiuto era già apparso qualche settimana addietro, quando il PD aveva proposto una tassazione speciale sui redditi più alti per aiutare i disoccupati. Una delle risposte di Berlusconi fu che i ricchi facevano gia' beneficienza... Mi ha molto colpito poi come pochi giorni dopo il rifiuto di Berlusconi ad intervenire, la CEI avesse presentato la sua proposta di salario integrativo per le famiglie in difficoltà...L'iniziativa era lodevole, ma perchè un corpo della società, pur importante come la chiesa, deve supplire in Italia facendo quello che in buona parte dei paesi del G8 fa il sistema pubblico?

Come al solito credo che il tema abbia moltissime sfumature, tuttavia credo che vi siano delle cose da sottolineare:

a) le raccolte fondi volontarie sono sicuramente importanti perchè testimoniano l'empatia fra i destinatari ed i donatori, tuttavia questa è tanto più forte quanto chiari sono gli obiettivi ed i destinatari. Altrimenti il rischio è appunto quello di un "effetto televoto".

b) Tuttavia è l'intervento pubblico, almeno nel caso di calamità, che da il segno all'intervento, non solo per le modalità con cui recupera le risorse, ma anche per il contesto tecnico e normativo che rende possibile ed il sistema di valori a difesa dell'intersse pubblico che deve saper indicare (ad es. normativa antisismica e c.).

Ma per tornare al terremoto...La generosità degli italiani probabilmente contribuirà a rendere possibile la ricostruzione dell'Aquila, tuttavia ad oggi non sappiamo ancora come farà il sistema pubblico a mettere la sua parte. Sappiamo solo che e' stato detto che non verranno alzate le tasse e non verrà accantonata la spesa per le opere pubbliche più simboliche. Come non sappiamo se risponderà positivamente alla richiesta più pressante venuta in questi giorni, ovvero che siano accertate le responsabilità e fatto in modo che chi ha costruito male non possa partecipare alla ricostruzione. Mi pare di capire dallo scambio di battute che vi è stato sulle inchieste della procura dell'Aquila che questo tema non sia nelle corde di Berlusconi.

Per adesso però questi temi non fanno presa, anzi i sondaggi danno in ascesa Berlusconi, dimostrando come gli italiani si fidino di lui come capocantiere. Siamo alle prese con quella che Ilvo Diamanti ha chiamato la Tirannia della bontà (http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/sisma-aquila-8/mappe-19apr/mappe-19apr.html), dove scrive: "Guai a sottolineare le gaffe del premier. Guai a contestare il governo. La processione dei ministri, sui luoghi del disastro. Per non minare l'unità del paese, riunito intorno al dolore e al bene comune." Aggiungerei poi che gli spazi della critica sono peraltro ben presidiati dal presidente della camera...

E fra 40 giorni si vota...

3.4.09

Cosa e' successo dell'Africa?

Non sapremo mai quanti sono gli africani che sono morti nel canale di sicilia, come probabilmente non conosceremo mai i numeri relativi alle persone che sono morte nel corso del viaggio per arrivare ad imbarcarsi su una delle tante carrette che hanno attraversato il tratto di mare che separa l'Africa dall'Italia.

Per ognuno di quei morti ci sono famiglie in qualche paese dell'Africa che hanno raccolto i soldi necessari al viaggio, consci che un esito positivo poteva significare la differenza fra poverta' assoluta ed il modesto benessere che le rimesse del congiunto potevano assicurare. E per anni rimangono con la speranza di ricevere un segno di vita, come i famigliari di quei soldati in guerra rubricati alla voce "dispersi".

Un dato che esemplifica rapidamente la rilevanza che ha per l'Africa la migrazione e' che il volume delle rimesse in Africa e' almeno 4 volte quello degli aiuti allo sviluppo. Anche qua si parla di stime, perche' le rimesse non sempre prendono i canali ufficiali.

Basta aver vissuto per un po' in Africa per avere chiara la dimensione di quello che in gergo viene definito il "push factor": un giovane africano ha decine di motivi per partire, e la sua famiglia allargata ne ha altrettanti per aiutarlo nei suoi sforzi.

E' un flusso continuo. Immaginatevi cittadini di un paesotto come ce ne sono tanti in Italia, ed ogni pomeriggio fate la consueta passeggiata nello struscio del paese. Ed immaginatevi di notare come ogni giorno da quei gruppi di ragazzi che incontrate manchi un'altra persona. Una volta e' la ragazza bassina, un'altra volta invece il ragazzo che parlava sempre ad alta voce, e cosi' via, fino a che di quel gruppo non rimane che solo il ricordo.

