27.5.12

I Lavori che non vogliam più fare


Molti anni fa il parlamento italiano votò una delle prime leggi che tentavano di affrontare la questione della disoccupazione giovanile, era il 1977 e con la legge 285 venivano introdotte norme nuove per l'avviamento al lavoro. La prima di queste consisteva in una lista di collocamento da cui le imprese potevano attingere per contratti a termine che dovevano avere la caratteristica di fornire anche un contenuto formativo, introducendo una innovazione rispetto al preesistente contratto di apprendistato.

Era una legge che vide i sindacati impegnati nelle aziende per raggiungere accordi che prevedessero anche una certa quantità di assunzioni con quei contratti.

A Scandicci ricordo che il sindacato riusci a strappare un impegno alla Billi-Matec (una fabbrica che all'epoca aveva una forza lavoro di svariate migliaia di persone) per l'assunzione di qualche decina di giovani con contratto di formazione lavoro.

All'epoca ero piuttosto giovane e collaboravo con il consiglio di zona e mi ricordo che ci domandammo cosa sarebbe accaduto se le chiamate fossero andate deserte. Per questo ci prendemmo la lista degli iscritti al collocamento e decidemmo di contattarli direttamente per presentare loro l'iniziativa.

Ricordo ancora una delle prime persone che avevo contattato, una ragazza che per punteggio stava in cima all'elenco: mi ascoltò per un po' e poi mi disse poche parole: "Mio padre lavora in fabbrica da 30 anni, e se gli dico che la mia laurea ha portato anche me a lavorare in fabbrica non so come reagirebbe."

Mi congedai da lei dopo aver registrato forse per la prima volta, una versione comprensibile del concetto di "i lavori che non vogliamo più fare", quello che è un mantra spesso ripetuto con toni che passano dalla riprovazione verso i giovani un po' fighetti che non vogliono sporcarsi le mani, a quelli invece che sottolineano l'ovvio, ovvero che potendo scegliere ci sono lavori che si preferirebbe non fare. 

C'è una chiave di lettura tuttavia che mi pare spesso sfuggire nel dibattito sui quei lavori: contrariamente a quello che si pensa non sempre sono lavoro a bassa qualificazione. Certo, vengono assunti anche manovali, ma fra i tanti immigrati nel nostro paese ci sono anche muratori specializzati e operai con professionalità a volte anche elevate, persone dotate cioè di quelle quailifiche indispensabili in tante aziende d'Italia, e che spesso hanno fatto la fortuna del made in Italy.

Ed allora c'è la prima questione da notare: spesso non sono i lavori che "noi non vogliamo più fare", ma semplicemente lavori per cui non esistono sufficienti candidati con le qualifiche necessarie, ne le imprese hanno interesse o voglia di investire in formazione: come non notare a questo proposito l'ironia delle domande di assunzione per personale con contratto di apprendistato in cui però si chiede pregressa esperienza nel settore?

Ma poi c'è il secondo aspetto che mi pare ancora più importante da notare: sono parecchi anni che il messaggio ricorrente è quello della fine del posto fisso: "fra 20 anni molti di noi lavorerano in campi e professioni che oggi ancora non esistono" si diceva qualche anno fa agli albori della rivoluzione introdotta dall'informatica. Ancora pochi mesi fa con una battuta infelice il presidente del consiglio Monti accennò alla noiosità del posto fisso. 

Ed allora in questo contesto come sorprendersi del rifiuto a percorsi formativi professionalizzanti troppo stretti. Un ragazzo di oggi, fra la prospettiva di percorrere tutte le tappe del lavoro di fabbrica o cantiere, con il rischio di trovarsi dopo qualche anno con una qualificazione non spendibile, e l'arrangiarsi in lavori precari, dei più svariati, nella speranza di incappare nel filone giusto, probabilmente sceglie al seconda ipotesi. Insomma "i lavori che non vogliono più fare" potrebbero essere anche quelli che non vogliono imparare perché temono che potrebbero non portare troppo lontano. Ed è difficile dare loro torto. 

E credo che così abbia scelto a suo tempo anche quella ragazza di trentacinque anni fa.

11.5.12

Cittadinanze minori

"Gli zingari dovete emarginarli voi" gridavano i manifestanti qualche giorno fa a Pescara.

I motivi della manifestazione, promossa da un gruppo di tifosi del Pescara calcio, erano legati all'omicidio di un capo della tifoseria locale, per mano di un altro pescarese appartenente alla comunità roma che vive da anni in un quartiere della città.

