11.7.09

Vertice G8 dell'Aquila, "un successo!"

Anche io credo che il vertice dell'Aquila sia stato un successo, che lo spostamento del vertice si sia dimostata una buona idea, ma non per i motivi esposti dal governo italiano.

Il G8 dell'Aquila ha mostrato in modo evidente come il soggetto sia arrivato alla sua fase terminale.

Davanti alle macerie dell'Aquila, alcune ancora nella stessa posizione in cui erano state lasciate dal terremoto, appariva ancora maggiore il contrasto fra lo spiegamento di forze, costi resi necessari per portare i cosiddetti "grandi della terra" ad incontrarsi per tre giorni ed i risultati effettivi troppo modesti raffrontati ai costi, e risultati politici ancora più modesti se raffrontati alla storia di questo tipo di riunioni.

Perchè se alla fine del vertice non si capisce se i riferimenti del documento finale ai fondi per l'Africa parlino di finanziamenti aggiuntivi, oppure di mantenimento di impegni disattesi nel passato, significa che gli estensori del documento finale sono stati assai abile a dissimulare la realtà effettiva: che i "grandi della terra" sono usi a prendersi impegni che non mantengono.

Qualcuno ha detto che le promesse del G8 all'Africa assomigliano molto al reimpacchettamento di un regalo già promesso nel passato e mai consegnato.

Ma anche gli altri grandi obiettivi del G8 non sono stati raggiunti. Perchè semplicemente fuori dalla portata del gruppo. Tralascio di parlare delle proposte legate agli aspetti finanziari, degne di per se di una nota. Ma significativo è notare come "l'intesa" sulle questioni del riscaldamento globale è solo la conferma che nell'appuntamento dell'ONU di Copenhagen ci sarà da lavorare parecchio per trovare come finanziare la riduzione delle emissioni di anidride carbonica nei paesi di recente sviluppo.

Il fatto che la Cina, non solo per se ma anche in nome di una quanitità di paesi in via di sviluppo, abbia riconosciuto la necessità di affrontare l'effetto serra, ma non abbia sottoscritto impegni per il suo contrasto, la dice lunga su quanto occorra fare perchè un tema vitale per il pianeta sia affrontato.

Il fatto è che se diverse sono le responsabilità rispetto al degrado dell'ambiente, è bene che anche gli impegni siano ripartiti in maniera differenziata, tenendo conto di possibilità, teconologie disponibili e c.

Il problema è che una parte dei paesi sviluppati hanno al momento già difficoltà ad accettare di prendersi impegni in casa loro e pertanto riesce difficile vederli aiutare e finanziare i paese in via di sviluppo nell'individuazione di teconologie pulite.

Il comunicato finale sull'ambiente, salutato come un successo, lo è effettivamente perchè mette per la prima volta nero su bianco l'adesione degli Stati Uniti, confermando quella che era la posizione della amministrazione di Barak Obama sin dal suo insediamento, e sopratutto perchè porta la firma di Berlusconi, che invece si è contraddistinto per aver cercato sempre di frenare rispetto agli impegni sottoscritti dall'Italia nei vari protocolli in materia ambientale.

Peccato però che Obama debba ottenere ancora l'approvazione del senato alle sue politiche ambientali, e peccato che nei giorni del vertice del G8 il parlamento italiano ha approvato provvedimenti che puntando nuovamente sul nucleare, sposano un modello energetico che potrà iniziare a contribuire all'abbattimento dei gas serra solo fra una decina di anni (se tutto va bene), questo ovviamente senza prendere in considerazione tutte le obiezioni, e ce ne sono tante, sulla tecnologia nucleare per se.

In questo quadro era lecito aspettarsi che da parte del G8 non ci fosse una risposta entusiastica alla domanda "chi paga per contrastare l'effetto serra nei paesi in via di sviluppo", difficile però sostenere che dal G8 sia arrivata "la risposta" ai temi dell'ambiente.

La realtà è che il G8, come detto sopra, è obsoleto come meccanismo di facilitazione del governo delle complessità contemporanee. La ricerca di nuovi meccanismi è aperta da tempo. Il sospetto è che sarà lunga, perchè fortunatamente sono entrati in campo nuovi soggetti, nuove domande e nuove necessità che non sono più risolvibili raccogliendo attorno al tavolo volta volta i paesi ricchi (perchè non sono più quelli di una volta...) o quelli con deterente nucleare (anche quello pieno di nuovi arrivati o di aspiranti tali), o quelli che rappresentano le potenze regionali. Un meccanismo obsoleto, poco efficace e piuttosto costoso, anche fra le macerie.

Lo ha confermato il G8 dell'Aquila e questo è un successo.

6.7.09

Razzismo e dintorni


Paola Concia deputata, attivista omossessuale e modella nella foto: «L’abbiamo fatto per invitare i cittadini a guardare in faccia gli altri cittadini, a mettersi più spesso nei panni degli altri. I panni di chi vive da diverso, ma ogni giorno si sveglia affrontando il giorno come un giorno nuovo, da vivere “senza macchia e senza paura”.

La frase di Paola riportata da L'Unità mi ha ricordato di un episodio di qualche anno fa, quando con un amico e collega sudafricano andavamo a recuperare del materiale per una trasmissione radio presso la SABC (il servizio pubblico televisico sudafricano). Essendo materiale che probabilmente doveva essere affittato anche in altre occasioni, ed io comunque avevo solo un ruolo di supporto, dissi a Mlungisi che era meglio se parlava direttamente lui con l'impiegato. Mlungisi sorridendo mi fece notare che in Sudafrica, se vedono un bianco ed un nero assieme presumono sempre che il primo sia il padrone ed il secondo l'uomo di fatica, e si rivolgeranno al primo.

Era il 1999, l'apartheid era finito da tempo, ma l'apartheid nelle teste delle persone era (ed è) assai più duro da sradicare.

Ho spesso riflettuto sulla mia pelle bianca e su quanto mi ha reso più facile la vita. Ben diversa la storia di Mlungisi, scappato da Soweto nel 1976, dopo che la repressione aveva reso impossibile la vita a chi come lui aveva partecipato ai moti studenteschi. Il suo passaporto era una collezione di visti di stati africani che lo avevano ospitato. Mi parlava dell'Unione Sovietica dove aveva imparato come anche dietro alla solidarietà internazionalista c'erano pregiudizi razziali.

