-E quel pane li icche e'-
-Ci s'ha il fornaio di Capri, lo assaggi che gl'e' buono-
- suvvia me ne dia un pezzo-
-il nostro fornaio ci sta' facendo un sacco di cose nuove. Da quando c'e' lui abbiamo aumentato le vendite!-
Qualche giorno fa mi è capitato di assistitere a questo dialogo in un forno di Scandicci.
Ovviamente il dialogo è continuato e così anche gli acquisti da parte della signora davanti a me, davvero interessata ad assaggiare le varie proposte del fornaio di Capri.
E mentre ascoltavo lo scambio mi venivano in mente tante cose: quanto è lunga l'Italia, e poi come ogni paese e paesotto della penisola abbia il suo pane e prodotto tipico. E di come molti cibi ed ingredienti che oggi consideriamo "italiani" fino a non troppi anni fa erano piatti regionali guardati con sospetto in altre parti del paese, insomma il fornaio di Capri mi confermava che ancora l'Iitalia è terra di varietà e differenze notevoli, mentre la curiosità della signora e disponibilità della commessa al banco provava come quei sospetti fossero superati e sostituiti dall'interesse per le diverse culture culinarie.
Il dialogo si conclude:
-lui viene dallo Sri lanka, è stato per 10 anni a Capri dove ha imparato a fare il pane come lo fanno a Capri-
I fornai sono cambiati, come sono cambiati muratori e badanti. E' il momento che cambino anche i diritti di chi in Italia vive e lavora. Si chiama cittadinanza.
11.4.10
Cittadinanze meticce
Sono oramai 20 anni che il tema dell'immigrazione attraversa la politica italiana. Un tema utilizzato volta volta per definire appartenenze, raccogliere consensi o semplicemente provare a leggere le mutazioni della nostra società da quando i primi gommoni hanno iniziato a scaricare albanesi sulle nostre coste all'inizio degli anni '90.
E non ci sono dubbi che è un tema destinato ad essere presente ancora per molto, perché riflesso di una alterazione significativa del nostro tessuto sociale e produttivo. Una alterazione in cui i flussi migranti sono più conseguenza che causa nonostante le percezioni veicolate a piene mani dalla propaganda politica xenofoba.
Il problema è che il terreno di confronto e scontro negli anni è ancora quello dell'ingresso, come se i 4 millioni di arrivi siano arrivati ieri, proponendo solo ora problemi e tematiche nuove alla società italiana. Tipiche le frasi "non c'e' posto per tutti", o da l'altra parte gli appelli all'accoglienza.
Eppure basta passare un sabato pomeriggio in un centro commerciale o seguire il flusso dei visitatori di un mercato o semplicemente montare su un autobus nelle ore del mattino per capire dall'intreccio di lingue quanto sia già cambiata la struttura delle nostre città.
Ed allora non sarà che limitare l'attenzione al binomio clandestinità/accoglienza sia non solo limitativo ma alla lunga fuorviante rispetto a quelli che saranno i temi dei prossimi anni, e che in alcune città d'Italia sono già all'ordine del giorno?
Importante allargare adesso l'orizzonte perché non possiamo permetterci che fra 4 o 5 anni ci si presentino temi per i quali non abbiamo elaborato gli strumenti adatti ad affrontarli.
Sono tutti i temi legati ai diritti di cittadinanza, sia come aspetto meramente politico/amministrativo (no taxation without representation, ed abbiamo 4 milioni di contribuenti che non votano) che come aspetto culturale.
Da questo punto di vista il problema maggiore non è contrastare l'idea regressiva della "protezione" delle culture italiane con una idea cosmopolita e multiculturale. Potrebbe essere infatti sufficente ricordare che ha paura di soccombere solo chi è già debole in partenza: è infatti assai più facile invece che ci aspetti un futuro di fornai e pizzaioli dagli accenti strani ma perfettamente in grado di sfornarci pani e pizze di nostro gradimento.
Quello su cui invece riflettiamo poco, salvo quando qualche banlieu parigina prende fuoco, è su che orizzonte l'Italia è in grado di offrire a persone nate e cresciute in Italia e che giustamente si sentono altrettanto italiani quanto cittadini del paese dei loro genitori.
Credo che la battaglia da condurre sia quella che contrasta l'idea di una "italianità" di sangue da contrapporre ai tanti "loro" (come spesso qualcuno si riferisce volta volta ad albanesi, rumeni, senegalesi e c.), una "italianità" cui dobbiamo contrapporre un'idea di cittadinanza che si applica alle persone a prescindere da razze e fedi o origini.
E' una idea quest'ultima sicuramente da praticare nelle scuole, e già ci sono esempi di buone pratiche in scuole "di confine", ma che producono poco se non si vince la battaglia sul campo principale, se non si fa passare nella società il principio che chi vive e lavora in un paese è titolare di diritti in quel paese, a prescidere da cosa dice il suo passaporto o il colore della pelle, cittadino perché contribuisce al benessere di quella società, cittadino perché è cresciuto leggendo i libri, vedendo i film, guardando la tv, tifando per le squadre di quel paese.
Certo il rumeno-italiano, o l'albanese-italiano, si sentirà cittadino di più paesi...ma questo ci arrichisce, come hanno arricchito altri paesi i meticciamenti ripetuti.
C'e' una figura retorica che viene spesso usata, quella del "cittadino del mondo" che è una figura che non mi piace in quanto generica. E tuttavia mi piace pensare che siamo tutti cittadini di molti posti direttamente connessi alla nostra esperienza di vita.
Personalmente mi sento cittadino del paese di mio padre (ho avuto un passaporto straniero fino alla maggiore età), cittadino italiano, e cittadino degli altri paesi dove ho abitato per lavoro.
E non ci sono dubbi che è un tema destinato ad essere presente ancora per molto, perché riflesso di una alterazione significativa del nostro tessuto sociale e produttivo. Una alterazione in cui i flussi migranti sono più conseguenza che causa nonostante le percezioni veicolate a piene mani dalla propaganda politica xenofoba.
Il problema è che il terreno di confronto e scontro negli anni è ancora quello dell'ingresso, come se i 4 millioni di arrivi siano arrivati ieri, proponendo solo ora problemi e tematiche nuove alla società italiana. Tipiche le frasi "non c'e' posto per tutti", o da l'altra parte gli appelli all'accoglienza.
Eppure basta passare un sabato pomeriggio in un centro commerciale o seguire il flusso dei visitatori di un mercato o semplicemente montare su un autobus nelle ore del mattino per capire dall'intreccio di lingue quanto sia già cambiata la struttura delle nostre città.
Ed allora non sarà che limitare l'attenzione al binomio clandestinità/accoglienza sia non solo limitativo ma alla lunga fuorviante rispetto a quelli che saranno i temi dei prossimi anni, e che in alcune città d'Italia sono già all'ordine del giorno?
Importante allargare adesso l'orizzonte perché non possiamo permetterci che fra 4 o 5 anni ci si presentino temi per i quali non abbiamo elaborato gli strumenti adatti ad affrontarli.
Sono tutti i temi legati ai diritti di cittadinanza, sia come aspetto meramente politico/amministrativo (no taxation without representation, ed abbiamo 4 milioni di contribuenti che non votano) che come aspetto culturale.
Da questo punto di vista il problema maggiore non è contrastare l'idea regressiva della "protezione" delle culture italiane con una idea cosmopolita e multiculturale. Potrebbe essere infatti sufficente ricordare che ha paura di soccombere solo chi è già debole in partenza: è infatti assai più facile invece che ci aspetti un futuro di fornai e pizzaioli dagli accenti strani ma perfettamente in grado di sfornarci pani e pizze di nostro gradimento.
Quello su cui invece riflettiamo poco, salvo quando qualche banlieu parigina prende fuoco, è su che orizzonte l'Italia è in grado di offrire a persone nate e cresciute in Italia e che giustamente si sentono altrettanto italiani quanto cittadini del paese dei loro genitori.
Credo che la battaglia da condurre sia quella che contrasta l'idea di una "italianità" di sangue da contrapporre ai tanti "loro" (come spesso qualcuno si riferisce volta volta ad albanesi, rumeni, senegalesi e c.), una "italianità" cui dobbiamo contrapporre un'idea di cittadinanza che si applica alle persone a prescindere da razze e fedi o origini.
E' una idea quest'ultima sicuramente da praticare nelle scuole, e già ci sono esempi di buone pratiche in scuole "di confine", ma che producono poco se non si vince la battaglia sul campo principale, se non si fa passare nella società il principio che chi vive e lavora in un paese è titolare di diritti in quel paese, a prescidere da cosa dice il suo passaporto o il colore della pelle, cittadino perché contribuisce al benessere di quella società, cittadino perché è cresciuto leggendo i libri, vedendo i film, guardando la tv, tifando per le squadre di quel paese.
Certo il rumeno-italiano, o l'albanese-italiano, si sentirà cittadino di più paesi...ma questo ci arrichisce, come hanno arricchito altri paesi i meticciamenti ripetuti.
C'e' una figura retorica che viene spesso usata, quella del "cittadino del mondo" che è una figura che non mi piace in quanto generica. E tuttavia mi piace pensare che siamo tutti cittadini di molti posti direttamente connessi alla nostra esperienza di vita.
Personalmente mi sento cittadino del paese di mio padre (ho avuto un passaporto straniero fino alla maggiore età), cittadino italiano, e cittadino degli altri paesi dove ho abitato per lavoro.
3.1.10
Confini lontani
Il Corno d'Africa per molti italiani è una terra lontana, legata a studi liceali o a qualche vecchia cartolina trovata in soffitta e spedita da un parente oramai scomparso da tempo. Nei casi migliori al Corno d'Africa si riferisce qualche aggiornamento in chiusura di notiziario relativo all'ennesimo attentato in Somalia o, ed allora la notizia si posiziona meglio nel palinsesto, la segnalazione dell'arrivo sulle nostre coste di profughi provenienti da quelle parti. Quando capita appare anche la notizia più singolare, come quella dell'intera nazionale di calcio dell'Eritrea che non fa rientro in patria dopo una partita internazionale, una di quelle notizie cui dedichiamo al massimo una rifessione fugace per poi tornare alla nostra quotidianità.
Sicuramente non abbiamo visto sui nostri media la notizia apparsa pochi giorni fa sul circuito reuters e che riportava la rivendicazione di un gruppo dell'opposizione eritrea relativo ad un attacco su un campo eritreo al confine con l'Etiopia. La notizia è stata confermata anche dal sito ufficiale del governo eritreo, anche se anziché dare la responsabilità dell'attacco a gruppi dell'opposizione parla di truppe etiopiche .