La vicenda fornisce qualche spunto di riflessioni: intanto il responsabile dell'omicidio si chiama Massimo Ciarelli, un cittadino italiano, ed appartiene ad una comunità che abita a Pescara dagli anni 40.

Il contesto in cui nasce non è quindi quello conseguente ai flussi migratori degli ultimi anni ma quello ben più antico che nella società italiana hanno innervato i rapporti fra comunità roma e sinti e resto della popolazione. Insomma in piazza a Pescara non c'erano nuovi razzismi ma ben più antichi pregiudizi, gli stessi pregiudizi di cui parlavo qualche tempo fa qui.

Probabilmente la spinta a dividere il mondo in "noi e loro" che sta dietro alla manifestazione di Pescara è connaturata nelle comunità umane, e conseguente alla necessità di individuare rapidamente i possibili pericoli per la sopravvivenza della comunità.

Ed allora il tema è che è la cittadinanza italiana che non è sufficente per definire il "noi" perché i roma di Pescara (e del resto d'Italia) sono rapidamente esclusi dal noi

E' evidente  che nonostante tutti gli sforzi e gli slogan, il principio di cittadinanza è un concetto per molti nebuloso, che spesso viene confuso con quello di appartenenza ad un insieme di culture e consuetudini maggioritarie e che vengono identificate con la cittadinanza.

Ma se le seconde vengono confuse con la prima è assai probabile che il motivo stia tutto nella debolezza della prima. Insomma se non abbiamo chiaro cosa significhi essere cittadini a definirci sarà l'essere volta volta meridionali o padani, bianchi o neri, juventini o interisti, cristiani o mussulmani, insomma via  via con le molte identità che ogni persona si porta dietro.

Colpisce poi quell'appello ad emarginare gli zingari, paradossalmente opposto a ciò che più frequentemente si sente dire quando il problema di un insediamento di Roma: "ma loro non si vogliono integrare".

Ma davvero l'integrazione deve essere una funzione della cittadinanza? non sarebbe più giusto ricordare che chi nasce, vive ed opera in un paese ha doveri e diritti che prescindono dal colore della pelle, storia famigliare e cultura e propensione ad essere simpatico ai vicini di casa?


8.5.12

La rete siamo noi

Qualche tempo fa mi chiedevo quanto valessero le mie telefonate skype, oggi scopro che valgo anche per la mia semplice esistenza sui social network. Per la cronaca la mia valutazione è di $251.  Speravo di più...

20.4.12

La festa del Grillo


I quotidiani di questi giorni parlano sempre più diffusamente di una grande crescita nei sondaggi del movimento 5 stelle di cui Beppe Grillo è portavoce e punto di riferimento.

Ed in effetti capita sempre più spesso di ricevere da amici e conoscenti segnalazioni entusiaste di questa o quella iniziativa del movimento, quasi sempre corredate da link al blog di Beppe Grillo.

Siccome non mi piace il termine "antipolitica", che mi sembra tanto una riproposizione del vezzo di inventare parole dal suono apparentemente sinistro, per squalificare un avversario, proverò a dire cosa mi va e cosa non mi va di quegli appelli che mi arrivano da persone che stimo, o che mi sono simpatiche.

Aggiungo che il termine "antipolitica" in realtà dice molto di più delle paure di chi lo usa che non della realtà. Perché non vi è dubbio che i gesti dei soggetti esterni al mondo politico attuale, e di cui si parla, abbiano una forte incidenza politica, percui di anti c'è poco: se 5 stelle presenta candidati che poi lavoreranno nelle istituzioni politiche, si potrà al massimo dire di una politica realizzata in modi diversi da quelli che abbiamo visto in questi anni, peraltro già diversi da quelli di qualche lustro fa...

Ma torniamo a 5 stelle e Grillo: ogni tanto il secondo esce con qualche dichiarazione sopra le righe, che mescola pezzi di senso comune, cose assolutamente condivisibili ed autentiche nefandezze ed allora i vari volenterosi militanti del movimento si affrettano a dire che Grillo è solo un comico prestato alla politica, e che si limita a fare il megafono del movimento. 