Una vita con la pelle nera. Ma il discorso vale per chiunque appartenga ad un'altra comunità di persone, come ci ricorda Paola Concia. Perchè quando un paese si sente debole o una comunità si sente minacciata la prima cosa che fa è percepire le altre comunità come un pericolo. E così si perde.

Una amica che aveva lavorato in una struttura che ospitava bambini non vedenti, mi raccontò che dopo essere stata assunta aveva dovuto passare del tempo nella struttura completamente bendata, perchè doveva conoscere quale era la percezione dell'ambiente circostante che avevano i suoi assistiti.

Forse dovremmo essere anche noi clandestini per un po'. Sapere cosa vuol dire avere paura quando vediamo un normale controllo dei vigili urbani, sapere cosa vuol dire uscire con il timore che sulla nostra faccia sia visibile la scritta "sono irregolare"...

Intanto consoliamoci nel notare come dissipati i fumi della battaglia all'invasore straniero, qualcuno dell'esecito vincente comincia a fare i conti e notare come gli invasori in realtà erano già parte di noi, e ci aiutavano a guardare i nostri vecchi, a pulire le nostre case, a costruire le nostre case, a far funzionare le nostre fabbriche, a pagare le nostre pensioni.

l'Italia e gli impegni per lo sviluppo

Avvenire venerdì 3 luglio 2009 - intervista a Barak Obama "Dal G8 vorrei poter ottenere la convinzione che eravamo seri quando ci siamo incontrati a Londra (per il G20, ndr) e abbiamo specificamente parlato della necessità non solo di stabilizzare l'economia, ma anche di far sì che gli effetti immediati della crisi non siano subiti in modo sproporzionato dai Paesi più vulnerabili...come Stati Uniti...abbiamo già in programma di raddoppiare gli aiuti alle nazioni povere, non solo per interventi immediati, ma anche per il futuro. La priorità dell'America al prossimo G8 è proprio di indurre gli altri Paesi a fare altrettanto"

Ansa 27 giu. - La Camera dei deputati americana ha approvato di strettissima misura un colossale progetto di legge destinato a lottare contro il riscaldamento globale del pianeta ed a creare contemporaneamente nuovi posti di lavoro. Il testo, di oltre 1.200 pagine, deve essere ancora approvato dal Senato. Alla Camera ha ottenuto 219 voti a favore (appena uno in piu' dei 218 necessari) e 212 contrari.
Il presidente americano Barack Obama, citato dai media Usa, si e' detto felice del risultato ed ha definito il progetto come ''una vittoria del futuro sul passato'' nonche' come ''una passaggio audace e necessario''.

la Stampa, 5 luglio: Bob Geldof "La cancelliera Merkel, il premier Brown, persino il presidente Sarkozy hanno aumentato gli aiuti per la povertà. L’Italia li ha ridotti di 400 milioni. Tutti mantengono le promesse, tranne il governo italiano. Presidente Berlusconi, come può guidare il G8?".

Le citazioni riportate qua sopra danno il senso di come mentre fra gli altri pasei del G8, Usa in testa, sia evidente la connessione fra temi locali e temi globali quando si parla di sviluppo e di leadership, in Italia i comportamenti siano assai diversi.

Putroppo l'Italia che fa già fatica a guardare all'Europa, men che meno a tenta di capire cosa succede fuori dal continente. Tutto viene analizzato e verificato con logiche interne, e pure male. Tanto che immediatamente a destra c'e' chi si indigna quando uno di loro fa notare i cortocircuiti che le varie iniziative possono provocare nel paese.

Ad esempio credo che anche l'ultima uscita di Giovanardi, con l'appello alla regolarizzazione di collaboratrici e badanti, sia dovuta alla constatazione in un pezzo del PDL, della irrazionalità ed impopolarità di un provvedimento che rischia di privare una parte della società di collaborazioni rese oramai indispensabili dall'invecchiamento della popolazione e dalle insufficenze del sistema sanitario pubblico.

Eppure un paese con qualche ambizione, come dice di essere l'Italia, dovrebbe provare a ragionare razionalmente sui temi dello sviluppo e sopratutto dovrebbe farne oggetto di dibattito fra i suoi cittadini, perchè è sempre più chiaro come quello che accade in Africa od in Asia può avere ripercussioni sulla nostra vita, e sopratutto come molte delle scelte che vengono fatte nell'occidente influiscono sulla vita di quelle persone, compreso sulla scelta di molti di loro di prendere la via dell'emigrazione.

Allora partiamo dai ragionamenti razionali, provando a vedere le connessioni che vi sono fra migrazioni, tematiche dello sviluppo, tematiche ambientali e impegni dell'occidente.

1) Uno dei dati incontrovertibili è come i fenomeni migratori siano destinati a crescere, e non per i successi delle politiche economiche occidentali, che generano una prosperità che attira i poveri del mondo (quello che viene definito il pull factor) ma per gli insuccessi delle politiche occidentali laddove si relazionano ai paesi in via di sviluppo. E non si tratta solo di politiche di cooperazione, dove la lista delle promesse mancate è lunghissima, ma nel meccanismo di sviluppo dell'occidente che ha creato diseconomie per i paesi in via di sviluppo.

La vulgata dice che i paesi che sono rimasti al palo lo sono rimasti perchè guidati da autocrati e corrotti, ed è una analisi giusta, tuttavia meno si dice di come per un mondo interessato a mantenere bassi i prezzi delle materie prime, l'esistenza di autocrati e corrotti, e con un buon controllo del territorio, è spesso il prezzo da pagare per evitare che paesi ricchi di queste risorse acquisiscano anche il controllo dei prezzi delle loro risorse.

Insomma, la povertà del sud dice molto su di noi e sul nostro modello di sviluppo economico. Un modello di sviluppo economico che peraltro ha conseguenze negative anche sulla nostra qualità di vita.

Non si tratta quindi di farlo solo per "loro", si tratta di farlo anche per noi.

Questo diventa evidente quando parliamo di ambiente, e questo sarà particolarmente evidente nei prossimi mesi mano mano che ci avvicineremo alla conferenza dell'ONU di Copenhagen sul riscaldamento globale.