Non sono in grado di dire quale versione sia quella corretta e tuttavia debbo notare che l'incidente è serio ed indicativo del possibile riacutizzarsi di conflitti su quella linea di confine. Manco da tempo da Asmara ma non mi stupirei se in questi giorni fossero ripresi i voli di addestramento dei Mig ed i programmi patriottici in TV.
Sono confini lontani, per cui mi immagino che pochi si chiedano cosa stia accadendo da quelle parti. Ma facciamo male, perché quello che sta accadendo ci tocca molto di più di quanto non pensiamo. E non solo per il flusso di profughi, peraltro ridotto dalle disposizioni in materia di respingimenti in Libia che da sole bastano a farci vergognare del nostro governo.
Se non abbiamo il cuore per essere turbati dalle immagini di violenze e sangue, queste dovrebbero toccarci almeno perché questi conflitti avvengono di fronte al mar Rosso, forse la più importante via d'acqua con cui merci e petrolio arrivano in Europa.
Difficile non vedere un nesso fra lo scontro al confine ed il fatto che poco prima di Natale il consiglio di sicurezza dell'ONU ha emesso delle sanzioni a carico dell'Eritrea in seguito al supporto che il paese ha dato agli insorti somali in questi anni ed alla mancata soluzione di una vicenda di confine con Djibuti.
Non ho strumenti per valutare se le accuse sollevate contro l'Eritrea siano fondate in toto o in parte, e tuttavia temo che le conseguenze dell'ulteriore isolamento Eritreo non saranno quelle attese di un calo delle tensioni nell'area.
Intanto perché se non ho molta difficoltà a riconoscere che l'Eritrea operi in Somalia, per un interesse a mantenere sulle spine l'Etiopia, suo nemico storico, temo che non sia l'unico paese a farlo e sopratutto, per quel che so delle finanze del paese, temo che lo faccia per conto terzi. Eppure è identificato come unico destinatario di sanzioni...Che sia un parlare a nuora perché suocera intenda? Ma è un meccanismo che nella diplomazia non funziona gran che.
Ed infatti Gordon Brown ha dichiarato in queste ore che per combattere il terrorismo dovranno intervenire in Yemen e Somalia.
Ci sono poi meccanismi messi in moto dalla seconda motivazione delle sanzioni: la mancata risoluzione delle tensioni di confine con Djibuti.
Chi come me ha vissuto per alcuni anni in Eritrea sa bene quanto abbia pesato, sia sulla situazione interna attuale che sul posizionamento internazionale, la mancata chiusura del contenzioso di confine con l'Etiopia, un contenzioso sulla carta risolto da un trattato che prevedeva un giudizio arbitrale innappellabile e poi una demarcazione del confine.
Questo processo, sponsorizzato fortemente dall'Onu, si è fermato perché l'Etiopia riteneva sbagliato il giudizio e lo voleva rivedere. Il risultato è che ci sono ancora truppe etiopiche che stazionano in parti di territorio assegnate all'Eritrea ed i cui dati sono oramai parte del database dei confini conservato dall'ONU (in sostanza la commissione per i confini non potendo demarcare sul terreno per l'opposizione del governo etiopico ha effettuato una demarcazione virtuale consegnando poi le mappe all'ONU).
Diciamo che in termini d'urgenza fra la chiusura di un conflitto sanguinoso con decine di migliaia di morti terminato nel duemila con un arbitrato di un paio di anni successivo e una scaramuccia di confine del 2008 io non avrei dubbi su dove intervenire prima con il pugno di ferro. A maggior ragione se sospetto che la motivazione dietro all'"internazionalismo" dell'Eritrea sia quella di condurre una guerra di logoramento per interposta persona all'Etiopia. O almeno avrei tentato di individuare tutte le ragioni di instabilità nel Corno d'Africa.
La risoluzione invece fornisce ancora un'altra occasione al governo eritreo per fare con il suo popolo la parte della vittima dell'ONU (nella storia eritrea esiste il precedente dell'atto con cui l'ONU decise che la ex colonia italiana venisse, dopo la seconda guerra mondiale, federata all'Etiopia anziché concederle l'indipendenza come chiedevano molte forze politiche eritree).
Insomma il sospetto è che nella incapacità di affrontare l'intrico somalo e più in generale del Corno d'Africa si sia scelta la scorciatoia della individuazione del cattivo di turno.
E' una strategia rischiosa sotto vari profili, intanto ci dicono gli esperti di cose somale che in realtà l'Eritrea supporta si uno dei gruppi che si oppongono al governo sponsorizzaro dall'ONU, ma che questo non è quello più vicino ad Al Quaida e che anzi in questi mesi il conflitto era non solo fra oppositori e governo ma anche fra i diversi gruppi di oppositori. Insomma, se l'Eritrea supporta uno dei gruppi dell'opposizione, indebolire nel mezzo di una lotta intestina proprio il gruppo con cui forse sarebbe più facile negoziare non mi sembra una grande idea.
La seconda questione è legata al messaggio piuttosto forte che viene diffuso in un'area a grande instabilità e di cui l'episodio di qualche giorno fa è un esempio.
Qualcuno potrebbe obiettare che non ho fatto alcun riferimento alla situazione interna dell'Eritrea che lo rende un paese dai pessimi risultati in tutti i principali indicatori relativi ai diritti umani. E' una obiezione legittima e tuttavia c'è da chiedersi quanto la sindrome d'accerchiamento, vera o procurata che sia, contribuisca ad aggravare quegli indicatori: nella storia sono infatti rari, se non assenti, i casi di sistemi democratici che si sviluppano durante un assedio vero o percepito che sia.
E' quindi solo rimuovendo le pretese cause della sindrome che saremo in grado di capire se queste erano solo pretesto per l'oppressione o motivo di preoccupazione in qualche modo comprensibile per una parte di eritrei. E comunque il futuro dell'Eritrea è un tema che deve vedere in prima fila prima di tutto il suo popolo.
Certo nelle sanzioni ci potrebbe essere un obiettivo non dichiarato ma plausibile considerato quanto la leadership di Issaias Afwerki è indigesta a diversi paesi dell'area, obbiettivo che vedrebbe nell'indebolimento del gruppo dirigente eritreo dalle sanzioni una precondizione per il suo superamento.
Tuttavia mi pare che non sia molto realistico, nel senso che è assai più probabile il precipitare del paese in un caos magari aiutato dal riaffiorare di antiche differenziazioni religiose ed etniche e con una parte significativa delle intelligenze oramai espatriate, che non assistere ad un cambiamento di regime come ad esempio improvvidamente auspicato qualche tempo fa dalla precedente amministrazione USA.
Ma i problemi non si fermano qua, c'e' un'altra linea di confine di cui preoccuparci ed è quella fra nord e sud Sudan determinata da un accordo di pace sempre traballante: fra poche settimane si voterà in Sudan e fra un anno si dovrebbe tenere il referendum per l'autodeterminazione del sud Sudan. Certo le alleanze nell'area sono cambiate molto da quando gli eritrei (quella volta con il beneplacito dell'occidente) erano stati importanti nel supporto delle istanze sud sudanesi. E tuttavia non è detto che un'alleanza Etiopia - Sudan, un tema che ritorna di tanto in tanto, sia sufficente ne auspicabile a garantire la stabilità in un'area cruciale.
Qualche tempo fa un intellettuale esule sudanese molto vicino al governo del Sud Sudan mi diceva che l'unica stella polare che dovrebbe guidarci è quella del rispetto degli accordi, perché tutte le altre modalità di composizione dei conflitti, quali quello ad esempio che fa affidamento a potenze regionali,in aree complesse come il Corno d'Africa non funzionano.
Nel Corno d'Africa ci sono due accordi che sulla carta hanno il supporto di comunità internazionale e attori regionali e quindi hanno tutte le carte in regola per funzionare a patto che vengano rispettati dai firmatari: quello di Algeri fra Eritrea ed Etiopia ed il Comprehensive Peace Agreement fra nord e sud sudan. Farli applicare in toto dovrebbe essere l'impegno di tutti. Altrimenti il rischio è che il più debole soccombe, ed i fatti ci insegnano che oramai in Africa anche il gruppo più piccolo e fragile è in grado di mantenere intere aree del paese nell'instabilità rappresentando un pericolo per molti ed un ostacolo allo sviluppo.
Ma a conferma di quanto niente sia semplice da quelle parti, c'e' da dire che anche in Etiopia si vota fra poco e le precedenti elezioni non erano andate affatto bene per il partito di governo con accuse di brogli, disordini in piazza, morti e leader dell'opposizione in carcere.
Pur non essendo l'unico problema per l'Etiopia, il groviglio di questioni internazionali che vanno dalle questioni del rapporto con l'Eritrea al tema dell'Ogaden alla Somalia avra' un suo ruolo nella campagna elettorale, con temi he vanno dall'accesso al mare alle questioni lasciate aperte dall'accordo di Algeri alla semplice necessità di dover sostenere un conflitto che magari una delle due parti potrebbe decidere essere la soluzione migliore per chiudere definitivamente il contenzioso.
Sarà opportuno tenere gli occhi aperti.
Sicuramente non abbiamo visto sui nostri media la notizia apparsa pochi giorni fa sul circuito reuters e che riportava la rivendicazione di un gruppo dell'opposizione eritrea relativo ad un attacco su un campo eritreo al confine con l'Etiopia. La notizia è stata confermata anche dal sito ufficiale del governo eritreo, anche se anziché dare la responsabilità dell'attacco a gruppi dell'opposizione parla di truppe etiopiche .
Non sono in grado di dire quale versione sia quella corretta e tuttavia debbo notare che l'incidente è serio ed indicativo del possibile riacutizzarsi di conflitti su quella linea di confine. Manco da tempo da Asmara ma non mi stupirei se in questi giorni fossero ripresi i voli di addestramento dei Mig ed i programmi patriottici in TV.
Sono confini lontani, per cui mi immagino che pochi si chiedano cosa stia accadendo da quelle parti. Ma facciamo male, perché quello che sta accadendo ci tocca molto di più di quanto non pensiamo. E non solo per il flusso di profughi, peraltro ridotto dalle disposizioni in materia di respingimenti in Libia che da sole bastano a farci vergognare del nostro governo.
Se non abbiamo il cuore per essere turbati dalle immagini di violenze e sangue, queste dovrebbero toccarci almeno perché questi conflitti avvengono di fronte al mar Rosso, forse la più importante via d'acqua con cui merci e petrolio arrivano in Europa.