E qui si introduce la prima questione: o Grillo non rappresenta nessuno, ed allora mi aspetto che il movimento indichi quali sono i luoghi dove posso informarmi legittimamente sulle posizioni del movimento senza confondermi con le idee di Grillo, o invece, come sospetto, Grillo è l'anima del movimento e probabile motivo di un suo possibile successo; ed allora dico un paio di cose che spiegano perché nonostante il buon senso di alcune proposte di 5 stelle, non potrò votarlo.

Ne dico solo due e che a mio avviso rientrano nella suddetta categoria delle nefandezze:

a) la posizione sulle tasse: nelle sue ultime uscite Grillo ironizza molto sulle iniziative della Guardia di Finanza suggerendo che queste servano ad addossare la colpa della crisi sulle persone comuni anziché sui politici o sulle banche, a suo avviso, responsabili del disastro.

E' una posizione molto ruffiana e sbagliata: è assolutamente vero che nella crisi ci sono responsabilità diverse, e che direzione politica e sistemi finanziari abbiamo responsabilità enormi, tuttavia una cosa assai provata e provabile è che i grandi numeri che mettono in difficoltà il paese sono dati anche dalla diversa fedeltà fiscale delle varie categorie: insomma, è possibile che, come dice Grillo, se lo stato avesse incassato di più, i politici avrebbero mangiato di più, ma è assai più probabile che a fronte di un prelievo più distribuito ci sarebbe stata più attenzione da parte dei tassati sulla destinazione delle tasse. 

Insomma pare che a Grillo non venga il sospetto che in realtà evasione fiscale di intere categorie e impunità del ceto politico che quelle categorie eleggono siano due facce della stessa medaglia. In realtà sono certo che a Grillo queste cose siano bene presenti, solo che serve in tempi di elezioni assolvere il popolo dalla responsabilità di aver eletto dei lestofanti perché promuove l'idea di un popolo buono traviato da altri, i "loro" come spesso vengono definiti, che invece sono cattivi e vanno mandati a casa.

b) la posizione sugli immigrati ed i loro figli, come è noto Grillo è contro alla cittadinanza ai figli degli immigrati: rientra nell'idea reazionaria di popolo illustrata sopra. Un popolo storicamente definito ma indeterminato nelle sue stratificazioni (un tempo si sarebbe detto di classe), intrinsecamente buono o saggio e rovinato dalle scelte di minoranze che per rispondere ai bisogni di banchieri, industriali e c. si trova a doversi confrontare con immigrazioni di vario genere che ne stravolgono la natura. 

E' reazionaria in quanto è una nozione che guarda al passato senza neppure notare le molte stratificazioni dovute alla storia delle migrazioni passate, ed è reazionaria perché giudica le persone non per quello che sono nella società ma per la loro provenienza. Ed invece la base di ogni idea moderna della cittadinanza, e per inciso anche ciò che può ridurre anche se non eliminare le tensioni, è che gli individui sono portatori di diritti per quello che sono, e questo dipende da dove vivono, dove lavorano, dove studiano e dove sono nati. 

E ragazzi nati e cresciuti in Italia sono semplicemente italiani.  

31.3.12

Corrotti e corruttori


l'8 marzo scorso gli italiani hanno appreso della morte di Franco Lamolinara e del suo collega Cristopher Mc Manus nel corso di un blitz delle truppe speciali inglesi in Nigeria. Ed i dettagli dell'operazione sono stati ripetuti per alcuni giorni in tutte le edizioni dei telegiornali, così come è stata ripetuta la descrizione sommaria del gruppo boko haram, responsabile prima del rapimento e poi dell'uccisione di Franco Lamolinara e del suo collega.

Una descrizione sommaria, che ricordo come il gruppo estremista islamico sia un gruppo che si oppone violentemente a tutto ciò che è occidentale, a partire dalla educazione.

E' una descrizione sufficiente a dire qualche cosa di più sull'organizzazione protagonista di un episodio di cronaca ma che aggiunge poco a quel che sappiamo di uno dei tanti motivi di tensione in un paese che è il più popoloso dell'Africa ed è la seconda economia dopo il Sudafrica, e sopratutto non spiega perché quel movimento responsabile di atti efferati, abbia eletto a principale bersaglio delle sue attività l'educazione occidentale, in gran parte dell'Africa invece vista come una opportunità di avanzamento personale, e sopratutto non fornisce motivi per capire perché abbia qualche seguito un movimento con obbiettivi apparentemente così lontani dal senso comune.