Una conferenza di cui poco si parla in Italia, un po' per una certa incapacità del sistema informativo a guardare a temi che travalicano i confini, un po' forse per l'imbarazzo derivante dal fatto che l'Italia è fra i paesi che meno ha fatto per rispettare gli impegni di Kyoto, un pò probabilmente per il fatto che il nostro paese è ben fornito di "negazionisti del riscaldamento globale" e come molti di questi abbiano responsabilità di governo e siano in grado di dettare l'agenda informativa.

2) E tuttavia i disastri ambientali sono un formidabile push factor: è diventato infatti sempre più evidente come gli squilibri conseguenti al fattore serra stiano colpendo in misura assai maggiore e precoce i paesi della fascia equatoriali, soggetta a regimi di pioggie torrenziali e cicli aridi con una successione e dinamiche cui quei paesi non erano abituati e peri quali non vi sono risposte nelle pratiche millenarie di quelle agricolture di sussistenza.

Ne tanto meno le economie di quei paesi sono preparate a sostenere l'impatto delle povertà di natura ambientale. E' possibile che nessuno dei clandestini africani che arrivano da noi sia direttamente un "profugo ambientale" ma è assai probabile che il mancato sviluppo del suo paese e le mancate opportunità conseguenti abbiano una derivazione di tipo ambientale. E' il caso del conflitto nel Darfur, e' il caso delle dinamiche nel corno d'Africa.

C'e' da chiedersi ad esempio quale futuro potrà avere un giovane del Chad, che è il settimo Paese più povero al mondo, dove l’80% dei suoi 9 milioni di abitanti vive sotto la soglia della poverta con meno di un dollaro al giorno. Il Chad ha visto il lago da cui prende il nome ridursi ad una pozzanghere (e' passato dai 28,000 kmq di estensione del '800 ai 1500kmq di oggi.

Il paese accoglie oggi oltre 270.000 rifugiati, in maggioranza provenienti dal Darfur e in parte dalla Repubblica Centro Africana, e assiste oltre 180.000 sfollati interni. Ed il conflitto del Darfur è stato definito il primo conflitto dovuto all'effetto serra perchè ha visto un tema antico, lo scontro fra civilta stanziali e civiltà pastorali per l'uso della terra, avvenire in un contesto di progressiva desertificazione.

3) La gravità delle modificazioni introdotte dalle mutazioni climatiche è sempre più evidente: non siamo più infatti alle lamentele sulle mezze stagioni scomparse ma ad una ben più concreta analisi con conseguente strategia, predisposta e discussa in consessi internazionali di altissimo livello, e che prevede impegni specifici da parte di tutti i paesi per la riduzione dei gas serra.

Per essere più specifici: l'impegno è impedire un aumento della temperatura globale di due gradi, soglia oltre cui si stima che i mutamenti sarebbero probabilmente irreversibili, mediante una riduzione delle emissioni dannose che riporti la terra alle condizioni del 1990.

Il dato significativo è che perchè questo obbiettivo sia raggiunto occorre che tutti i paesi concorrano: per essere chiari, se anche i paesi sviluppati rispettassero i loro impegni (e non li stanno rispettando), senza un analogo impegno dei paesi in via di sviluppo, gli obbiettivi di riduzione delle emissioni globali non verrebbero raggiunti.

Con un danno per tutti, sia per chi già vive nelle zone più fragili del pianeta, che per chi invece ancora si accorge dei mutamenti climatici per una solo per la sempre più rapida successione di fenomeni atmosferici inusuali poco promettenti per il futuro.

E tuttavia alcuni dati sono certi:

76% delle emmissioni già presenti nell'atmosfera sono responsabilità dell'occidente

un australiano immette nell'atmosfera 5 volte più di un cinese, un canadese 13 volte più di un indiano.

100 paesi in via di sviluppo, con una popolazione di un miliardo di persone è responsabile del 3% dell'effetto serra.

I paesi sviluppati hanno più risorse GDP procapite, ad esempio gli Stati Uniti hanno un GDP che è 10 volte quello cinese e 19 quello Indiano.

Questo a dire che le risorse per salvare la terra stanno prima di tutto da questa parte dell'emisfero, così come le responsabilità per i danni....

O meglio:

se i paesi in via di sviluppo intraprendono una strada simile alla nostra, i disastri ambientali saranno analoghi.

Se non si sviluppano ci sarà un inesorabile esodo verso il nord del mondo.

Per svilupparsi in modo rispettoso dell'ambiente occorrono tecnologie e risorse di cui non dispongono e che invece sono patrimonio dell'occidente...

Ed allora si ritorna al punto di partenza evidenziato dalle citazioni: abbiamo un imperativo a guardare al mondo, un imperativo che non nasce dalla pur nobile voglia di fare del bene, ma dalla circostanza che è il nostro futuro ad essere in gioco. Ed è per questo che è indispensabile sottolineare come l'Italia non stia facendo la sua parte.

3.7.09

Comunità internazionale e diritti umani

Con l'irruzione nelle nostre case delle immagini delle manifestazioni iraniane, ancora una volta si sono sentiti gli appelli alla comunità internazionale, perchè intervenisse per impedire le violazioni dei diritti umani rese evidenti dalle immagini che televisioni, social network e giornali, ci proponevano.

Credo che l'indignazione sia legittima, e assolutamente doveroso fare il possibile per dimostrare la solidarietà con i manifestanti, e tuttavia occorre anche essere in grado di sfuggire ai pericoli nascosti dietro ad alcuni di quei appelli.

La prima questione: la comunità internazionale. E' un concetto piuttosto astratto che nella testa di troppi nasconde invece una idea abbastanza concreta riassumibile nel sistema di valori e pratiche proprie dell'occidente. A mio avviso la solidarietà è invece tanto più utile quanto più cerca di capire i valori e le aspettative dei soggetti di cui stiamo parlando.

Valori che a volte possono essere radicalmente diversi dai nostri.

Insomma non solidarizzare con gli iraniani in piazza perchè usano social network e telefonini come noi, e quindi ci somigliano, ma perchè vogliono dire la loro nel loro paese come noi vogliamo dire nel nostro.