Difficile non vedere un nesso fra lo scontro al confine ed il fatto che poco prima di Natale il consiglio di sicurezza dell'ONU ha emesso delle sanzioni a carico dell'Eritrea in seguito al supporto che il paese ha dato agli insorti somali in questi anni ed alla mancata soluzione di una vicenda di confine con Djibuti.
Non ho strumenti per valutare se le accuse sollevate contro l'Eritrea siano fondate in toto o in parte, e tuttavia temo che le conseguenze dell'ulteriore isolamento Eritreo non saranno quelle attese di un calo delle tensioni nell'area.
Intanto perché se non ho molta difficoltà a riconoscere che l'Eritrea operi in Somalia, per un interesse a mantenere sulle spine l'Etiopia, suo nemico storico, temo che non sia l'unico paese a farlo e sopratutto, per quel che so delle finanze del paese, temo che lo faccia per conto terzi. Eppure è identificato come unico destinatario di sanzioni...Che sia un parlare a nuora perché suocera intenda? Ma è un meccanismo che nella diplomazia non funziona gran che.
Ed infatti Gordon Brown ha dichiarato in queste ore che per combattere il terrorismo dovranno intervenire in Yemen e Somalia.
Ci sono poi meccanismi messi in moto dalla seconda motivazione delle sanzioni: la mancata risoluzione delle tensioni di confine con Djibuti.
Chi come me ha vissuto per alcuni anni in Eritrea sa bene quanto abbia pesato, sia sulla situazione interna attuale che sul posizionamento internazionale, la mancata chiusura del contenzioso di confine con l'Etiopia, un contenzioso sulla carta risolto da un trattato che prevedeva un giudizio arbitrale innappellabile e poi una demarcazione del confine.
Questo processo, sponsorizzato fortemente dall'Onu, si è fermato perché l'Etiopia riteneva sbagliato il giudizio e lo voleva rivedere. Il risultato è che ci sono ancora truppe etiopiche che stazionano in parti di territorio assegnate all'Eritrea ed i cui dati sono oramai parte del database dei confini conservato dall'ONU (in sostanza la commissione per i confini non potendo demarcare sul terreno per l'opposizione del governo etiopico ha effettuato una demarcazione virtuale consegnando poi le mappe all'ONU).
Diciamo che in termini d'urgenza fra la chiusura di un conflitto sanguinoso con decine di migliaia di morti terminato nel duemila con un arbitrato di un paio di anni successivo e una scaramuccia di confine del 2008 io non avrei dubbi su dove intervenire prima con il pugno di ferro. A maggior ragione se sospetto che la motivazione dietro all'"internazionalismo" dell'Eritrea sia quella di condurre una guerra di logoramento per interposta persona all'Etiopia. O almeno avrei tentato di individuare tutte le ragioni di instabilità nel Corno d'Africa.
La risoluzione invece fornisce ancora un'altra occasione al governo eritreo per fare con il suo popolo la parte della vittima dell'ONU (nella storia eritrea esiste il precedente dell'atto con cui l'ONU decise che la ex colonia italiana venisse, dopo la seconda guerra mondiale, federata all'Etiopia anziché concederle l'indipendenza come chiedevano molte forze politiche eritree).
Insomma il sospetto è che nella incapacità di affrontare l'intrico somalo e più in generale del Corno d'Africa si sia scelta la scorciatoia della individuazione del cattivo di turno.
E' una strategia rischiosa sotto vari profili, intanto ci dicono gli esperti di cose somale che in realtà l'Eritrea supporta si uno dei gruppi che si oppongono al governo sponsorizzaro dall'ONU, ma che questo non è quello più vicino ad Al Quaida e che anzi in questi mesi il conflitto era non solo fra oppositori e governo ma anche fra i diversi gruppi di oppositori. Insomma, se l'Eritrea supporta uno dei gruppi dell'opposizione, indebolire nel mezzo di una lotta intestina proprio il gruppo con cui forse sarebbe più facile negoziare non mi sembra una grande idea.
La seconda questione è legata al messaggio piuttosto forte che viene diffuso in un'area a grande instabilità e di cui l'episodio di qualche giorno fa è un esempio.
Qualcuno potrebbe obiettare che non ho fatto alcun riferimento alla situazione interna dell'Eritrea che lo rende un paese dai pessimi risultati in tutti i principali indicatori relativi ai diritti umani. E' una obiezione legittima e tuttavia c'è da chiedersi quanto la sindrome d'accerchiamento, vera o procurata che sia, contribuisca ad aggravare quegli indicatori: nella storia sono infatti rari, se non assenti, i casi di sistemi democratici che si sviluppano durante un assedio vero o percepito che sia.
E' quindi solo rimuovendo le pretese cause della sindrome che saremo in grado di capire se queste erano solo pretesto per l'oppressione o motivo di preoccupazione in qualche modo comprensibile per una parte di eritrei. E comunque il futuro dell'Eritrea è un tema che deve vedere in prima fila prima di tutto il suo popolo.
Certo nelle sanzioni ci potrebbe essere un obiettivo non dichiarato ma plausibile considerato quanto la leadership di Issaias Afwerki è indigesta a diversi paesi dell'area, obbiettivo che vedrebbe nell'indebolimento del gruppo dirigente eritreo dalle sanzioni una precondizione per il suo superamento.
Tuttavia mi pare che non sia molto realistico, nel senso che è assai più probabile il precipitare del paese in un caos magari aiutato dal riaffiorare di antiche differenziazioni religiose ed etniche e con una parte significativa delle intelligenze oramai espatriate, che non assistere ad un cambiamento di regime come ad esempio improvvidamente auspicato qualche tempo fa dalla precedente amministrazione USA.
Ma i problemi non si fermano qua, c'e' un'altra linea di confine di cui preoccuparci ed è quella fra nord e sud Sudan determinata da un accordo di pace sempre traballante: fra poche settimane si voterà in Sudan e fra un anno si dovrebbe tenere il referendum per l'autodeterminazione del sud Sudan. Certo le alleanze nell'area sono cambiate molto da quando gli eritrei (quella volta con il beneplacito dell'occidente) erano stati importanti nel supporto delle istanze sud sudanesi. E tuttavia non è detto che un'alleanza Etiopia - Sudan, un tema che ritorna di tanto in tanto, sia sufficente ne auspicabile a garantire la stabilità in un'area cruciale.
Qualche tempo fa un intellettuale esule sudanese molto vicino al governo del Sud Sudan mi diceva che l'unica stella polare che dovrebbe guidarci è quella del rispetto degli accordi, perché tutte le altre modalità di composizione dei conflitti, quali quello ad esempio che fa affidamento a potenze regionali,in aree complesse come il Corno d'Africa non funzionano.
Nel Corno d'Africa ci sono due accordi che sulla carta hanno il supporto di comunità internazionale e attori regionali e quindi hanno tutte le carte in regola per funzionare a patto che vengano rispettati dai firmatari: quello di Algeri fra Eritrea ed Etiopia ed il Comprehensive Peace Agreement fra nord e sud sudan. Farli applicare in toto dovrebbe essere l'impegno di tutti. Altrimenti il rischio è che il più debole soccombe, ed i fatti ci insegnano che oramai in Africa anche il gruppo più piccolo e fragile è in grado di mantenere intere aree del paese nell'instabilità rappresentando un pericolo per molti ed un ostacolo allo sviluppo.
Ma a conferma di quanto niente sia semplice da quelle parti, c'e' da dire che anche in Etiopia si vota fra poco e le precedenti elezioni non erano andate affatto bene per il partito di governo con accuse di brogli, disordini in piazza, morti e leader dell'opposizione in carcere.
Pur non essendo l'unico problema per l'Etiopia, il groviglio di questioni internazionali che vanno dalle questioni del rapporto con l'Eritrea al tema dell'Ogaden alla Somalia avra' un suo ruolo nella campagna elettorale, con temi he vanno dall'accesso al mare alle questioni lasciate aperte dall'accordo di Algeri alla semplice necessità di dover sostenere un conflitto che magari una delle due parti potrebbe decidere essere la soluzione migliore per chiudere definitivamente il contenzioso.
Sarà opportuno tenere gli occhi aperti.
4.11.09
Crocefisso e corte europea di giustizia
Non cessa mai di stupirmi come l'europeismo di una parte significativa della politica italiana si sciolga come neve al sole quando si parla di chiesa cattolica.
Ma forse a stuprimi di più è l'ignoranza che in questi frangenti viene dimostrata.
La recente sentenza della corte di giustizia in merito al crocefisso ha subito suscitato una gara a commentare un atto che offre a tutti gli atei devoti di casa nostra la possibilità per conquistare punti con le gerarchie vaticane. Ed i commenti sono spesso basati su ignoranza (vera o finta che sia), ed una concezione della storia europea ed italiana parziale che lascia intendere anche un'idea della democrazia preoccupante.
a) Prima questione: le radici cristiane dell'europa...E' un punto sollevato da molti del centro destra e che rimanda alle polemiche nate al tempo della stesura della costituzione europea. Il fatto è che in questo caso si scrive cristiano ma si pensa a cattolico romano. Perché la battaglia del crocefisso è una battaglia della chiesa cattolica. Ad esempio la federazione delle chiese protestanti italiane ha accolto con favore la sentenza.
E del resto come non notare come il crocefisso protestante, privo del corpo del Cristo, sia diverso da quello cattolico. Per cui anche volendo, a quali radici cristiane vogliamo associare il simbolo, e quale simbolo si dovrebbe mettere nelle classi? e non mi pare che valdesi e c. siano arrivati in Italia con le ultime migrazioni dall'africa! Certo nei secoli i non cattolici non avevano diritto alla sepoltura nei cimiteri della città, come ci ricorda il cimitero degli inglesi di Firenze, ma difficile non definirli parte della nostra storia, ed ancora più difficile chiedere che sia solo il crocefisso dei cattolici a rappresentare una pretesa identità cristiana in una europa attraversata per secoli da guerre di religione.
Infine, e come la mettiamo con le minoranze religiose che pure tanto hanno fatto per la cultura europea...E' vero che sono stati chiusi per secoli nei ghetti, eppure la cultura europea deve molto al mondo ebreaico. E l'islam? spesso ci si dimentica che un pezzo della Spagna è stata più a lungo mussulmana che cattolica. E' vero che la fine della reconquista è storia della fine del 1400 , ma nei 750 anni precedenti parte della Spagna era mussulmana.