Qualche settimana fa un programma radiofonico mi ha dato una spiegazione, grazie ad una intervista ad un ricercatore universitario in cui veniva messa in immediata relazione il seguito di boko haram con la insostenibile corruzione del paese, una corruzione che aveva devastato le strutture tradizionali della società e che boko haram, nella sua propaganda, faceva risalire all'arrivo dell'occidente con le sue scuole e sopratutto con le sue società petrolifere. 

Ecco allora che non è solo fanatismo, ovvero questo da solo non riesce a spiegare il perché del successo, così come il fondamentalismo non spiega perché da altre parti del mondo centinaia di ragazzi preferiscono indossare una cintura imbottita di esplosivo e farsi saltare in aria rispetto alla prospettiva offerta dai rispettivi governi.

Come a volte accade, le parole di quel ricercatore hanno avviato in me un po' di riflessioni: la prima era che il ricercatore era nigeriano, e non il solito professore occidentale che parlava di un paese lontano. Era qualcuno che parlava della sua terra e che ci ricordava come ci fosse molto di più del semplice fanatismo.  E' la riflessione che dovremmo fare sempre quando si esaminano i fenomeni sociali. La elencazione di un consolatorio elenco dei buoni e dei cattivi non aiuta: i fenomeni sociali spesso producono effetti pessimi al di la delle caratteristiche individuali dei protagonisti, e pertanto è bene capire che se la corruzione produce anche i boko haram, non sono sufficenti teste di cuoio bene addestrate a contrastarli. 

La seconda considerazione è stata che quella trasmissione che seguivo andava in onda su una radio sudafricana: in Italia, certamente anche per motivi linguistici, un eventuale ma improbabile approfondimento su Boko Haram sarebbe stato affidato a qualche esperto italiano, che per quanto onesto avrebbe comunque riferito su un argomento studiato spesso da una scrivania lontana. 

La terza considerazione è sulla corruzione, un tema che non sempre vediamo in tutte le sue ramificazione: quando pensiamo ai problemi dell'Africa vediamo spesso volti di governanti corrotti, o  strutture di apparati statali che vivono grazie alle mazzette, e fra noi e noi pensiamo a paesi arretrati, privi della forza della legge e che "vanno salvati da loro stessi" come ogni tanto esclama qualcuno preso da furore missionario.  

Invece nelle scorse settimane la Nigeria è stata interessata da una serie di manifestazioni notevoli, gli segnale dell'esistenza di movimenti sociali estesi che criticano lo stato di cose attuale: il tipo di risonanza e solidarietà internazionale che questi hanno avuto non è stato quella che avrebbero meritato. 

Aggiungo che probabilmente spesso equivochiamo quando si parla di solidarietà internazionale: non si tratta di manifestare perché in Nigeria finisca la corruzione, ma perché ai nostri concittadini non sia più consentito di fare i corruttori. E sì perché in molte parti del mondo la corruzione nasce dalla necessità di trovare scorciatoie rapide per accedere alle risorse di quel paese, ed i corruttori stanno nei consigli d'amministrazione occidentali. 

Certo nessuna relazione di bilancio parlerà di spese per corrompere questo o quel politico, ma sicuramente ci saranno le voci dedicate a commissioni, e dietro a quelle voci spesso si nasconde il prezzo per poter continuare ad estrarre petrolio o qualche altra risorsa in questo o quel paese, ed è un prezzo che le società sono ben lieti di pagare se quella commissione garantisce gli utili enormi che le industrie estrattive hanno realizzato in questi anni. 

In realtà non siamo all'anno zero, e oramai da qualche tempo è in corso una iniziativa internzionale denominata EITI che punta a rendere più trasparenti le contabilità di multinazionali estrattive e governi attraverso un processo di controllo incrociato dei conti.

E' un processo che ha i suoi lati positivi ma molti limiti, ad esempio ad oggi solo 30 paesi sono hanno pubblicato un rapporto EITI. Se si considera che ad esempio la Shell opera in 90 paesi si capisce quanto sia incompleto il quadro che può emergere. Ma probabilmente la critica maggiore ad EITI viene dal fatto che i rapporti finali sono per dati aggregati, rendendo assai difficile ad esempio ad organizzazioni indipendenti di valutare l'operato di amministratori ed imprese amministrative in uno specifico contesto. 

Per fare un esempio: non è la stessa cosa, per un residente di un'area inquinata da una industria petrolifera sapere che ci sono stati dei pagamenti al governo locale per una bonifica oppure sapere che genericamente il gruppo in quel paese ha pagato per delle bonifiche. Nel primo caso la correlazione fra ciò che sta sulla carta e la realtà sul campo è immediatamente individuabile, nel secondo no.