Personalmene penso che viaggiare e fare esperienze diverse non sia sbagliato, e pertanto non me la sento di criticare chi parte, come invece fa sia la retorica nazionalista di quei paesi o le frasi di chi a casa nostra cammuffa il suo timore per il nuovo rappresentato dall'immigrazione dicendo "cosi' impoveriamo l'africa delle sue menti migliori". E del resto non dimentichiamoci quanto stanno facendo per costruire una cittadinanza europea tutte le norme che favoriscono la circolazione delle persone, dal momento della scuola coi programmi erasmus, alle norme sul lavoro dei cittadini europei.

So tuttavia che solo una parte di quei migranti si muoverebbe se non ci fosse il formidabile "push factor", ovvero la miseria dei loro paesi.

Tuttavia anche rispetto alla miseria occorre intenderci. La nostra immagine dell'Africa e' quella dei bambini scheletrici in braccio a qualche missionario (bianco) o a qualche rock star. La realta' e' per la verita' assai piu' articolata. E spesso assai meno edificante per noi di quello che invece le immagini del missionario o della rock star ci fanno pensare. Ad esempio: sul Darfur molto si e' detto rispetto alle cause del conflitto nella regione, dal contrasto arabi / africani alla lotta per il controllo delle risorse petrolifere. Assai meno si e' detto sul fatto che il contrasto nasce dalle contrapposizione fra culture nomadi e culture contadine in una area sotto pressione per i crescenti cicli siccitosi. Il fatto che l'area sia ricca di campi petroliferi non ha aiutato, ma vi e' un ragionevole sospetto che i cicli siccitosi sempre piu' numerosi siano figli dell'effetto serra di cui siamo direttamente responsabili.

Ma non facciamoci fuorviare: ben pochi profughi Fur stanno sui barconi. La maggioranza di loro saranno in qualche campo profughi del chad. Chi viene in Europa in cerca di fortuna e' chi sa che ha qualche possibilita' di farcela. Per possibilita' si intende un tessuto famigliare in grado di raccogliere i soldi necessari per pagare "passeurs" e scafisti, qualche collegamento in Europa e sopratutto qualche capacita' da giocarsi. In sostanza sono i figli della piccolissima borghesia africana, quelli che hanno imparato qualche lingua a scuola, che hanno accesso alla TV satellitare, che hanno avuto la possibilita' di frequentare la scuola secondaria, magari grazie a qualche borsa di studio.

Perche' non rimangono a casa loro, come spesso si sente dire nelle sfuriate da bar di qualcuno? Una delle risposte e' che a casa loro non hanno molte speranze di cambiare la loro vita...E' possibile diventare ricchi in Africa, e spesso di una ricchezza inimmaginabile, ho ancora il ricordo di una rolls royce bianca che circolava tranquillamente per la Township di Alexandra in Sudafrica, tuttavia le opportunita' per la maggioranza della popolazione sono assai ridotte, e le aspettative o vengono ridimensionate o l'unica strada passa per le piste del deserto.

Si potrebbe poi aggiungere molto a questo, mi limitero' a ricordare come per decenni i paesi africani sono stati destinatari di prestiti che non potevano ripagare, qualcuno stimava qualche anno fa che fino a meta' anni 90 l'Africa aveva ripagato all'occidente in interessi sul debito una cifra pari a 10 volte il piano Marshall che servi' a ricostruire l'Europa, solo che a differenza del caso delle banche americane di cui si parla in questi mesi, sono stati gli africani a pagare per quei debiti. Ed hanno pagato in termini di riduzione sostanziale dei servizi che garantivano i piu' poveri.

"Aiutiamoli la cosi' che non se ne debbono andare..." un'altro dei luoghi comuni echeggiati anche nelle aule parlamentari, a nobilitare la discussione su qualche ulteriore modifica restrittiva alle leggi sulla migrazione.

Peccato che a questi appelli non sono mai seguiti atti coerenti. Ogni anno la prima voce tagliata e' quella dei bilanci della cooperazione allo sviluppo e l'Italia oramai e' fanalino di coda fra i paesi piu' sviluppati negli aiuti allo sviluppo. Ed avendo gia' visto come comunque questi siano solo una piccola parte dei bilanci dei paesi africani, non c'e' da stupirsi se i giovani africani preferiscono fidarsi piu' dei loro piedi e della lunga pista nel deserto anziche' delle promesse del governo italiano o dei vari G qualche cosa...