Ed allora la difesa dell'identità e della cultura cristiana mi pare assomigli più al marcare il territorio per conto del vaticano che non al riconoscimento di ciò che ci rende cittadini europei.
b) perché è di questo che si deve parlare: quali sono le regole per la convivenza che dobbiamo adottare in una Europa dei cittadini. Una di queste è avere intanto delle corti di giustizia che assicurino il rispetto dei diritti delle persone, anche in dispetto del buon senso, che a volte rischia di essere solo senso comune, e come tale soggetto a prevaricare minoranze e diritti, e dispiace che Bersani abbia fatto solo appello al buon senso nel commentare la sentenza.
Il tema è il nodo irrisolto dei rapporti fra stato e chiesa, nodo reso ancora più complesso dal fatto che non si tratta più di rapporti fra uno stato ed una chiesa, ma del rapporto dello stato in un contesto europeo con le molte religioni e fedi che caratterizzano il nostro mondo, compresa l'assenza di fede.
E' un tema che ad esempio gli Stati Uniti hanno affronatato sin dai primi anni, dove pur dichiarando la loro fede (in God we trust è riportato su tutte le banconote), limitano al massimo l'inteventismo dello stato nelle questioni religiose. E non potrebbe essere diversamente in un paese fondato proprio sulla molteplicità delle confessioni religiose e sulla libertà religiosa.
c) ma è anche una questione che ancora una volta esplicita l'idea che molti nel centro destra hanno della società: ovvero di un unicum politico culturale di cui loro sono rappresentanti, legittimati dal voto popolare. Un mondo ben perimetrato da elementi culturali veri e presunti, e di cui la religione (cattolica) costituisce uno dei pilastri.
Ma del resto come stupirsene: se c'e' un elemento che quello si fa parte delle radici storiche dell'Europa, è l'intolleranza per le minoranze e per il pensiero critico. Un elemento che per fortuna era ben chiaro a coloro che avviarono il processo di costruzione dellUnione Europea, tanto che la lotta alle divisioni ed all'intolleranza, che furono alla base di tanti conflitti nel continente europeo, ne costituirono probabilmente una delle ragioni fondanti.
Ma forse a stuprimi di più è l'ignoranza che in questi frangenti viene dimostrata.
La recente sentenza della corte di giustizia in merito al crocefisso ha subito suscitato una gara a commentare un atto che offre a tutti gli atei devoti di casa nostra la possibilità per conquistare punti con le gerarchie vaticane. Ed i commenti sono spesso basati su ignoranza (vera o finta che sia), ed una concezione della storia europea ed italiana parziale che lascia intendere anche un'idea della democrazia preoccupante.
a) Prima questione: le radici cristiane dell'europa...E' un punto sollevato da molti del centro destra e che rimanda alle polemiche nate al tempo della stesura della costituzione europea. Il fatto è che in questo caso si scrive cristiano ma si pensa a cattolico romano. Perché la battaglia del crocefisso è una battaglia della chiesa cattolica. Ad esempio la federazione delle chiese protestanti italiane ha accolto con favore la sentenza.
E del resto come non notare come il crocefisso protestante, privo del corpo del Cristo, sia diverso da quello cattolico. Per cui anche volendo, a quali radici cristiane vogliamo associare il simbolo, e quale simbolo si dovrebbe mettere nelle classi? e non mi pare che valdesi e c. siano arrivati in Italia con le ultime migrazioni dall'africa! Certo nei secoli i non cattolici non avevano diritto alla sepoltura nei cimiteri della città, come ci ricorda il cimitero degli inglesi di Firenze, ma difficile non definirli parte della nostra storia, ed ancora più difficile chiedere che sia solo il crocefisso dei cattolici a rappresentare una pretesa identità cristiana in una europa attraversata per secoli da guerre di religione.
Infine, e come la mettiamo con le minoranze religiose che pure tanto hanno fatto per la cultura europea...E' vero che sono stati chiusi per secoli nei ghetti, eppure la cultura europea deve molto al mondo ebreaico. E l'islam? spesso ci si dimentica che un pezzo della Spagna è stata più a lungo mussulmana che cattolica. E' vero che la fine della reconquista è storia della fine del 1400 , ma nei 750 anni precedenti parte della Spagna era mussulmana.
Ed allora la difesa dell'identità e della cultura cristiana mi pare assomigli più al marcare il territorio per conto del vaticano che non al riconoscimento di ciò che ci rende cittadini europei.
b) perché è di questo che si deve parlare: quali sono le regole per la convivenza che dobbiamo adottare in una Europa dei cittadini. Una di queste è avere intanto delle corti di giustizia che assicurino il rispetto dei diritti delle persone, anche in dispetto del buon senso, che a volte rischia di essere solo senso comune, e come tale soggetto a prevaricare minoranze e diritti, e dispiace che Bersani abbia fatto solo appello al buon senso nel commentare la sentenza.
Il tema è il nodo irrisolto dei rapporti fra stato e chiesa, nodo reso ancora più complesso dal fatto che non si tratta più di rapporti fra uno stato ed una chiesa, ma del rapporto dello stato in un contesto europeo con le molte religioni e fedi che caratterizzano il nostro mondo, compresa l'assenza di fede.
E' un tema che ad esempio gli Stati Uniti hanno affronatato sin dai primi anni, dove pur dichiarando la loro fede (in God we trust è riportato su tutte le banconote), limitano al massimo l'inteventismo dello stato nelle questioni religiose. E non potrebbe essere diversamente in un paese fondato proprio sulla molteplicità delle confessioni religiose e sulla libertà religiosa.
c) ma è anche una questione che ancora una volta esplicita l'idea che molti nel centro destra hanno della società: ovvero di un unicum politico culturale di cui loro sono rappresentanti, legittimati dal voto popolare. Un mondo ben perimetrato da elementi culturali veri e presunti, e di cui la religione (cattolica) costituisce uno dei pilastri.
Ma del resto come stupirsene: se c'e' un elemento che quello si fa parte delle radici storiche dell'Europa, è l'intolleranza per le minoranze e per il pensiero critico. Un elemento che per fortuna era ben chiaro a coloro che avviarono il processo di costruzione dellUnione Europea, tanto che la lotta alle divisioni ed all'intolleranza, che furono alla base di tanti conflitti nel continente europeo, ne costituirono probabilmente una delle ragioni fondanti.
11.9.09
Mappe
Ambroise Tardieu - CARTE de L'AFRIQUE Dressee pour l'intelligence de L'histoire generale des Voyages de LaBarpe
La mappa riprodotta qua sopra evidenza l'Africa come la conoscevano gli europei nel 1821: l'estensore francese segnalava l'enorme spazio bianco nel mezzo del continente con una frase "partie intérieure inconnue aux Européens".
Oggi che le mappe geografiche dell'Africa sono assai più dettagliate e precise, viene da chiedersi quanta parte della mappa ideale, culturale, economica e politica del continente sia ancora sconosciuta agli europei.
Certo i giornali ogni tanto parlano di Africa ed africani. La globalizzazione delle destinazioni del turismo organizzato ha trasformato quelle che erano nomi mitici dei viaggiatori di fine '800, in oggetto di racconti da prima settimana di rientro in ufficio, con annessa immagine di sfondo sul computer al lavoro.
E tuttavia a parte i luoghi comuni su mal d'africa e senso del ritmo da una parte e sui mali endemici del continente dati da fame, fallimenti, dittature, autocrati e corruzione dall'altra, pare ci sia poco di nuovo nella nostra mappa mentale del continente.
Qualche tempo fa ho assistito alla proiezione di un documentario realizzato per illustrare una bella iniziativa della coop, una iniziativa che ha messo un gruppo di ragazzi toscani in contatto con la realtà di una delle bidonvilles di Nairobi, dove un gruppo di religiosi sta portando avanti un progetto per il riutilizzo nel mondo della moda etica dei materiale della vicina discarica.
Una bella iniziativa e tuttavia la natura del filmato, tesa a documentare l'impatto dell'Africa su un gruppo di ragazzi toscani, ancora una volta ha enfatizzato sopratutto l'elemento occidentale che interviene e non i protagonisti locali.
Ed allora il rischio è di perpetuare l'idea che l'Africa sia un buco nero popolato solo da poveri, prostitute, donne in fuga da malattie, carestie e guerre, con una schiera di bambini con mosche svolazzanti attorno. Un buco nero che ci aspetta e dove tuttavia si trovano anche le meravigliose zone selvaggie dove circolano i documentaristi del national geographic pronti a documentare le fantastiche tecniche di caccia del licaone.
Ma l'Africa è molto di più e molto di diverso. Solo che contiene in maniera brutale anche quello che da qualche tempo abbiamo cercato di nascondere anche da noi. L'impressione che si ha visitando le capitali africane, vedendo quanto possa essere ricca la classe dirigente di quei paesi, e' che accanto alla povetà e sottosviluppo, per cui comunque la società africana aveva strategie antiche di adattamento nelle strutture comunitarie, siano cresciute invece le ineguaglianze che nei momenti di crisi sono il terreno fertile per instabilità.
Parlo di quella forbice fra ricchi e poveri che ridotta in tutto il secondo dopoguerra nell'occidente, ha ripreso a crescere in modo prepotente nell'ultimo ventennio.
Qualche tempo fa ad un seminario sindacale in Africa, la persona che coordinava il seminario prese un po' di delegati e chiese loro di stimare la percentuale di ricchi, intesi come tali quelli che possono mettere da parte qualche cosa di quello che guadagnano. La platea disse che a loro avviso erano il 10% della popolazione africana. Poi chiese loro quanti erano definibili come piccola borghesia che viveva con quel che guadagnava, e la stima era il 20%. Il rimanente era il 70% povero. Il secondo passo dell'esercizio era quello di stimare le porzioni di ricchezza detenuta dai tre gruppi. E rispettivamente venne fuori un 70%, 20% e 10%. Infine prese dieci persone e dieci sedie e chiese ai rappresentanti dei diversi gruppi di sedersi sulle proprie sedie. Una modo brutale per mostrare come una sola persona (il 10%) aveva sette sedie, due persone ne avevano una a testa, e che 7 persone dovevano condividere una sola sedia.
Le percentuali di distribuzione della ricchezza in Africa sono probabilmente un po' diverse da quelle stimate in quella sede, anche se dove ho lavorato le percentuali di popolazione sotto la soglia della povertà si avvicinavano molto a quel 70%, e tuttavia l'esempio dimostrava assai bene la natura di molti dei conflitti d'Africa. Non è sottosviluppo, è la distribuzione ineguale delle risorse.