Per ovviare a questo negli Usa nel 2010 nella legge di riforma dei mercati finanziari Dodd-Frank, vi è una parte che impone alle industrie estrattive quotate sui mercati finanziari USA di indicare i pagamenti ai governi dove operano, in maniera dettagliata e suddivisa per imprese e progetti. 

La risposta delle imprese petrolifere è stata furibonda; da chi ha parlato di violazione della riservatezza nei rapporti con i governi, a chi invece ha parlato di svantaggio competitivo rispetto alla concorrenza.

Eppure pare evidente che il modo migliore per combattere la corruzione ovunque sia quella di rendere molto difficile al corruttore di operare ed al corrotto di nascondere i suoi proventi. 

Negli USA il tema è ben presente nel dibattito politico, in Europa se ne discute, in Italia mi pare si faccia già fatica ad affrontare il tema della corruzione casalinga, figurarsi quella operata ad altre latitudini. Eppure sarebbe utile, magari ci sorprenderemmo meno del fatto che un gruppo di fanatici faccia proselitismo additandoci come appartenenti ad una cultura di corruttori. 

18.3.12

Storie dankale


Villaggio di Buya - Eritrea
Una volta, di ritorno da Buya dove seguiva un nostro progetto, Salomon mi raccontò come i vecchi del villaggio gli avessero detto che si era perso per pochi giorni una grande cerimonia di riconciliazione che si era tenuta da quelle parti. 

E proseguì raccontandomi come in quella comunità fosse accaduto qualche anno prima un fatto di sangue, e che il responsabile aveva scontato la pena ed era in procinto di essere scarcerato. 

I vecchi del villaggio temevano che il rientro al paese della persona avrebbe dato luogo ad una nuova serie di tensioni e perciò erano corsi ai ripari, chiamando rappresentanti delle varie famiglie e clan coinvolte per una cerimonia di riconciliazione. 

E' questa una cosa comune nelle culture tradizionali, che in assenza di sistemi legali complessi hanno sempre  sistemi più o meno strutturati di gestione della giustizia, in cui fra le altre cose si prevede comunque anche la possibilità della riconciliazione, perché accanto all'esigenza di giustizia che è propria delle vittime, l'armonia è invece indispensabile alla sopravvivenza di comunità in cui la coesione è uno degli elementi necessari per sopravvivere in ambienti ostili.

Non ci sorprese quindi l'evento, e del resto fra cerimonie, inaugurazioni, visite ufficiali e c. avevamo avuto modo di capire l'importanza che avevano le occasioni conviviali per quel piccolo villaggio di pastori ed agricoltori saho ed afar situato pochi km a nord del vertice superiore della depressione dankala: erano occasioni in cui si macellava una capra e la si cuoceva direttamente su delle pietre arroventate precedentemente nel fuoco e poi si passava il resto del tempo a chiaccherare e bere the.

Quello che invece ci colpì fu che per convocare la riunione il villaggio aveva spedito messaggeri a piedi o a dorso di cammello presso i rappresentanti delle varie famiglie coinvolte e che abitavano in zone anche piuttosto lontane, alcune dall'altra parte del confine con l'Etiopia. Un confine quest'ultimo chiuso oramai da qualche anno e pesantemente controllato dagli eserciti eritrei ed etiopici. 

Cosa che non ne aveva impedito l'attraversamento da parte di emissari e rappresentanti delle varie famiglie abitanti in Etiopia.    

La vicenda dimostrava varie cose:

la prima sicuramente è la forza dei legami fra gli appartenenti a quel gruppo etnico e linguistico. Alcuni commentatori sostenevano che un elemento motivante il nazionalismo eritreo fosse proprio la necessità di costruire una identità più forte delle appartenenze etniche, che in quel paese, come peraltro in gran parte dell'Africa, erano tutte attraversate da confini più o meno arbitrari.

La seconda cosa che mi fece notare la vicenda era una certa forza delle strutture tradizionali del villaggio, anche in un paese con un governo che aveva ed ha un'attenzione al controllo del territorio fortissima. E del resto lo avevamo notato anche in altre occasioni: quando visitavamo il villaggio con qualche autorità governativa a volte quest'ultima si tratteva per un incontro con le autorità tradizionali, ed i toni di voce non erano sempre pacati.