In queste settimane si sono rinnovati gli appelli a non dimenticarsi dell'Africa. Purtoppo temo che l'appello dimostra come la partita sia forse gia' compromessa. Questo perche' in mezzo alla crisi e' difficile ricordarsene, perche' le crisi di quel continente sono precedenti alla nostra, perche' non riusciamo a pensare a come interagire con quel continente mentre chiudono le nostre fabbriche, perche' se e' possibile pensare alla crisi come una opportunita' per investire sulla sostenibilita' o sul rinnovamento del sistema finanziario, c'e' poco in questa crisi che ci ricordi dell'Africa, sia come causa che come opportunita'.
Ci sono solo le sensazioni prodotte dalle immagini dei barconi su Lampedusa.
A me provocano disagio. Temo pero' che tanti preferiscano cambiare canale.

29.3.09

Africa, democrazia e cooperazione

Qualche mese fa ad un seminario organizzato in Asmara Francis Atwoli, un importante dirigente sindacale keniota, riflettendo sui risultati delle elezioni del suo paese, fece una affermazione che mi colpi'. In sostanza si chiedeva se valesse la pena andare a votare quando poi il risultato era dover giungere ad una difficoltosa trattativa per una divisione dei poteri fra i contendenti.

Non si erano ancora tenute le elezioni in Zimbabwe ma quanto poi avvenuto in quel paese non faceva altro che confermare la tesi di Atwoli, ovvero che gli africani non sarebbero fatti per i processi democratici, o almeno che i cambiamenti in Africa non arriveranno dalle urne.

La tesi di Atwoli poi si basava sul ritenere come sia una caratteristica degli africani di vedere il potere come forza proveniente da un solo centro, per cui i meccanismi tipici della democrazia, ovvero l'equilibrio fra i poteri e l'alternanza non possono funzionare perche' giustapposti ad una cultura radicalmente diversa, magari su imposizione di questa o quell'altra istituzione donatrice (banca mondiale, fondo monetario etc.).

Quello che mi colpi’ di quelle riflessioni di era il fatto che non provenivano da qualche esponente di gruppi fondamentalisti, ma da un dirigente sindacale, ovvero di una organizzazione che ha nei suoi elementi costitutivi i principi del confronto democratico, sia nella elaborazione delle strategie che nella selezione dei gruppi dirigenti. Perche' se e' pur vero che le grandi organizzazioni di massa hanno i loro scheletri nell'armadio per quel che riguarda la costruzione dei gruppi dirigenti, e' indubbio che ad un certo punto ci si conta.

Ma credo che Il problema non sia la democrazia, ma la declinazione che nell'ultimo decennio e' stato dato di un sistema di valori faticosamente costruito dopo la seconda guerra mondiale e che vedeva i suoi capi saldi nella dichiarazione dei diritti dell'uomo e nella fondazione delle nazioni unite.

Con la fine della guerra fredda, ma anche con l'emergere o il rafforzamento di nuovi soggetti (quali ad esempio l'unione europea che poneva il rispetto di criteri minimi di governance e diritti nelle sue convenzioni con i paesi APC), da molte parti si e' pensato che si aprisse una nuova stagione in cui i concetti della democrazia e dei diritti umani potessero finalmente svilupparsi secondo le linee ispiratrici del 1948.

A 20 anni dalla fine della guerra fredda, occorre dire che non solo quei concetti sono ben lungi dall'essere parte della pratica quotidiana dei governi che li avevano adottati sulla carta, ma che anzi in parti del mondo sono visti con sospetto anche da coloro che ne dovevano esserne i naturali beneficiari.

Cosa e' accaduto. Certo 8 anni di presidenza Bush hanno provocato danni consistenti all'impianto dei diritti umani: non c'e' infatti peggior cosa che una applicazione a senso unico del diritto, dove principi teoricamente universali vengono sospesi in base alle pretese necessità del momento e del fatto che il colpevole sia amico o nemico.

Ma sopratutto in Africa credo che il problema irrisolto sia quello di rendere i popoli protagonisti del processo di emancipazione e non invece comparse in una recita in cui gli attori principali sono sempre occidentali mossi da sentimenti piu' o meno buoni e da cause piu' o meno televisionabili.