In statistica esiste un indice inventato da un italiano dei primi del 900, si chiama indice di Gini e viene utilizzato dalla agenzie che si occupano di sviluppo per calcolare la distribuzione della ricchezza all'interno dei vari segmenti della società. Più l'indice si avvicina all'1 più alta è la diseguaglianza in quel paese.
Nei paesi europei l'indice oscilla fra 0,2 e 0,3, negli Usa è più alto e sta attorno allo 0,4.
In gran parte dei paesi africani per cui è stato calcolato l'indice sta fra lo 0,4 e lo 0,7. Le cose vanno ancora peggio in America Latina, dove tutti gli stati latino americani hanno un indice di Gini elevato.
In Sudafrica uno dei temi che ha influito sugli equilibri interni al partito di governo, l'ANC, è stato proprio quello delle diseguaglianze. In sostanza i critici delle politiche di Thabo Mbeki gli imputavano di aver favorito la nascita di decine di milionari grazie ai programmi per il Black empowerment, ma che questo non aveva diminuito le diseguaglianze, ed è su un programma indirizzato a favorire, almeno nelle intenzioni, la redistribuzione del reddito, che Jacob Zuma ha vinto prima la nomina quale presidente dell'ANC e poi le elezioni in Sudafrica.
Chi ha amici africani conosce quanto forte sia fra loro il senso di appartenenza ad una famiglia ed ad una comunità e quanto ad esempio la necessità di essere in pace ed in accordo con i propri simili costituisca quasi un imperativo morale. Nei villaggi, quando ci sono crisi, si muovono gli anziani per provare a mediare fra le parti in causa. E' pertanto sorprendente la ferocia e cattiveria che hanno caratterizzato i conflitti africani di questi anni, tanto da farci chiedere se le persone che si sono fatti a pezzi a colpi di machete fossero le stesse sempre pronte a condividere il poco che avevano con l'ospite. La risposta è amaramente affermativa. Le guerre, i conflitti, le tensioni hanno tutte avuto a loro fondamento la distribuzione delle risorse.
La domanda è se questo sia dovuto ad un elemento antropologico legato alla natura dei vari popoli africani, od invece non sia dovuto ai corti circuiti che ogni tanto si creano quando culture deboli entrano in contatto con forze più grandi di loro, e non c'e' dubbio che il mondo africano è stato uno dei soggetti deboli del mondo uscito dalla rivoluzione industriale.
Ma torniamo al nostro indice di Gini, uno strumento imperfetto di misurazione della diseguaglianza, anche perchè calcola le differenze interne ad un paese e non le diseguaglianze a livello di continente o mondiali: diseguaglianze e povertà sono particolarmente presenti in America Latina ed Africa, due continenti ricchi di risorse naturali. E sia in America Latina che in Africa per decenni si sono sperimentati vari tipi di governi, quasi sempre dai caratteri fortemente autoritari.
La verità è che per il sistema di produzione industriale l'accesso alle materie prime richiedono un paio di presupposti, che non sono necessariamente conseguenti ai sistemi democratici e che sono: controllo del territorio, e certezza nella continuità delle forniture. Sono due presupposti che sono assai più facilmente ritrovabili sotto governi dittatoriali amici che non sotto democrazie soggette alla volatilità dei corpi elettorali. L'11 settembre non è solo l'anniversario dell'attentato alle torri gemelle, è anche l'anniversario del golpe in Cile, quando fu deposto un governo democratico che fra le varie cose fatte aveva anche ardito di nazionalizzare le miniere di rame della Kennecot e della Anaconda.
A questo destino non è sfuggita l'Africa, dove per decenni sono andati di pari passo gli interessi geopolitici con la stabilità di governanti più o meno corrotti ed i contratti di sfruttamento minerario.
Purtroppo le cose non sembrano migliorare per il futuro: nella divisione internazionale del lavoro il posto assegnato all'Africa è ancora quello di fornitore di materie prime, e sulle materie prime si stanno combattendo guerre, costruendo fortune e determinando la nuova geografia politica del continente.
In una recente intervista di presentazione del suo libro "Architects of Poverty" Moeletsi Mbeki, commentatore politico ed imprenditore sudafricano, nonché fratello dell'ex presidente del Sudafrica, ha parole durissime per le elites africane, a suo dire responsabili di proseguire le politiche coloniali di rapina delle risorse naturali del continente senza investire nella industrializzazione dei rispettivi paesi, anzi favorendo la deindustrializzazione del poco che c'era. Insomma diventando ricchissimi rendendo più poveri i proprio concittadini.
E rieccoci alle ineguaglianze: ci sono villaggi, persone, famiglie nel continente africano in grado di vivere una esistenza frugale in modo anche assai felice, e ne ho incontrate molte negli anni passati in Africa. Ma è difficile che queste persone siano disposte a tollerare per sempre che altri diventino ricchi sfruttando la loro frugalità, le loro terre, le loro risorse: alcuni vogliono la loro parte, che siano gli abitanti del delta del Niger, le popolazioni del Congo, i pescatori somali, e come questo accade è evidente dalla cronaca.
La lotta alla povertà come lotta alle diseguaglianze. La lotta alle ingiustizie come contrasto alle guerre.
Credo che sia tempo di aggiornare le nostre mappei e magari di riprendere alcuni slogan antichi.
23.8.09
Eritrea ed eritrei
Ancora una volta leggo di una tragedia dell'emigrazione con protagonisti eritrei. E, come penso accada a tutti quelli che hanno vissuto per qualche anno in Eritrea, il mio pensiero torna a quel paese, ed alle decine di persone che ho avuto l'opportunità di incontrare negli anni passati ad Asmara.
Provo ad immaginare i volti dei ragazzi morti nel canale di Sicilia: magari li avevo incontrati qualche volta, incrociati in una passeggiata sul corso di Asmara, o forse erano seduti nel tavolo accanto a me in una delle serate passate in pizzeria o magari si erano imbucati in una delle molte feste organizzate dalla comunità espatriata per affrontare la monotonia di una sonnacchiosa capitale africana molto sui generis.
E ripenso all'emigrazione vista da la, alle frasi sussurate su chi aveva attraversato la frontiere, o alle notizie che ogni tanto arrivavano, una volta sui quei 10 ragazzi morti di sete nel deserto, o la storia di quello che aveva attraversato mezzo mondo per riuscire ad arrivare a lavorare come lavapiatti a san diego.
Ma sopratutto ricordo i silenzi, la pesante sensazione di non sapere cosa avesse fatto il congiunto di cui non si avevano più notizie. E la speranza era che il silenzio fosse dovuto alla vergogna per il fallimento personale, e non alla morte nel deserto o nel canale di Sicilia.
Per non parlare poi di chi non era proprio riuscito ad uscire dal paese e scontava la sua pena per emigrazione illegale in qualche campo di lavoro.
Strano destino quello degli eritrei arrivati in Italia: escono da un paese in cui è reato emigrare clandestinamente per arrivare in un paese in cui è reato immigrare clandestinamente.
Ma tutto questo forse interessa poco a chi non ha vissuto per qualche tempo da quelle parti. Per anni ho avuto la fondata idea che l'Eritrea fosse un paese che interessava solo ad un ristretto gruppo di "estimatori", un gruppo che peraltro nonostante le dimensioni era assai assortito e che andava da nostalgici dell'Italia coloniale ben rappresentata dalla storia della colonia "primigenia", a idealisti sognatori che avevano visto sulle sponde del mar rosso nascere un esperimento castrista che nelle loro speranze non avrebbe fatto gli errori del castrismo.
Caratteristica comune a nostalgici e sognatori quella di comunque cercare di interpretare la realtà con lenti assai condizionate dalla parzialità del punto di partenza...
Ma per tornare all'emigrazione eritrea: una tesi molto popolare fra i commentatori giornalistici specializzati è quella della fuga dal governo di Isaias Afwerki che guida l'Eritrea da 18 anni: una spiegazione in grado di ricondurre rapidamente la natura del problema ad una dinamica amico-nemico, buoni e cattivi.
Una chiave interpretative che può aiutare a schierarsi o sentirsi dalla parte migliore, ma che molto spesso non serve a risolvere i problemi sul campo, anche perchè la storia insegna che raramente le cose si sistemano una volta messo il vero o presunto cattivo o nemico in condizione di non nuocere.
Dall'impressione che ho avuto negli anni passati in Eritrea il governo Isaias non è un accidente del destino, un errore di un movimento rivoluzionario che si sarebbe scelto un capo "sbagliato", ma la conseguenza del processo che ha portato all'indipendenza eritrea. E negli anni passati in quel paese ho visto ben evidenti tutti gli elementi proprio della formazione degli stati: dall'ideologia nazionalistica, alla narrativa della rivoluzione, dall'esaltazione dello sforzo prometeico, all'etica del sacrificio.
Ciò che è mancato e manca tuttora è lo sbocco finale: uno stato autonomo completamente sostenibile nei tradizionali equilibri d'area...In sostanza nello schema geopolitico con cui veniva visto il Corno d'Africa, l'Eritrea si era visto assegnato un ruolo nella regione subalterno a quello assegnato all'Etiopia, paese assai più vasto, popoloso e con una storia assai più corposa (la sconfitta degli italiani ad Adwa ebbe un impatto fortissimo nell'immagianario africano ed afroamericano per la dimostrazione che l'uomo nero poteva vincere una battaglia con l'uomo bianco).
E' probabile che alla base dello scontro fra Etiopia ed Eritrea c'e' molto di questo, ovvero c'e' la necessità di una parte significativa delle popolazioni eritree di stabilire una identità non subalterna.
Anche se spesso in modo solo istintivo, tutto questo è ben chiaro agli eritrei. Ed anche alle migliaia di giovani eritrei impegnati nel servizio militare obbligatorio e civile permanente è chiaro che la loro condizione non migliorerà nel breve periodo, perchè all'orizzonte non è visibile una prospettiva di Eritrea che vive rispettata in pace con tutti i suoi vicini.
In più di una chiaccherata, (quasi sempre individuale) con eritrei mi è stato detto "a prescindere dal giudizio che diamo sul nostro governo, non vogliamo tornare ad essere una provincia dell'Etiopia e siamo pronti a tornare in guerra". Che questo sia prova di una propaganda funzionante o convinzione intima poco importa, è un sentimento che nel corso degli anni ho trovato essere ben diffuso e che magari spiega perchè la figura del capo sia ancora piuttosto popolare.