La terza cosa che quel confine, su cui si era combattuta una sanguinosa guerra "vecchio stile", con trincee da prima guerra mondiale e decine di migliaia di morti, era un confine "poroso", come ogni tanto lo definivano i rapporti delle Nazioni Unite. Un confine che veniva attraversato da chi ne aveva motivo, a prescindere dalle volontà degli eserciti che su quella linea si fronteggiavano.

In queste ore quel confine, anche se qualche km più a sud, ha visto invece di nuovo un esercito all'opera. Con un comunicato il governo etiopico ha annunciato di aver attaccato una base militare di un movimento indipendentista afar che, dice il comunicato, in territorio eritreo aveva trovato ospitalità e supporto.

Forse non è la prima volta che questo accade, è sicuramente la prima volta che viene ammesso ufficialmente da quando nel 2000 fu firmato il trattato di pace che mise fine alla guerra di confine fra i due paesi. 

Sicuramente le tensioni fra autorità centrale etiopica e movimenti indipendentisti afar predatano quell'armistizio, e da quel che se ne sa, qualche tensione negli anni gli afar ne hanno avuta anche con il governo di Asmara. E sicuramente le scaramuccie di confine che hanno anticipato la guerra fra Eritrea ed Etiopia sono avvenute in gran parte in quella vasta area, scarsamente abitata ed attraversata dal confine fra Etiopia ed Eritrea che per gli afar da sempre è la loro terra.

Per adesso abbiamo il solito appello alla cautela di Stati Uniti e Francia, un duro comunicato del governo eritreo, che in sostanza dice di non abboccare, e mi immagino molti giornalisti a rinfrescarsi la memoria perché non si sa mai: l'Etiopia insiste.

13.3.12

Kony 2012 ovvero l'orco ai tempi di twitter


Kony, ma chi è? se lo devono essere chiesti in molti fra quelli che scrutano i temi più popolari su internet per provare ad anticipare tendenze e temi di discussione. 

Non poteva infatti sfuggire l'enorme popolarità di un video dedicato ad un oscuro personaggio africano messo in rete pochi giorni fa e che ha totalizzato nel giro di poche ore decine di milioni di contatti.

Oscuro personaggio in realtà solo per i molti che non si sono mai interessati delle questioni del continente, perché invece le vicende della Lord's Resistance Army eran ben note a chi si occupa d'Africa, anche fra chi non segue direttamente  ciò che accade in quelle aree fra Repubblica Centroafricana, Uganda e Congo dove da trentanni agisce una delle armate più singolari e crudeli che abbiano combattuto in quelle terre. 

Una armata i cui leader si sono conquistati il dubbio privilegio di essere stati i primi individui per cui la Corte Criminale Internazionale, costituita in base allo statuto di Roma del 17 luglio 1998, abbia emesso nel 2005 un mandato di cattura internazionale per crimini contro l'umanità.

Comunque  a chi ignorava deve essere bastato poco, magari una semplice ricerca google, o la relativa voce wikipedia, per capire che il personaggio meritasse una qualche attenzione.

Chiarito che il messaggio "catturate Kony vivo o morto" ha qualche ragion d'essere, la discussione si è subito spostata dall'obbiettivo della campagna, alla forma della campagna e sui promotori della stessa, con posizioni radicalmente diverse fra i vari commentatori chiamati ad esprimersi su una iniziativa che, come detto, nel giro di poche ore ha visto una diffusione virale del video, con decine e decine di milioni di condivisioni fra facebook e twitter. 

Insomma, milioni di persone use a postare foto di gattini, commentare epiche sbronze e scambiarsi auguri di buon compleanno, ad un tratto si sono date all'attivismo, condividendo il video della campagna.

Personalmente ho trovato interessanti le posizioni dei commentatori africani, oscillanti fra irritazione per l'ennesima brutta storia africana, critica per l'eccessiva semplificazione del messaggio, quando non la sottolineatura di possibili aspetti meno nobili nella vicenda, come ad esempio l'interesse dell'Uganda per una area di confine fra Congo ed Uganda dove ci sarebbero ricchi giacimenti petroliferi.

Ho anche notato come anche chi si è dimostrato assai più tenero nei confronti dei promotori, come Chris Blattman, che alle vicende della LRA ha dedicato molto tempo, ha fatto notare che dire che va preso, vivo o morto, significa dover accettare la possibilità di farsi largo sparando in un campo dove le guardie del corpo del cattivo di turno sono tutte bambini al massimo di 13 anni...