Come non notare che l'aiuto umanitario, o per "portare la democrazia" o per salvare dal genocidio, sia troppo spesso un intervento dove sono ben visibili i promotori del nord e totalmente assenti quelli del sud. Eppure il sud ha la sua rete di attivisti, di operatori che spesso rischiano molto di piu' del George Clooney o della Angelina Jolie di turno. Hanno pero' i loro difetti: il principale e' che non ci fanno sentire appartenenti alla civilta' dei "buoni" come invece accade quando offriamo qualche spicciolo a qualche missionario (spesso bianco) perduto nell'Africa, o a qualche Ong (del nord) che propone progetti piu' o meno partecipati (come si dice in gergo) ma dove gli attori locali restano sconosciuti.

Mi chiedo quanto l'opinione pubblica occidentale avrebbe saputo del Green Belt Movement di Wangari Maathai, se non fosse stato per il nobel per la pace assegnato alla sua promotrice. E quanti, quando si parla di immigrazione conoscono l'esperienza della senegalese Yayi Bayam Diouf e del suo Collectif des femmes pour la lutte contre l’immigration clandestine: si tratta di movimenti ed organizzazioni nate in Africa, da africani (in questi due casi e non a caso da donne africane), che si sono posti l'obiettivo di risolvere dei problemi specifici che si presentavano loro.

E' vero: a volte ci confrontiamo con soggetti intrattabili nelle loro pretese, a loro volte appartenenti ad una elite ancora piu' distante dai beneficiari dei soggetti di cui sopra. Ma la domanda che dobbiamo farci e' se sia lecito proseguire a cercare di dimostrare come l'occidente (di cui volenti o nolenti siamo parte) sia portatore di civilta’ e possa essere anche "buono" o se invece non occorra investire per capire come sia possibile utilizzare le strutture esistenti, e le culture esistenti per raggiungere obiettivi percepiti come giusti dai beneficiari.

E’ un processo di riflessione avviato da tempo da molti operatori della cooperazione, e tuttavia pare essere prevalente ancora l’atteggiamento che animo’ i missionari di un tempo, ovvero quello di considerare i paesi in via di sviluppo come “gli sfortunati che vanno aiutati” da noi che siamo piu’ progrediti o che abbiamo la religione giusta e o sistema economico e politico giusto, quest’ultimi spesso propagandati con l’integralismo del predicatore, sia questo liberismo, socialismo o sistema elettorale e politico pluripartitico.

che fare…

Sulle modalita’ di aiuto la riflessione e’ avviata da tempo: a livello di governi ha prodotto anche alcuni passaggi significativi (dichiarazioni di Parigi sull’efficacia degli aiuti e Accra agenda for action), i quali tuttavia interessano prevalentemente i rapporti fra governi donatori e governi beneficiari toccando solo in parte il nodo dello sviluppo delle soggettivita’ interne ai paesi.

Diventa infatti in questo quadro piu’ complesso sviluppare iniziative che ad esempio supportano gruppi che si occupano di temi scomodi, ovvero in che misura il governo del momento puo’ accettare iniziative che contrastano con il sistema culturale ed ideale che lo ha portato al potere? Un caso recente e’ dato dalle disposizioni sulle organizzazioni non governative in Etiopia, dove qualsiasi organizzazione che trae piu’ del 10% dei suoi fondi da finanziamenti internazionali e’ considerata straniera e pertanto soggetta a controlli assai piu’ stringenti sugli ambiti operativi, con forti limitazioni all’operato delle strutture che si occupano di diritti, cosa che dall’opposizione viene visto come una misura tesa a limitare i rischi in prossimita’ delle prossime elezioni. Ma la delimitazione degli ambiti operativi e’ presente anche nelle legislazioni di altri paesi.

Per aggiungere dubbi su dubbi…Non e’ detto che il timore di interferenze straniere di natura piu’ o meno umanitaria finanziate a suon di dollari o ryal sia necessariamente ingiustificato. Si moltiplicano gli studi sul ruolo di delle organizzazioni non governative internazionali, che hanno fatto da testa di ponte per la penetrazione di comportamenti e punti di vista fino al momento estranei in paesi che hanno visto poi radicali cambiamenti elettorali. E’ il caso di alcuni cambi di regime nei paesi dell’est, o la vittoria di Hamas in Palestina.

Ritorna pertanto la domanda “che fare”?

Personalmente faccio parte di quelli che ritengono sia necessario pensare piu’ ai soggetti sociali e meno agli eventi. Ad esempio una delle ragioni dei fallimenti di molti negoziati di pace sta proprio nei fragili meccanismi di rappresentanza dei soggetti negozianti. Per cui firmato con un soggetto immediatamente nasceva un altro gruppo che denunciava l’accordo, facendo di questo il motivo del suo successo, magari rafforzato in questo da sponsor mossi da qualche interesse geo-politico.