Per tornare ai giovani. Qualcuno un giorno mi ha detto: "si può vivere con poco cibo e con poca acqua, ma non si vive senza speranza" e credo che sia questo uno dei fattori principali alla base dell'esodo di giovani eritrei: la necessità di avere speranze ed essere attori del proprio destino come non gli è viene consentito nel loro paese, almeno allo stato attuale. Pertanto considerato che il 50% della popolazione eritrea ha meno di 18 anni, è realistico che il flusso continui ancora per molto.
Cosa possiamo fare noi...
Sgombriamo subito il campo dalle illusione che si tratti di cambiare un presidente, il diritto dovere di giudicare ed eventualmente rimuovere i governanti spetta ai governati e non ad altri, perquanto mossi da buone intenzioni, e spesso non è il caso.
E' il tema degli equilibri di area che va affrontato, e va affrontato sapendo che la storia di questi anni ha dimostrato come non esistono "potenze regionali" in grado di garantire quegli equilibri o la polizia di area.
E del resto cosa ci raccontano i gommoni che partono dalla Libia se non del fallimento della delega ad altri del compito di polizia. La Libia non è in grado di bloccare i barconi come non saranno in grado di bloccarli tutte le motovedette della finanza che possono essere messe in mare, fintanto che i motivi per partire saranno potentissimi, come lo sono in gran parte del Corno d'Africa.
Anche per questo il "file" Corno d'Africa va tenuto aperto, ricordando che una delle regole della diplomazia è che se ci si possono scegliere gli amici, gli interlocutori non ce li possiamo scegliere, perchè sono interlocutori tutti gli attori che troviamo sul campo.
Ed allora, è possibile intevenire diplomaticamente per chiudere le partite che è possibile chiudere? In questi giorni la commissione internazionale stabilita dagli accordi di Algeri del Dicembre 2000 che seguirno il cessate il fuoco nel conflitto Eritreo-Etiopico, conflitto nato da una disputa di confine, ha annunciato la sua decisione finale in merito ai danni di guerra.
Difficile non ricordare che la decisione rispetto all'assegnazione del confine rimane ancora non implementata, per l'opposizione del governo dell'Etiopia, nonostante che sia stata resa nel 2002.
Sul processo di Algeri sulla stampa specializzata è stato scritto molto. E tuttavia rimane il dato di fatto che la mancata chiusura dopo molti anni di un processo di pace sancito da accordi, dimostra la fragilità dei sistemi legali sovranazionali sopratutto quando la parte soccombente è la più debole per alleanze e peso geopolitico, un dato che provoca radicalizzazioni di ogni tipo.
E questo è ancora più vero quando in gioco non ci sono le pietre di un confine ma il valore simbolico che viene assegnato alla vittoria o alla sconfitta per quel che riguarda l'identità della nazione.
Dobbiamo quindi chiederci se la diplomazia ha fatto il possibile per favorire la chiusura del processo di pace. Forse una volta chiusa la partita con l'Etiopia, come sostiene qualche commentatore, il governo eritreo si sarebbe trovato un altro nemico utile a consolidare la propria identità nazionale, ma forse no, forse davvero si sarebbe conclusa la fase di governo dell'emergenza, o forse le famiglie delle decine di migliaia di giovani impegnati nel servizio nazionale avrebbero semplicemente detto "adesso basta, il nemico è sparito...".
Solo che questo ad oggi non è ancora accaduto, e probabilmente abbiamo qualche responsabilità anche noi, ed intanto i gommoni continuano a scaricare eritrei sulle nostre coste.
Provo ad immaginare i volti dei ragazzi morti nel canale di Sicilia: magari li avevo incontrati qualche volta, incrociati in una passeggiata sul corso di Asmara, o forse erano seduti nel tavolo accanto a me in una delle serate passate in pizzeria o magari si erano imbucati in una delle molte feste organizzate dalla comunità espatriata per affrontare la monotonia di una sonnacchiosa capitale africana molto sui generis.
E ripenso all'emigrazione vista da la, alle frasi sussurate su chi aveva attraversato la frontiere, o alle notizie che ogni tanto arrivavano, una volta sui quei 10 ragazzi morti di sete nel deserto, o la storia di quello che aveva attraversato mezzo mondo per riuscire ad arrivare a lavorare come lavapiatti a san diego.
Ma sopratutto ricordo i silenzi, la pesante sensazione di non sapere cosa avesse fatto il congiunto di cui non si avevano più notizie. E la speranza era che il silenzio fosse dovuto alla vergogna per il fallimento personale, e non alla morte nel deserto o nel canale di Sicilia.
Per non parlare poi di chi non era proprio riuscito ad uscire dal paese e scontava la sua pena per emigrazione illegale in qualche campo di lavoro.
Strano destino quello degli eritrei arrivati in Italia: escono da un paese in cui è reato emigrare clandestinamente per arrivare in un paese in cui è reato immigrare clandestinamente.
Ma tutto questo forse interessa poco a chi non ha vissuto per qualche tempo da quelle parti. Per anni ho avuto la fondata idea che l'Eritrea fosse un paese che interessava solo ad un ristretto gruppo di "estimatori", un gruppo che peraltro nonostante le dimensioni era assai assortito e che andava da nostalgici dell'Italia coloniale ben rappresentata dalla storia della colonia "primigenia", a idealisti sognatori che avevano visto sulle sponde del mar rosso nascere un esperimento castrista che nelle loro speranze non avrebbe fatto gli errori del castrismo.
Caratteristica comune a nostalgici e sognatori quella di comunque cercare di interpretare la realtà con lenti assai condizionate dalla parzialità del punto di partenza...
Ma per tornare all'emigrazione eritrea: una tesi molto popolare fra i commentatori giornalistici specializzati è quella della fuga dal governo di Isaias Afwerki che guida l'Eritrea da 18 anni: una spiegazione in grado di ricondurre rapidamente la natura del problema ad una dinamica amico-nemico, buoni e cattivi.
Una chiave interpretative che può aiutare a schierarsi o sentirsi dalla parte migliore, ma che molto spesso non serve a risolvere i problemi sul campo, anche perchè la storia insegna che raramente le cose si sistemano una volta messo il vero o presunto cattivo o nemico in condizione di non nuocere.
Dall'impressione che ho avuto negli anni passati in Eritrea il governo Isaias non è un accidente del destino, un errore di un movimento rivoluzionario che si sarebbe scelto un capo "sbagliato", ma la conseguenza del processo che ha portato all'indipendenza eritrea. E negli anni passati in quel paese ho visto ben evidenti tutti gli elementi proprio della formazione degli stati: dall'ideologia nazionalistica, alla narrativa della rivoluzione, dall'esaltazione dello sforzo prometeico, all'etica del sacrificio.
Ciò che è mancato e manca tuttora è lo sbocco finale: uno stato autonomo completamente sostenibile nei tradizionali equilibri d'area...In sostanza nello schema geopolitico con cui veniva visto il Corno d'Africa, l'Eritrea si era visto assegnato un ruolo nella regione subalterno a quello assegnato all'Etiopia, paese assai più vasto, popoloso e con una storia assai più corposa (la sconfitta degli italiani ad Adwa ebbe un impatto fortissimo nell'immagianario africano ed afroamericano per la dimostrazione che l'uomo nero poteva vincere una battaglia con l'uomo bianco).
E' probabile che alla base dello scontro fra Etiopia ed Eritrea c'e' molto di questo, ovvero c'e' la necessità di una parte significativa delle popolazioni eritree di stabilire una identità non subalterna.
Anche se spesso in modo solo istintivo, tutto questo è ben chiaro agli eritrei. Ed anche alle migliaia di giovani eritrei impegnati nel servizio militare obbligatorio e civile permanente è chiaro che la loro condizione non migliorerà nel breve periodo, perchè all'orizzonte non è visibile una prospettiva di Eritrea che vive rispettata in pace con tutti i suoi vicini.
In più di una chiaccherata, (quasi sempre individuale) con eritrei mi è stato detto "a prescindere dal giudizio che diamo sul nostro governo, non vogliamo tornare ad essere una provincia dell'Etiopia e siamo pronti a tornare in guerra". Che questo sia prova di una propaganda funzionante o convinzione intima poco importa, è un sentimento che nel corso degli anni ho trovato essere ben diffuso e che magari spiega perchè la figura del capo sia ancora piuttosto popolare.
Per tornare ai giovani. Qualcuno un giorno mi ha detto: "si può vivere con poco cibo e con poca acqua, ma non si vive senza speranza" e credo che sia questo uno dei fattori principali alla base dell'esodo di giovani eritrei: la necessità di avere speranze ed essere attori del proprio destino come non gli è viene consentito nel loro paese, almeno allo stato attuale. Pertanto considerato che il 50% della popolazione eritrea ha meno di 18 anni, è realistico che il flusso continui ancora per molto.
Cosa possiamo fare noi...
Sgombriamo subito il campo dalle illusione che si tratti di cambiare un presidente, il diritto dovere di giudicare ed eventualmente rimuovere i governanti spetta ai governati e non ad altri, perquanto mossi da buone intenzioni, e spesso non è il caso.
E' il tema degli equilibri di area che va affrontato, e va affrontato sapendo che la storia di questi anni ha dimostrato come non esistono "potenze regionali" in grado di garantire quegli equilibri o la polizia di area.
E del resto cosa ci raccontano i gommoni che partono dalla Libia se non del fallimento della delega ad altri del compito di polizia. La Libia non è in grado di bloccare i barconi come non saranno in grado di bloccarli tutte le motovedette della finanza che possono essere messe in mare, fintanto che i motivi per partire saranno potentissimi, come lo sono in gran parte del Corno d'Africa.
Anche per questo il "file" Corno d'Africa va tenuto aperto, ricordando che una delle regole della diplomazia è che se ci si possono scegliere gli amici, gli interlocutori non ce li possiamo scegliere, perchè sono interlocutori tutti gli attori che troviamo sul campo.
Ed allora, è possibile intevenire diplomaticamente per chiudere le partite che è possibile chiudere? In questi giorni la commissione internazionale stabilita dagli accordi di Algeri del Dicembre 2000 che seguirno il cessate il fuoco nel conflitto Eritreo-Etiopico, conflitto nato da una disputa di confine, ha annunciato la sua decisione finale in merito ai danni di guerra.
Difficile non ricordare che la decisione rispetto all'assegnazione del confine rimane ancora non implementata, per l'opposizione del governo dell'Etiopia, nonostante che sia stata resa nel 2002.