Ma questo rimanda al secondo tema, ancora più rilevante quello del sistema di obblighi connesso alla applicazione del principio della difesa dei diritti umani. Il concetto di diritti umani è un concetto che ha conosciuto nella storia passaggi cruciali, culminati probabilmente nella dichiarazione universale dei diritti dell uomo del 1948, e tuttavia quella dichiarazione non ha messo la parola fine al percorso per la costruzione di un sistema di difese dei diritti dell'uomo.

In realtà la individuazione di una serie di principi condivisi da tutti i sistemi politici ed a tutte le latitudini ha costituito solo il primo passo per il loro riconoscimento.

E' infatti innegabile che per consentire il riconoscimento di diritti sono necessari sistemi giuridici e di organizzazione statale adeguati, e la storia ci dice che questo spesso non è il caso, sopratutto laddove a violare i diritti sono gli stessi soggetti che dovrebberlo difenderli.

In sostanza abbiamo una dichiarazione universale scritta da un consesso di stati, un sistema di convenzioni ratificate dagli stati nazionali, che dovrebbe garantire il rispetto di quei principi, degli organismi che vigilano sui principi più rilevanti (l'ultimo è il trattato istitutivo della corte penale internazionale), e tuttavia il sistema di protezioni ha un percorso assai più accidentato quando entra nei confini interni degli stati nazionali.

Nel corso degli anni si sono cercate soluzioni al dilemma, con definizioni quali quella dell'interventismo umanitario, obbligo alla protezione, polizia internazionale, e tuttavia non si può dire che queste siano state soddisfacenti. Anzi, a volta le cose sono andate peggio.

Il problema è che il sistema dei diritti universali regge solo se incorpora anche una sua dimensione locale, se è in grado di avere una sua declinazione locale. Se, per dirla con le parole di un leader iraniano in esilio, i ragazzi di Teheran sentono che lottano per i loro diritti e non per gli interessi della comunità internazionale...

Nel caso iraniano, ad evidenziare questa distanza fra dimensione universale e dimensione locala, una cosa che mi ha colpito di alcuni commentatori delle vicende iraniane, era che sottolineassero come il contrasto fosse tutto interno ad una teocrazia che si conosce da anni, a sottointendere come non fosse lecito aspettarsi molto.

E' un commento giusto se riteniamo che la forma con cui noi decliniamo la democrazia sia l'unica possibile, ma diventa profondamente sbagliata se invece pensiamo che i ragazzi che urlano alla notte "Allah e' grande", che chiedono dove sia finito il loro voto, che manifestano la loro volontà di essere protagonisti della vita del loro paese con tanti modi diversi, dalla documentazione dei blog ai messaggi sui social network, siano il segnale della presenza di una società che si ritiene titolare di diritti, quei diritti scritti nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Siano in sostanza il segnale della presenza della condizione necessaria per una declinazione locale del tema dei diritti.

Il nostro compito è saper leggere ed interagire con questi fenomeni, magari sarà più difficile che cullarci nelle nostre certezze e proteggerci coi nostri schemi mentali, ma sicuramente sarà molto più interessante ed utile.

17.6.09

Un Americano tranquillo

Molti anni fa Graham Greene tratteggiava nel suo romanzo "the quiet american" il contrasto fra la personalità cinica del protagonista Fowler, un giornalista oramai avezzo a vederene di cotte e di crude ed interessato solo all'oppio ed alla sua giovane amante, ed invece l'americano Pyle, giovane idealista ed agente della CIA, che tentava di applicare nella sua prima missione all'estero le tesi del politologo americano di cui era appassionato sostenitore. Nel romanzo l'americano ci rimette rapidamente le penne, anche se non sono le sue posizioni politiche la causa scatenante il processo che porterà alla sua morte.

Il romanzo è stato letto in molti modi, anche perchè la sua ambientazione nel Vietnam precedente all'intervento Usa in Indocina consente di vedere molti dei temi che hanno caratterizzato un conflitto che ha influenzato per anni l'occidente. Non solo: la certezza che opzioni, idee o fissazioni geopolitiche elaborate a migliaia di km di distanza e dal fortissimo contenuto ideologico influiscono pesantemente sulla scelta o meno di avviare una guerra, è tornata prepotentemente alla ribalta durante la presidenza di George Bush. Ancora una volta con gli Usa principali attori.

Ma non è di questi tranquilli americani che voglio scrivere. Voglio invece affrontare il tema della stupidità ed arroganza che a volte sta nascosta in coloro che magari pensano di essere dalla parte giusta perchè impegnati in una delle tante cause umanitarie o campagne di sensibilizzazione contemporeanee: gli "americani tranquilli" della comunità umanitaria.

Comnciamo da un nome John William Yethaw. Qualche settimana fa ha attraversato a nuoto il lago che separava dalla terra ferma l'abitazione dove abitava la premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi, per incontrare di persona una donna di cui ammirava il coraggio e su cui stava scrivendo un libro. Per gli appassionati di cose religiose possiamo anche aggiungere che fra gli obiettivi c'era anche omaggiare la signora di una bibbia mormone. Il risultato è stato che il regime di Myamar ha colto la palla al balzo per incriminare Aung San Suu Kyi per violazione della norma sui domiciliari.

Ovviamente non dobbiamo nascondere l'odiosità del regime di Rangoon che ha imputato ad Aung San Suu Kyi un atto di cui lei non ha nessuna responsabilità, e tuttavia l'operato del nostro americano ci illustra in maniera egregia un approccio ai temi dello sviluppo e dei diritti umani che dovrebbe essere evitato e che ahimè vede molti proseliti. Nel caso specifico poi la stupidità ci ha messo del suo, ma rimane il fatto che è proprio l'approccio che è errato: i punti di tensione nel mondo non vengono risolti da atti più o meno eroici di questo o quel protagonista occidentale, o dall'interventismo umanitario esterno.

Conta molto di più la forza dei suoi cittadini e le capacità che questi hanno di resistere all'oppressore, tanto per citare uno dei diritti contenuti nella dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789.