Insomma non pare essere una affatto una cosa semplice. Come appare evidente ad esempio leggendo questo lungo articolo dedicato alla verifica dei vari aspetti della vicenda.

Ed infatti non credo che il tema della cattura di Kony sia l'elemento più importante fra quelli che l'indubbio successo della campagna internet sta facendo emergere. Ad esempio  Giovanni Fontana sul Post sostiene che per chi si occupa di sviluppo, la campagna Kony 2012 sarà uno spartiacque: una specie di 11 settembre dopo di cui niente sarà più lo stesso. 

E sono già partite le analisi anche sul ruolo dei nuovi media nelle campagne di advocacy ed i paragoni con primavere arabe e c. E del resto questo elemento dei social media come cambio di pardigma nell'advocacy è esplicitato dagli stessi autori della campagna, il cui obbiettivo era rendere Kony "famoso" nel giro di poche ore.

Obbiettivo senza dubbio raggiunto, ma mi chiedo se davvero siamo ad un cambio di paradigma, o se semplicemente non sia cambiato il mezzo con cui avviare campagne che intendono creare attenzione su soggetti specifici.

Io non vedo una grande novità ne vedo troppe similitudini con le primavere arabe.

Non vedo novità perché la campagna Kony 2012 è partita arruolando celebrity con un massiccio numero di contatti come Oprah, P Diddy, Rihanna. Insomma una volta si organizzava un live aid con decine di artisti, oggi basta un hashtag ed un po' di persone note che rilanciano il tutto per ottenere una penetrazione simile del messaggio, e magari un successo simile delle campagne di fundraising, con l'unica caratteristica che, come i vari live aid, gli appelli non possono essere troppo continui, perché l'attenzione è inevitabilmente calante. 

Ben diverso il ruolo dei social network nelle primavere arabe: in quel caso non si trattava di far rimbalzare un appello nel mondo virtuale ma di chiamare persone fisiche a confrontarsi in uno spazio fisico reale, fosse questo una piazza o una strada od una semplice riunione di coordinamento. E a chiamare era l'amico, il conoscente, il vicino di casa, vero o virtuale. Insomma il social network come premessa di un network di persone in carne ed ossa. 

Mi pare che le cose differiscano non poco. 

I social network, ed i nuovi media in generale, questo si che è vero, consentono una rapida canalizzazione delle emozioni. Un tempo l'immagine sul giornale al massimo dava luogo a qualche discussione al bar o sul luogo di lavoro, con annesse dichiarazioni più o meno roboanti ma senza la contabilità dei "mi piace" o dei click sul filmato. 

Oggi invece ecco che circola l'immagine del gattino lasciato nel cassonetto, seguita a ruota dalla bimba che canta a squarciagola, per poi essere sopraffatto da qualche altra piccola o grande atrocità, tutto con rapidi click e mipiace. 

Una domanda che verrebbe da porsi di fronte a questo atteggiamente compulsivo è "ma esiste una gerarchia?", Dovendo scegliere fra le balene, la foresta amazzonica, Amina e Kony, a quale causa vorremmo fosse dedicato più tempo? "Save us not the Whales" urlavano i Clash già una trentina di anni fa.

In realtà è una domanda malposta, perché le emozioni, pur avendo a volte intensità diverse, non sono un buon modo per costruire gerarchie. 

Percui anche se soffermandoci un attimo non avremmo dubbi in merito a quale causa dedicarci, non ci fermiamo, ed invece  clicchiamo, inoltriamo e retwettiamo allegramente, perché tutte le volte pensiamo che sia quella la campagna che richiede la massima attenzione.

Ma forse la verità è che non è sempre la causa in se il vero oggetto d'attenzione: spesso invece siamo a fare appello al nostro mondo, ai nostri sogni, ai nostri desideri ed ai nostri incubi. 

Insomma e per tornare a Kony: qualche volta è capitato di sentire di storie atroci avvenute in remote zone della nuova guinea o della foresta amazzonica, per archiviarli con un po' di stupore e modesta commiserazione  come cose di un'altro mondo. 

Che la forza della campagna di Kony stia invece nell'aver portato una crudele storia d'Africa nel nostro mondo, parlando dei nostri governanti, dei nostri soldati, delle nostre armi, dei nostri tribunali? E quante altre storie simili potrebbero essere raccontate?