Sul processo di Algeri sulla stampa specializzata è stato scritto molto. E tuttavia rimane il dato di fatto che la mancata chiusura dopo molti anni di un processo di pace sancito da accordi, dimostra la fragilità dei sistemi legali sovranazionali sopratutto quando la parte soccombente è la più debole per alleanze e peso geopolitico, un dato che provoca radicalizzazioni di ogni tipo.
E questo è ancora più vero quando in gioco non ci sono le pietre di un confine ma il valore simbolico che viene assegnato alla vittoria o alla sconfitta per quel che riguarda l'identità della nazione.
Dobbiamo quindi chiederci se la diplomazia ha fatto il possibile per favorire la chiusura del processo di pace. Forse una volta chiusa la partita con l'Etiopia, come sostiene qualche commentatore, il governo eritreo si sarebbe trovato un altro nemico utile a consolidare la propria identità nazionale, ma forse no, forse davvero si sarebbe conclusa la fase di governo dell'emergenza, o forse le famiglie delle decine di migliaia di giovani impegnati nel servizio nazionale avrebbero semplicemente detto "adesso basta, il nemico è sparito...".
Solo che questo ad oggi non è ancora accaduto, e probabilmente abbiamo qualche responsabilità anche noi, ed intanto i gommoni continuano a scaricare eritrei sulle nostre coste.
2.8.09
Africa; far bene conviene.
Con l'agosto si stanno sbiadendo le immagini del sorriso trionfante di Berlusconi dopo il G8. Erano immagini trionfanti e ne aveva ben donde: del resto come non essere contenti dell'aver portato a casa un vertice con le "persone giuste" ed in grado di dire le cose "giuste" in una fase in cui poteva accadere che gran parte dell'attenzione fosse dedicata ai vizi privati del premier? Ed invece eccoli la tutti i leader mondiali a firmare solenni impegni per l'Africa.
Ovviamente sarà compito delle opinioni pubbliche verificare che quegli impegni vengano rispettati. Ed ahimè in Italia non abbiamo una gran tradizione in questo senso, ne nel mantenere le promesse verso i paesi in via di sviluppo, ne nel avere una opinione pubblica che consideri le promesse disattese un elemento di critica da esercitare magari anche nell'urna elettorale.
Nel nostro paese le prime promesse NON vengono intanto mantenute, come sostiene il segretario di Action Aid notando l'assenza degli impegni dell'Aquila dal documento di programmazione economica presentato pochi gorni fa ().
Ma torniamo agli aspetti più generali: quando si parla di Africa, in Italia, ci sono due approcci prevalenti:
a) l'approccio umanitario, ovvero l'appello ai sentimenti di un mondo più sviluppato affinchè aiuti i poveri africani. Solitamente il tutto viene condito con immagini da una delle tante bidonville africane, o da una delle tante guerre o siccità che affliggono il paese;
b) l'approccio che sottolinea le speranze deluse: abitualmente caratterizzato da un elenco dei numerosi tentativi di questo o quel soggetto occidentale, frustrato da corruzione o burocrazia o corruzione più burocrazia.
In ambedue i casi il messaggio che passa è ancora quello dell'attore bianco che tenta di sollevare le sorti di un continente colpevole sopratutto di essere stato dimenticato da Dio o saccheggiato dai suoi leaders.
E' certo che ambedue gli approcci hanno più di un fondo di verità. Anche se ci sarebbe molto da dire sui condizionamenti occidentali sullo sviluppo africano. Tuttavia il dubbio è che si veda solo quello che ci rassicura di più e non gli aspetti più rilevanti di quello che potremmo chiamare la "questione africana". Sono approcci infatti che mancano di notare quanto oramai del nostro sviluppo può essere condizionato dalla mancata soluzione delle questioni del continente.
Lo nota invece Barack Obama, quando nel suo discorso al Parlamento di Accra, nella sua prima visita ufficiale da presidente USA in Africa, rivolgendosi agli africani ha detto loro "Il 21 esimo secolo sarà modellato non solo da quanto accade a Roma, Mosca o Washington, ma anche da ciò che accade in Accra. Questa è la semplice verità di un tempo in cui ciò che separa le persone è soppraffatto da quello che le mette in connessione. La vostra prosperità può espandere la prosperità americana, la vostra salute e sicurezza può contribuire alla sicurezza e salute del mondo, e la forza della vostra democrazia può aiutare ad espandere i diritti umani ovunque." .
La questione africana è una questione mondiale, e non solo perchè le povertà del continente risultano intollerabili "agli uomini di buona volontà", ma perchè quello che accade in Africa ha conseguenze da noi ben prima che guerre e carestie spingano una piccola parte degli abitanti del continente verso le nostre coste. Dico piccola parte perchè questa è la verità: la maggior parte dei profughi Africani rimangono vicini alla regione da cui sono dovuti scappare.
Voglio concentrare la mia attenzione su una sola regione del continente africano, il Corno d'Africa: una regione con cui l'Italia ha legami storici e dove ahimè non pare che questi legami siano riusciti a produrre gran che di buono, e dove pare che la navigazione diplomatica non sia nemmeno più a vista. E parlare di navigazione è comunque rischioso viste le gesta dei pirati somali.
Altri hanno scritto sulla pirateria e sulle sue cause, in questo momento mi preme solo sottolineare come questa avvenga in un'area assolutamente cruciale per l'Europa. Si stima infatti che circa l'8% del commercio mondiale passi dal canale di Suez ed una percentuale ovviamente assai maggiore del commercio europeo.
Già in questi mesi sono saliti i costi delle assicurazioni relative alle spedizione che transitano dal mar rosso e già una parte del traffico è stato deviato sulla rotta del capo, con un aggravio evidente di costi destinati a ricadere sull'utente finale. Ma non solo, anche i porti italiani che hanno conosciuto negli ultimi anni uno sviluppo considerevole grazie alle rotte dall'oriente, possono risentire del calo della movimentazione. Per non parlare dei problemi che una riduzione del traffico sul canale di Suez può portare all'Egitto e che si riperquoterebbero inevitabilmente sull'intera area, l'Egitto infatti vede un terzo delle sue entrate dipendere dal canale.
Ma non ci sono solo le merci che transitano davanti al Corno d'Africa: se si osserva una mappa dei collegamenti sottomarini, si nota come proprio dal mar rosso passa una importante linea di collegamento fra Europa ed estremo oriente. E' la linea del vecchio cavo telegrafico che collegava il Regno Unito con il gioello dell'Impero, quel subcontinente indiano oggi protagonista dello sviluppo mondiale. Oggi sono tre i cavi che consentono a Bangalore, Mumbai e c. di gestire servizi telefonici ed internet avanzati per mezzo mondo. Nel Febbraio del 2008 una nave che faceva manutenzione davanti al porto di Alessandria ne tranciò due, provocando una crisi con rallentamento nei collegamenti mondiali Internet che durò per qualche giorno, questo nonostante che la struttura a rete di internet sia fatta proprio per evitare di dover dipendere solo su un collegamento fisico.
In sostanza è vero che si può fare a meno dei cavi sottomarini del mar Rosso, ma il volume di traffico che questi trattano riesce ad essere assorbito con fatica dal resto della rete.
Certo quando verranno completati i vari progetti di circumnavigazione dell'Africa con cavi sottomarini, i pacchetti internet dall'India e dalla Cina avranno un'altra opzione per ragiungerci, ma guarda caso l'inaugurazione del cavo che unisce Sudafrica con Tanzania e Kenia è stata prima rinviata di un mese e poi fatta per un tragitto ridotto perchè l'ultima tratta, quella davanti alle coste somale, aveva serie difficoltà ad essere completata per le attività di pirateria.
Insomma, se non è possibile fare appello al cuore, chissà che l'appello al portafoglio non riesca.
Ed allora chiediamoci cosa ha fatto l'Italia e come ha utilizzato le armi che aveva per influire sulle vicende del Corno d'Africa.
Temo che la risposta sia sconsolante, nonostante che l'Italia partisse da un indubbio vantaggio dovuto ad antichi legami che facevano si che ad esempio molti degli attori avevano studiato o avuto rapporti con l'Italia. Certo era difficile agire in modo autonomo in una fase in cui la diplomazie era caratterizzata dall'approccio muscolare di Bush, tutto teso a dividere il mondo in amici volenterosi e nemici acerrimi, e tuttavia l'impressione è che l'Italia sia stata incapace di adottare un approccio unitario alle tematiche del Corno d'Africa. Perchè in effetti il problema pare essere spesso stato quello: per discutere di Somalia si chiamavano gli esperti delle cose di quel paese, e cosi per Etiopia ed Eritrea. Perdendo di vista il fatto che ogni focolaio di crisi aveva una relazione con qualche focolaio altrove, e che pertanto solo un approccio unitario poteva provare a proporre la soluzione.
L'impressione è che spesso gli stessi strumenti adottati fossero strumenti un pò antichi, quelli di quando era evidente che con una cannoniera (o succedaneo) al largo e qualche concessione si portava a casa il risultato.
La modernità ha portato la possibilità di ridurre i conflitti a microguerriglie sparse sul territorio, e se il negoziato con un capo porta ad un trattato, sono subito pronti a nascere gruppi e gruppetti in grado di portare avanti la loro microbattaglia destabilizzante, come dimostrano gli ex pescatori somali trasformatisi in pirati. In sostanza oggi non si può pensare ne di scegliersi il nemico con cui trattare, come pare sia stato fatto in Somalia, con il risultato di rafforzare proprio chi non si vuole rafforzare, ne illudersi che tutto sia riconducibile ad un dare avere. Chi ha poco da dare difende infatti fino in fondo le sue posizioni.
Un esempio paradigmatico è quello della frontiera Etiopico-Eritrea, con un villaggetto, che fu con-causa di un sanguinoso conflitto, assegnato in un arbitrato all'Eritrea e tuttora occupato dall'Etiopia. Nel corso degli anni sono vari i tentativi di offrire qualche cosa all'Eritrea in cambio dell'accettazione della real politik che suggeriva di essere accomodanti col soggetto più potente. Il fatto è che l'Eritrea non era interessata ad una trattativa, ma ad affermare il suo ruolo all'interno della regione. E la vittoria nell'arbitrato in qualche modo dimostrava a) che aveva avuto ragione (anche se le cose sono più sfumate), b) che anche il più forte deve rispettare delle norme condivise di coesistenza. La prima cosa le serviva per motivi interni, la seconda per sottolineare il suo ruolo rispetto agli equilibri regionali. E' evidente che se questi sono gli obiettivi, non si può passare il tempo a cercare di impostare una trattativa ma occorre individuare un percorso comune per tutti gli attori regionali, da cui tutti possono avere da guadagnare anche laddove occorre rinunciare a dei privilegi consolidati.