Mi chiedo spesso quante siano le organizzazioni nate attorno alla volontà assolutamente legittima di fare qualche cosa per rendere il mondo migliore, e che tuttavia in realtà peggiorano le cose. Dai progetti che creano dipendenza, alle iniziative che creano differenze all'interno di comunità assai omogenee, per non parlare delle cause nobili che offrono spazio ad attori più o meno ignobili, come ad esempio nel caso del Darfur, dove con l'accrescersi della notorietà della crisi, accanto ai gruppi storici dei darfuriani è nata una filiera di soggetti legata allo sfruttamento economico del conflitto.

Ma allora dobbiamo assistere immobili a genocidi, massacri e c.? La risposta è ovviamente no. Ma cominciamo intanto a depurare il nostro spirito umanitario delle scorze date dalla voglia di protagonismo da colonialismo buonista.

Non credo infatti che ci sia molta differenza fra chi predicava la superiorità del cristianesimo nell'ottocento, e lo imponeva sui "poveri selvaggi" che dovevano ancora conoscere lo sviluppo e l'atteggiamento di chi ritiene che le nostre dottrine politico-economiche (qualunque esse siano) posso essere applicabili ovunque, ovviamente sotto la nostra supervisione.

Probabilmente scopriremmo che proprio grazie alle nostra capacità di interagire con soggetti di cooperazione invece che considerarli oggetto delle nostre azioni ci offre un ventaglio di possibilità.

Cominciamo con Aung: intanto prima di cercare di entrare in contatto con lei "l'americano tranquillo" avrebbe fatto meglio a cercare di sentire i rappresentanti delle organizzazione burmesi che fanno riferimento a lei, e sicuramente avrebbero sconsigliato la nuotata.

E poi avrebbe potuto provare ad influenzare nel suo paese le diverse aziende che fanno affari in birmania promuovendone il boicottaggio. infine c'era sempre l'arma politica, ovvero le pressioni su deputati e senatori perchè abbiano una politica di attenzione nei confronti di ciò che avviene in quel paese.

C'e' poi da aggiungere come uno degli aspetti più interessanti di questi ultimi anni è l'effetto dirompente delle interazioni fra paesi.Gli effetti delle crisi economiche, ed in misura ahime' minore, la prosperità, si propagano rapidamente da paese a paese, ed è evidente che la crescita delle soggettività interne agli stati diventa un elemento essenziale nelle dinamiche dello sviluppo. Per intendersi: la politica nucleare iraniana e le sue relazioni con le paure dell'occidente dipenderanno assai più dall'esito dello scontro successivo alle elezioni che non dai diktat USA.

Il capitalismo antidemocratico asiatico deve continuamente fare i conti con i movimenti che nascono dalle nuove diseguaglianze, e se Pechino protegge Rangoon e ricatta Washington in quanto intestataria del debito pubblico USA, non e' detto che il sistema riesca a reggere in eterno perchè non è detto che le condizioni interne a quei paesi rendano sempre sostenibile questo supporto.

E a casa nostra? Parliamo meno di diritti umani e più di doveri delle aziende occidentali che investono nel mondo. Parliamo di diritti sindacali, parliamo di consumo etico, parliamo di un mondo dove non servono eroi più o meno improbabili, ma persone che nella loro vita si comportano responsabilmente.

Alcune di queste persone magari andranno anche a lavorare all'estero, ma prima di attraversare un braccio di lago si informeranno bene, perchè in ogni parte del mondo ci sono donne e uomini che conoscono ed amano il loro paese, donne e uomini che amano il mondo come il loro paese, donne e uomini che vale la pena di ascoltare.

1.6.09

Aiuti allo sviluppo

Quando si parla di aiuti allo sviluppo ogni tanto qualcuno propone una bella frase ad effetto, ovvero che questi sovente non sono altro che il trasferimento di risorse dai poveri dei paesi ricchi ai ricchi dei paesi poveri. Con questa frase viene sottolineato come troppo spesso la cooperazione allo sviluppo sia servita ad arricchire autocrati e dittatorelli a giro per il mondo.

La frase è vera ma nasconde varie insidie,la prima è data dalla generalizzazione: gli aiuti allo sviluppo sono una galassia caratterizzata da attori di ogni tipo e dal modus operandi e obiettivi a volte antitetici: difficile mettere sotto lo stesso cappello l'operato di missionari di varie fedi o di organizzazioni di volontariato laico con l'operato di governi attenti all'impatto geopolitico dell'intervento d'aiuto, così come paragonare l'impegno di piccole organizzazioni non governative con quello delle grandi strutture del sistema delle nazioni unite.

La seconda insidia è che può servire da alibi per autoassolverci rispetto al modo con cui in questi ultimi anni è stato affrontato in Italia dal governo il tema degli aiuti allo sviluppo, un modo che ha visto gli aiuti decrescere rispetto agli impegni presi in sede internazionale (ci sarebbe anche da discutere sulla qualità di alcuni interventi rubricati quale aiuti ma il ragionamento ci porterebbe lontano).

La terza insidia è che questa frase può racchiude un sottointeso velenoso, ovvero quello che sottolinea quanto siano buoni ed a volte ingenui i bianchi, che mantengono i cattivi dei paesi in via di sviluppo pensando di aiutare i poveri digraziati.

Infine l'insidia dell'ommissione: i fili di gran parte dei processi che hanno portato alla verità evidenziata dalla frase vengono assai spesso tirati dai ricchi del mondo ricco, dove hanno sede le banche che ospitano i conti correnti dei vari dittatori, dove (almeno in Italia) i ricchi non contribuiscono adeguatamente alla fiscalità dello stato che finanzia una parte significativa degli aiuti, ed infine dove vengono effettuate le valutazioni geopolitiche che portano a privilegiare certe partnership su altre. Tanto per restare a casa nostra la legge 49 del 1987 che disciplina la cooperazione la definisce, al suo articolo 1 "Parte integrante della politica estera dell'Italia".

Detto questo tuttavia non è possibile nascondere l'inefficacia, almeno nel caso dell'Africa, della cooperazione allo sviluppo. In sostanza il continente africano dopo decenni e miliardi di dollari di aiuto ha visto diminuire in modo consistente il suo peso nel contesto mondiale. Scrive Loretta Napoleoni http://lanapoleoni.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2258766) "Gli aiuti all’Africa non hanno funzionato, su questo tutti concordano. In Asia, invece, dove questi aiuti non sono mai arrivati in quantita’ analoghe abbiamo oggi un tenore di vita molto piu’ alto che 50 anni fa’."