Per tornare in Africa: lo sviluppo di corpi sociali la cui natura di espressione di interessi e principi sia palese assicura in modo migliore lo sviluppo dei paesi. Siano questi partiti, associazioni, sindacati, cooperative, piccola e media imprenditorialita’. Senza questo investimento rischiamo di dare a tutti coloro che ritengono che il destino dell’Africa sia dovuto ad una “naturale” predisposizione autocratica della leadership africana ed alla corruzione dei suoi funzionari (dimenticandosi che assai spesso i corruttori vengono dalle nostre parti).

Ho citato i due esempi di Wangari Maathai e di Yayi Bayam Diouf perche' in qualche modo piu' conosciute al grande pubblico, ma possiamo e dobbiamo includere fra gli attori delle societa' africane le organizzazioni dei lavoratori, che in molte parti dell'Africa sono state le prime ad introdurre elementi di dialettica politica, cosi' come la rete di piccole e grandi associazioni che in tutti i paesi africani sono nate negli anni, a volte da decine di anni attorno al tema della gestione di aspetti specifici della vita di quei popoli. Per non parlare delle associazioni della diaspora africana.

Sono associazioni che forse non saranno mai in grado di produrre "classe dirigente", tuttavia dimostrano la grande disponibilita' ad associarsi presente in molte parti dell'Africa, vanno da associazioni di raccolta del risparmio (in Sudafrica si chiamano stokvel, in Eritrea ekub), parlo delle strutture delle comunita' africane della diaspora, dove famiglie, spesso poverissime, si autotassano per aiutare il membro in difficolta' o pagare le spese per il rimpatrio della salma di chi e' morto in terra straniera. A questo proposito ricordo come nel periodo in cui ho vissuto ad Asmara, ogni tanto l'aereoporto fosse teatro delle scene strazianti di intere famiglie che attendevano il congiunto. Assai spesso le spese per l'ultimo viaggio erano pagate dalla comunita' della citta' dove quella persona aveva lavorato facendo i lavori piu' umili.

Per concludere: mi trovo d’accordo con tutti coloro che sostengono che se e’ vero che gli aiuti umanitari e gli interventi straordinari saranno necessari ancora per molto, tuttavia se questi non avvengono “con” la popolazione e non “per” la popolazione, il rischio del fallimento e’ assai maggiore. E sugli aiuti faccio una digressione: oramai tutte le stime parlano di un contributo delle rimesse degli emigranti pari a 4 volte il volume degli aiuti...Questo significa che l'Africa e gli africani rispetto sono oggi assai piu' protagonisti nelle economie africane di quanto non appaia nell'immagine veicolata dai media sul ruolo dei donatori occidentali o dai comunicati ed impegni dei vari G8 e c. Il tema del futuro e' come fare si che le rimesse anziche' produrre utili alla western union ed ai comercianti di prodotti dell'estremo oriente, favoriscano lo sviluppo dell'economia locale. E questo ci riporta al tema di cui sopra: qualsiasi azione di sviluppo non puo' essere fatta senza interlocutori forti nel paese in cui si effettua l'azione, qualcosa che richiede investimenti sulle persone e sulle strutture associate.

Nei miei anni passati a lavorare con i sindacati prima in Sudafrica e poi in Eritrea, ho verificato quanto questo lavoro possa essere a volte frustrante perche' ogni tanto cambiano interlocutori o le priorita' del partner, per non parlare del fatto che qualsiasi progetto che investe su strutture composte da persone e non su strutture materiali e' soggetto alla necessita' di adattarsi ai contesti politici ed alle loro evoluzioni (o involuzioni). Tuttavia ne vale la pena.

Aggiungo un'ultima riflessione personale ma che so essere condivisa. Un processo siffatto non solo migliora chi riceve, ma aiuta moltissimo anche chi da’. Personalmente ho imparato moltissimo guardando il mondo da un punto di vista diverso, o provando a seguire il consiglio di un mio saggio amico eritreo che mi invitava a provare ogni tanto a pensare come loro quando esaminavo le disgrazie di quel paese. Provare a pensare come loro, non per essere come loro ma per capire meglio i loro passi, le loro azioni, le loro emozioni, e capire come spiegare i nostri passi, le nostre azioni, le nostre emozioni.

Anche questo deve essere la cooperazione.