Qualche tempo fa degli africani mi facevano notare come in un corno pacificato, le merci del sud dell'Etiopia potevano essere caricate a Berbera (Somalia), quelle del centro a Gibuti ed Assab (Eritrea), quelle del nord a Massawa (eritrea). Ma non solo: i porti dell'Eritrea possono servire a molto anche al sud sudan, e questo genererebbe reddito a tutte le regioni dell'etiopia interessate dall'attraversamento...Insomma ci guadagnerebbero in tanti, e ci perderebbero solo i commercianti di armi...Purtroppo ad oggi molte delle frontiere da attraversare sono ancora chiuse e presidiate da eserciti percui siamo ancora lontani da quella prospettiva e vedo ancora pochi soggetti, almeno in Italia, pronti ad indicarla.
Ovviamente sarà compito delle opinioni pubbliche verificare che quegli impegni vengano rispettati. Ed ahimè in Italia non abbiamo una gran tradizione in questo senso, ne nel mantenere le promesse verso i paesi in via di sviluppo, ne nel avere una opinione pubblica che consideri le promesse disattese un elemento di critica da esercitare magari anche nell'urna elettorale.
Nel nostro paese le prime promesse NON vengono intanto mantenute, come sostiene il segretario di Action Aid notando l'assenza degli impegni dell'Aquila dal documento di programmazione economica presentato pochi gorni fa ().
Ma torniamo agli aspetti più generali: quando si parla di Africa, in Italia, ci sono due approcci prevalenti:
a) l'approccio umanitario, ovvero l'appello ai sentimenti di un mondo più sviluppato affinchè aiuti i poveri africani. Solitamente il tutto viene condito con immagini da una delle tante bidonville africane, o da una delle tante guerre o siccità che affliggono il paese;
b) l'approccio che sottolinea le speranze deluse: abitualmente caratterizzato da un elenco dei numerosi tentativi di questo o quel soggetto occidentale, frustrato da corruzione o burocrazia o corruzione più burocrazia.
In ambedue i casi il messaggio che passa è ancora quello dell'attore bianco che tenta di sollevare le sorti di un continente colpevole sopratutto di essere stato dimenticato da Dio o saccheggiato dai suoi leaders.
E' certo che ambedue gli approcci hanno più di un fondo di verità. Anche se ci sarebbe molto da dire sui condizionamenti occidentali sullo sviluppo africano. Tuttavia il dubbio è che si veda solo quello che ci rassicura di più e non gli aspetti più rilevanti di quello che potremmo chiamare la "questione africana". Sono approcci infatti che mancano di notare quanto oramai del nostro sviluppo può essere condizionato dalla mancata soluzione delle questioni del continente.
Lo nota invece Barack Obama, quando nel suo discorso al Parlamento di Accra, nella sua prima visita ufficiale da presidente USA in Africa, rivolgendosi agli africani ha detto loro "Il 21 esimo secolo sarà modellato non solo da quanto accade a Roma, Mosca o Washington, ma anche da ciò che accade in Accra. Questa è la semplice verità di un tempo in cui ciò che separa le persone è soppraffatto da quello che le mette in connessione. La vostra prosperità può espandere la prosperità americana, la vostra salute e sicurezza può contribuire alla sicurezza e salute del mondo, e la forza della vostra democrazia può aiutare ad espandere i diritti umani ovunque." .
La questione africana è una questione mondiale, e non solo perchè le povertà del continente risultano intollerabili "agli uomini di buona volontà", ma perchè quello che accade in Africa ha conseguenze da noi ben prima che guerre e carestie spingano una piccola parte degli abitanti del continente verso le nostre coste. Dico piccola parte perchè questa è la verità: la maggior parte dei profughi Africani rimangono vicini alla regione da cui sono dovuti scappare.
Voglio concentrare la mia attenzione su una sola regione del continente africano, il Corno d'Africa: una regione con cui l'Italia ha legami storici e dove ahimè non pare che questi legami siano riusciti a produrre gran che di buono, e dove pare che la navigazione diplomatica non sia nemmeno più a vista. E parlare di navigazione è comunque rischioso viste le gesta dei pirati somali.
Altri hanno scritto sulla pirateria e sulle sue cause, in questo momento mi preme solo sottolineare come questa avvenga in un'area assolutamente cruciale per l'Europa. Si stima infatti che circa l'8% del commercio mondiale passi dal canale di Suez ed una percentuale ovviamente assai maggiore del commercio europeo.
Già in questi mesi sono saliti i costi delle assicurazioni relative alle spedizione che transitano dal mar rosso e già una parte del traffico è stato deviato sulla rotta del capo, con un aggravio evidente di costi destinati a ricadere sull'utente finale. Ma non solo, anche i porti italiani che hanno conosciuto negli ultimi anni uno sviluppo considerevole grazie alle rotte dall'oriente, possono risentire del calo della movimentazione. Per non parlare dei problemi che una riduzione del traffico sul canale di Suez può portare all'Egitto e che si riperquoterebbero inevitabilmente sull'intera area, l'Egitto infatti vede un terzo delle sue entrate dipendere dal canale.
Ma non ci sono solo le merci che transitano davanti al Corno d'Africa: se si osserva una mappa dei collegamenti sottomarini, si nota come proprio dal mar rosso passa una importante linea di collegamento fra Europa ed estremo oriente. E' la linea del vecchio cavo telegrafico che collegava il Regno Unito con il gioello dell'Impero, quel subcontinente indiano oggi protagonista dello sviluppo mondiale. Oggi sono tre i cavi che consentono a Bangalore, Mumbai e c. di gestire servizi telefonici ed internet avanzati per mezzo mondo. Nel Febbraio del 2008 una nave che faceva manutenzione davanti al porto di Alessandria ne tranciò due, provocando una crisi con rallentamento nei collegamenti mondiali Internet che durò per qualche giorno, questo nonostante che la struttura a rete di internet sia fatta proprio per evitare di dover dipendere solo su un collegamento fisico.
In sostanza è vero che si può fare a meno dei cavi sottomarini del mar Rosso, ma il volume di traffico che questi trattano riesce ad essere assorbito con fatica dal resto della rete.
Certo quando verranno completati i vari progetti di circumnavigazione dell'Africa con cavi sottomarini, i pacchetti internet dall'India e dalla Cina avranno un'altra opzione per ragiungerci, ma guarda caso l'inaugurazione del cavo che unisce Sudafrica con Tanzania e Kenia è stata prima rinviata di un mese e poi fatta per un tragitto ridotto perchè l'ultima tratta, quella davanti alle coste somale, aveva serie difficoltà ad essere completata per le attività di pirateria.
Insomma, se non è possibile fare appello al cuore, chissà che l'appello al portafoglio non riesca.
Ed allora chiediamoci cosa ha fatto l'Italia e come ha utilizzato le armi che aveva per influire sulle vicende del Corno d'Africa.
Temo che la risposta sia sconsolante, nonostante che l'Italia partisse da un indubbio vantaggio dovuto ad antichi legami che facevano si che ad esempio molti degli attori avevano studiato o avuto rapporti con l'Italia. Certo era difficile agire in modo autonomo in una fase in cui la diplomazie era caratterizzata dall'approccio muscolare di Bush, tutto teso a dividere il mondo in amici volenterosi e nemici acerrimi, e tuttavia l'impressione è che l'Italia sia stata incapace di adottare un approccio unitario alle tematiche del Corno d'Africa. Perchè in effetti il problema pare essere spesso stato quello: per discutere di Somalia si chiamavano gli esperti delle cose di quel paese, e cosi per Etiopia ed Eritrea. Perdendo di vista il fatto che ogni focolaio di crisi aveva una relazione con qualche focolaio altrove, e che pertanto solo un approccio unitario poteva provare a proporre la soluzione.
L'impressione è che spesso gli stessi strumenti adottati fossero strumenti un pò antichi, quelli di quando era evidente che con una cannoniera (o succedaneo) al largo e qualche concessione si portava a casa il risultato.
La modernità ha portato la possibilità di ridurre i conflitti a microguerriglie sparse sul territorio, e se il negoziato con un capo porta ad un trattato, sono subito pronti a nascere gruppi e gruppetti in grado di portare avanti la loro microbattaglia destabilizzante, come dimostrano gli ex pescatori somali trasformatisi in pirati. In sostanza oggi non si può pensare ne di scegliersi il nemico con cui trattare, come pare sia stato fatto in Somalia, con il risultato di rafforzare proprio chi non si vuole rafforzare, ne illudersi che tutto sia riconducibile ad un dare avere. Chi ha poco da dare difende infatti fino in fondo le sue posizioni.
Un esempio paradigmatico è quello della frontiera Etiopico-Eritrea, con un villaggetto, che fu con-causa di un sanguinoso conflitto, assegnato in un arbitrato all'Eritrea e tuttora occupato dall'Etiopia. Nel corso degli anni sono vari i tentativi di offrire qualche cosa all'Eritrea in cambio dell'accettazione della real politik che suggeriva di essere accomodanti col soggetto più potente. Il fatto è che l'Eritrea non era interessata ad una trattativa, ma ad affermare il suo ruolo all'interno della regione. E la vittoria nell'arbitrato in qualche modo dimostrava a) che aveva avuto ragione (anche se le cose sono più sfumate), b) che anche il più forte deve rispettare delle norme condivise di coesistenza. La prima cosa le serviva per motivi interni, la seconda per sottolineare il suo ruolo rispetto agli equilibri regionali. E' evidente che se questi sono gli obiettivi, non si può passare il tempo a cercare di impostare una trattativa ma occorre individuare un percorso comune per tutti gli attori regionali, da cui tutti possono avere da guadagnare anche laddove occorre rinunciare a dei privilegi consolidati.
Qualche tempo fa degli africani mi facevano notare come in un corno pacificato, le merci del sud dell'Etiopia potevano essere caricate a Berbera (Somalia), quelle del centro a Gibuti ed Assab (Eritrea), quelle del nord a Massawa (eritrea). Ma non solo: i porti dell'Eritrea possono servire a molto anche al sud sudan, e questo genererebbe reddito a tutte le regioni dell'etiopia interessate dall'attraversamento...Insomma ci guadagnerebbero in tanti, e ci perderebbero solo i commercianti di armi...Purtroppo ad oggi molte delle frontiere da attraversare sono ancora chiuse e presidiate da eserciti percui siamo ancora lontani da quella prospettiva e vedo ancora pochi soggetti, almeno in Italia, pronti ad indicarla.
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