L'articolo citato della Napoleoni prende le mosse dal contenuto di un libro uscito recentemente e che ha suscitato molte discussioni nella comunità umanitaria, sopratutto in quella impegnata in Africa. Il libro "Dead Aid - Why Aid Is Not Working and How There Is a Better Way for Africa" di Dambisa Moyo, ha attirato immediatamente le attenzioni degli operatori non solo per le tesi sostenute ma anche per la biografia dell'autrice, una economista africana con studi nelle migliori università inglesi ed americane ed una esperienza di 8 anni di lavoro alla Goldman Sachs.

L'analisi della Moyo che ci presenta la Napoleoni non è nuova, e parte dal fallimento degli aiuti allo sviluppo dell'occidente. Di questo tema avevano già parlato negli anni fra gli altri Graham Hancock con il suo "Lords of poverty" e William Easterly in "the white man burden", e tuttavia lo scritto della Moyo è interessante perchè è il punto di vista di una donna africana, anche se con una formazione rigorosamente occidentale. In particolare degno di nota il fatto che la Moyo guardi in modo positivo all'esempio cinese ed all'approccio cinese al continente africano http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/05/18/dambisa-moyo-denuncia-gli-aiuti-salvano-dittatori.html. Interessante perchè è un tema al centro del dibattito politico africano in quanto i cinesi con la loro proposta di partnership economiche e non di aiuti hanno toccato le corde di molti leader africani.

Non vi è dubbio quindi che la attenzione che la Moyo dedica al tema delle relazioni sino-africane sia ben motivata, e tuttavia ci sono a mio avviso dei punti deboli nel ragionamento che presenta la soluzione come investimenti su una filiera basata su piccola impresa, microcredito, e sviluppo delle imprenditorie locali, sviluppo oggi reso impossibile ad esempio dalle burocrazie africane. Una filiera che assieme alle partnership economiche, come quelle che si stanno sviluppando con le imprese cinesi sarebbe destinata a eliminare definitivamente gli autocrati con conti in Svizzera.

Un primo punto debole è dato dalla fiducia a mio avviso eccessiva nel fatto che buone pratiche economiche generino naturalmente buone pratiche politiche...E' sicuramente vero che un paese con una distribuzione più equa del benessere è più stabile di un paese con grandi ineguaglianze, e pertanto la diffusione del benessere genera stabilità, e tuttavia se il processo parte da partnership economiche non è detto che questo genererà un ricambio della classe dirigente, anzi, chi investe dall'estero tende a privilegiare la sopravvivenza politica dei suoi partner politici nel paese.

E' infatti vero che gli imprenditori sono tendenzialmente filogovernativi e quindi lo saranno a maggior ragione in presenza di governi autoritari o dove le opposizioni hanno scarse garanzie. E' evidente quindi che sarà la forma attuale della società politica a definire le modalità degli investimenti e anche delle politiche connesse. Non è un caso ad esempio che gli investimenti petroliferi cinesi in Sudan siano accompagnati anche da un sostegno al governo sudanese attuale nel consiglio di sicurezza dell'ONU.

Quanto alla filiera...Viene giustamente rilevato che quando per aprire una attività in Africa occorrone 2 anni ed in molte parti dell'occidente pochi giorni, non vi è dubbio che vi siano dei svantaggi competitivi consistenti. Tuttavia la povertà è una trappola da cui non si esce in assenza anche di un sistema politico e finanziario che favorisca l'avvio di attività, e questo è per l'appunto quello che una parte, quella migliore degli aiuti internazionali hanno provato a fare.

Rimane poi l'ultimo aspetto. Siamo sicuri che la politica di aiuti sia fallita perchè concettualmente sbagliata e non perchè semplicemente fatta male ed incoerentemente?

Per essere chiari: difficile pensare ad uno sviluppo della zootecnia africana quando un etto di burro prodotto in Europa può essere venduto sui mercati africani ad un prezzo più basso di quello locale grazie ai sussidi agli agricoltori europei, tanto per parlare di coerenza (non so se sia ancora così ma ricordo anni fa che in un paese con una zootecnia d'eccellenza come il Sudafrica il burro più economico veniva dall'Irlanda).
Quanto alla qualità: e' indubbio che al donatore ed al governante apparire nelle foto delle inaugurazioni di un megaimpianto o di un ospedale fa molto più effetto che tagliare il nastro all'inaugurazione di un mulino rurale o organizzare la formazione di medici per posti di salute, ma quale intervento ha un maggior impatto, anche sulla coscienza delle comunità rurali come portatrici di diritti, primo passo per l'emancipazione anche politica?

Perchè alla fine è questo il tema, e su questo sono certo concordano anche i seguaci delle teorie più neoliberiste: la società si emancipa da dittatori ed autocrati solo se ha una coscienza dei suoi diritti civili ed economici, e questo in Africa deve ancora avvenire pienamente sia nelle baraccopoli delle grandi città che nelle comunità rurali più remote. Non credo che proposte come quella shock della Moyo di congelare gli aiuti per 5 anni sia utile a sviluppare questa coscienza, serve invece orientare assai meglio gli aiuti, passare dagli interventi più o meno caritatevoli, di una carità spesso interessata, ad interventi tesi a costuire e rafforzare le soggettività.

Per concludere: fintanto che per un governante africano sarà più importante l'opinione del suo finanziatore (o partner in affari) che quella del suo elettore, rimangono aperte le possibilità di sprechi, malversazioni o irrilevanza dell'investimento ai fine della lotta alla povertà.

19.5.09

Immigrazione e respingimenti

Non so se sia una peculiarità solo italiana o se sia una delle caratteristiche della comunicazione politica, tuttavia mi hanno colpito l'ignoranza e l'approssimazione del dibattito e delle "autorevoli" dichiarazioni sull'immigrazione e sul diritto di asilo degli ultimi giorni.

Intanto e' importante notare come nonostante tutti i tentativi di spiegazione, nel dibattito sulla stampa si sia equiparato diritto di asilo a diritto degli immigrati ad entrare in Italia. E' su questo sfondo in cui si inquadra il passaggio tragicomico delle dichiarazioni del ministro La Russa sulla UNHCR, l'agenzia delle nazioni unite che si occupa di rifugiati.

Probabilmente La Russa e c. non sanno o fanno finta di non sapere la differenza che c'e' fra un rifugiato ed un emigrante.

Nel primo caso si ha un soggetto che ha DIRITTO alla protezione in tutti i paesi che nel 1951 firmarono la convenzione sui diritti dei rifugiati. Una convenzione firmata dall'Italia ma non dalla Libia. Per inciso una convenzione firmata anche dall'Albania sin dal 1994, per cui il parallelismo fra respingimenti degli scafisti degli anni 90 e respingimento dei barconi di oggi è errato: nel primo caso era possibile e doveroso da parte delle autorità presenti sulla costa albanese (UNHCR compresa) verificare la presenza sui gommoni di persone avente diritto alla protezione, nel caso della Libia no.

Sui rifugiati l'Italia avrebbe poi un obbligo in più derivante dall'articolo 10 della costituzione, come hanno ricordato in molti, non ultimo Scalfari su repubblica il 17-5-2009.

Per essere ancora più chiari: al mondo in questo momento vi sono milioni di persone con lo status di rifugiato assistiti dalla UNHCR, di questi meno del 20% si allontana dalla regione in cui sono cresciuti e questo perchè la loro aspirazione è tornarsene a casa, ed è compito della comunità internazionale fare si che si realizzino le condizioni perchè questo rientro avvenga, così come è compito dei firmatari della convenzioni di Ginevra assicurare protezione anche a coloro che per motivi particolari non possono o non vogliono restare nella regione.

Anche sull'entità del fenomeno per il nostro paese è bene intendersi: in Italia solo una piccola parte degli stranieri arrivati in questi anni aveva diritto allo status di rifugiato. Solo che una parte consistente di questi arrivano via mare, e da adesso in poi sono destinati ad essere brutalmente respinti da Maroni e c....Per cui l'accanimento si esercita proprio laddove vi sono maggiori possibilità invece di trovare persone da proteggere.

Nel caso del migrante invece ci si trova di fronte ad un soggetto che per motivi economici decide di lavorare in un paese diverso dal suo. Chi si è scatenato contro la UNHCR forse non sa, ma esiste anche una organizzazione internazionale, a cui aderisce anche l'Italia, che si occupa di migrazioni, la IOM. Esiste una organizzazione specifica perchè i temi sono diversi: una cosa è chi migra per necessità di protezione, un'altra chi invece lo fa spinto dalla legittima aspirazione ad un futuro migliore che il suo paese non è in grado di assicurargli. Di migrazioni poi si occupa anche la ILO, l'organizzazione internazionale del lavoro, perchè il tema della protezione dei migranti come lavoratori è un tema non secondario.

Va infine aggiunto, quando si parla di normative internazionali, come una parte significativa degli stranieri in Italia, sia arrivata grazie alle norme che consentono la libera circolazione dei cittadini europei in europa.

Ricapitolando:

a) il diritto di asilo dei rifugiati è un diritto cui l'Italia non può sottrarsi, come non possiamo sottrarci alle altre obbligazioni che ci derivano dal nostro far parte della comunità internazionale, percui prima di respingere migranti che non può accogliere, l'Italia ha l'obbligo di accettare quelli che hanno diritto allo status di rifugiato.

b) le modalità con cui vengono stabilite le norme per aprire o chiudere le frontiere agli altri migranti sono materia invece delle leggi che volta volta il paese si da in relazione alle necessità o possibilità della propria economia.

c) il senso comune o almeno il dibattito politico si è concentrato sul problema dell'immigrazione irregolare come conseguenza degli sbarchi non bloccati per tempo, quando non solo questa risulta essere una piccola parte, ma sopratutto interessa in buona parte soggetti che sono quelli con maggiori possibilità di vedersi riconosciuto lo status di rifugiato.

Ma non si tratta solo di separare i due concetti di rifugiato e migrante, ma anche di provare a guardare più in la per vedere cosa è possibile fare affinche' ci siano meno rifugiati e meno migranti...

Per i rifugiati sicuramente il tema del lavoro per la pace è il primo su cui impegnarsi, e c'e' da chiedersi se l'Italia sia sempre stata dalla parte giusta o se abbia usato al meglio gli strumenti in suo possesso. Certamente è stata dalla parte sbagliata partecipando al conflitto Irakeno che ha prodotto un paio di milioni di rifugiati. Mi pare sia stato poi deludente il lavoro dell'Italia nel consiglio di sicurezza, dove ha avuto un posto per gli ultimi due anni, e dove mi pare ad esempio abbia fatto poco (o abbia operato male) per favorire la soluzione delle crisi nelle aree che teoricamente doveva conoscere meglio del corno d'Africa (dove la sua diplomazia vanta un impegno sin dagli anni successivi alla decolonizzazione).

Per quel che riguarda i migranti mi pare che il dibattito abbia preso una strada sbagliata, dividendo il campo fra "buonisti" e "realisti", i primi a dire che occorre accogliere sempre chi bussa alla tua porta, i secondi a sostenere nel migliore dei casi che non c'e' posto in casa, nel peggiore che alla porta bussano solo persone importune, ladri e stupratori.

Sono ambedue approcci sbagliati perchè perseguono fini diversi dall'obbiettivo di gestire le migrazioni. Nel primo caso servono a conquistare un primato morale o a sentirsi a posto con la coscienza, nel secondo a sostenere la propria sintonia con timori e paure della gente comune.

Non servono i primati morali perchè timori e pregiudizi esistono ed hanno un peso, come ha ricordato assai autorevolmente il presidente Obama parlando dei timori e dei pregiudizi razziali della sua amatissima nonna e non serve demonizzarli, e non serve invece appiattirsi su una presunta opinione pubblica perchè è la natura dei problemi a non consentirlo: la fortezza Europa sarà assediata fino a quando non ci sarà un riequilibrio nella distribuzione della ricchezza a livello mondiale. Per non parlare dell'indiscutibile dato che una parte del benessere dell'Europa dipende direttamente dalla importazione di manodopera.

Non servono primati morali perchè ahimè il processo di redistribuzione della ricchezza non avviene partendo da dove le ricchezze sono concentrate, ma interessa in primo luogo i più poveri dei paesi ricchi. E sono pertanto gli strati più deboli dell'occidente a sentire la concorrenza dei paesi in via di sviluppo, così come è la forza lavoro meno qualificata dei paesi più sviluppati a sentire la minaccia dei migranti.

Non è utile attizzare il fuoco delle paure perchè fintanto che la differenza fra miseria e prosperità dei villaggi del sud del mondo sarà data dall'esistenza o meno di rimesse dai migranti, ci sarà sempre chi per cercare di dare un futuro alla propria famiglia prenderà la strada del nord, con i miseri risparmi raccolti in tutta la famiglia allargata. E tutti gli indicatori ecomomici fanno ritenere che per ancora del tempo questo gap è destinato ad accrescersi. Le ultime proiezioni dell'unione africana e dell'IMF ad esempio parlavano di una riduzione del 20% della capacità media di acquisto degli Africani, capacità che già era modestissima...

Sul volume delle rimesse ci sono dati diversi, non tutte le rimesse passano infatti dai canali ufficiali, ma si sa che in gran parte dell'Africa come minimo sono pari agli aiuti allo sviluppo, quando non li superano di molto in quantità e capillarità (per gli appassionati della storia, il primo paese al mondo che si dotò di una disciplina in materia di protezione delle rimesse dei migranti fu guarda caso proprio l'Italia, che su quelle rimesse costruì probabilmente un pezzo del suo sviluppo).

Ed allora ad essere chiamata in causa non è tanto la politica italiana (ed europea) dell'immigrazione, che fra un errore e l'altro comunque ha fatto si che in Italia ci siano comunque oltre 3 milioni e mezzo di immigrati regolari e regolarizzati, ma le politiche di cooperazione allo sviluppo. Perchè è fuorviante guardare cosa accade davanti a Lampedusa, ed è invece ben più importante vedere cosa accade prima di Lampedusa.

E' quello il buco nero di cui niente si sa. E non si vuol sapere.

Ogni tanto qualche documentario in tarda serata, quando si tratta di temi sociali, o nella fascia per i bambini, quando invece si parla di bellezze naturali, ci ripropongono uno strano continente con cui manteniamo un rapporto di estraneità, ignorando quanto di nostro è presente nelle difficoltà di quel continente e quante sono state le nostre promesse mancate da quelle parti.

Poco si dice del ruolo che l'Africa ha avuto nella guerra fredda e di come quella che da noi era fredda in Africa si è trasformata in una serie di conflitti atroci.

Poco si racconta delle risorse minerarie africane, e di come attorno a quelli si combattano guerre in grande e piccola scala. Che sia il petrolio, il rame o i giacimenti del coltan con cui operano tutti i nostri telefonini di cui siamo grandi consumatori.

E che dire della corruzione dei governi. I più informati conoscono i nomi dei governanti africani corrotti ma poco sappiamo dei loro corruttori, che troppo spesso abitano a latitudini più temperate.

Ma anche quando parliamo di impegno diretto allo sviluppo non la raccontiamo tutta: il club dei paesi più sviluppati ha promesso da anni di impegnare una quota del suo pil per aiuti allo sviluppo: quella quota è stata fissata allo 0.7. I paesi scandinavi sono assai vicini a quell'impegno se non in linea, l'Italia invece negli anni si è allontanata sempre più fino ad approdare ad un modestissimo 0,011.

Eppure è abbastanza chiaro che se non vi è sviluppo per molti paesi l'unica alternativa è l'emigrazione. E che questa può avvenire solo verso le aree più ricche, qualsiasi sia la percezione che noi possiamo avere individualmente della nostra ricchezza quando torniamo a casa su un autobus affollato di lavoratori stranieri che se ne tornano nelle loro periferie.

Ed allora per non dividersi fra buonisti e realisti: parliamo di più di cosa accade prima di Lampedusa (o oltre i confini dell'Europa) e di cosa occorre fare perchè accada sempre meno.

Intanto non sarebbe una cattiva idea mantenere le promesse: il G8 del 2005 aveva promesso un pacchetto aggiuntivo di aiuti all'Africa pari a 50 miliardi di dollari: di quel pacchetto ad oggi ne sono stati sborsati solo il 14%. Mi pare che in quanto a rapidità l'occidente sviluppato abbia velocità diverse a seconda dell'oggetto: quando si tratta di banche si agisce in fretta, se si parla di africani il passo è meno concitato almeno che non siano in prossimità delle nostre acque territoriali.

Infine un tema che meriterebbe da solo una nota, ed è quello della cittadinanza e dell'appartenenza. Mi chiedo spesso chi sia più italiano fra il ragazzo figlio di immigrati, tifoso della squadra locale, che parla con l'accento della città, che ha studiato alla scuola italiana ed invece quello che nato e cresciuto all'estero ha un passaporto italiano in virtù di una nonna emigrata ai primi del '900. Per molti il primo è straniero, o immigrato di seconda generazione, il secondo italano, con una idea quindi dell'identità e dei diritti basata tutta sul sangue. Per intendersi l'idea che trapela dietro alle dichiarazioni sulla società multietnica.

E' interessante perchè dimostra una idea debole sulla capacità di costruzione di una identità da parte della comunità italiana.

Eppure i trend nei paesi occidentali sono altri: una iniziativa di ricerca promossa dalla Ambasciata di Germania a Roma e dalla Caritas Italiana con la cooperazione della Friedrich Ebert-Stiftung evidenzia come in Germania, il paese europeo probabilmente più interessato negli ultimi 50 anni da grandi fenomeni migratori, un residente su 5 ha un passato di migrante contro la percentuale italiana di uno su 15. Una bella differenza mi pare, e non mi pare che abbia reso meno buona la birra all'Oktober fest o meno tetragono il modo di giocare della nazionale tedesca. Non so se arriveremo mai a quelle percentuali, ma comunque sarà bene avvicinarcisi preparati e con una idea da venunesimo secolo della identità italiana ed europea, una idea inevitabilmente multietnica ed inevitabilmente anche multiculturale.