27.4.13

Gli stati, le nazioni


Anche Tirana ha il suo fiume, anche se la definizione va un po' larga per il Lana, quel corso d'acqua che irregimentato da due argini di cemento armato, attraversa la città, separando dalla città il vecchio quartiere del Block, dove un tempo abitava la nomenklatura del vecchio regime di Hoxha e dove oggi si trovano molti dei locali di tendenza. 

Uno dei vari ponti sul Lana si trova sulla rruga Sami Frasheri ed oramai da qualche mese ospita una installazione che riporta accanto a due grandi cuori la scritta Traktati Londres 2013.


Ai non albanesi la scritta forse dice poco, anche se non sfugge come un cuore riporti una sagoma dell'Albania che differisce da quella ufficiale, ma è sufficente a far capire come il tema della conferenza di Londra del 1913 che definì i confini del primo stato albanese sia presente all'interno del dibattito politico contemporaneo in Albania. 

La tesi di chi vuole riparlare della conferenza di Londra del 1913 è che quella assise definì dei confini dello stato che includevano solo una parte della nazione albanese, 1/3 sostiene in un intervista uno dei teorici della Albania naturale.  

Non sono in grado di sapere quanto questo tema peserà negli esiti delle elezioni politiche albanesi che si svolgeranno il 23 giugno ma debbo dire che mi colpisce il fatto che sia ancora presente in piena globalizzazione,  come elemento attorno a cui costruire o consolidare l'entità statale, il tema della nazione, intesa come collettività etnica di individui legati da una comune tradizione storica, linguistica, culturale. 

E personalmente mi colpisce il contrasto fra questo elemento aggregante e quanto visto in Africa, dove la costruzione degli stati ha dovuto perennemente confrontarsi con l'esistenza di "nazioni" che non si fermavano ai confini e sopratutto stati che contenevano molte appartenenze.

E penso ai due paesi in cui ho avuto occasione di lavorare, al Sudafrica, con le sue 11 lingue ufficiali ed i molti gruppi etnici che lo popolano, e all'Eritrea, stato nato da una avventura coloniale italiana e che vede ognuno delle sue principali etnie avere connessioni oltre i confini. 

22.3.13

Per Gramsci o per Modì?

La notizia era di quelle controcorrente: la società che avrebbe preso in gestione il Palasport di Livorno accarezzava l'idea di dedicare la struttura ad Antonio Gramsci. 

E pareva  non ci sarebbero state troppe difficoltà, del resto era noto dove stesse il cuore di tanti livornesi che negli anni si erano guadagnati la fama di irriducibili del '900, con il loro spirito irriverente e le icone dei loro ultras.  

Ed invece che le cose non sarebbero andate così liscie è apparso chiaro rapidamente. 

Si era conclusa da poche ore la conferenza stampa di presentazione dell'idea che sull'Unità della Toscana appare l'intervento di un consigliere del PD livornese che criticava senza mezze parole una idea che, come scriveva Alessandro Latorraca, "recluterebbe ancora Livorno nei soliti cliché di città condannata eternamente ad un passato da cui troppe volte non si è voluta affrancare"

Personalmente ho trovato la posizione interessante, ma non per il poco che dice su Gramsci, ma per il molto che dice di come si percepisce chi vive ed opera a Livorno.

Insomma quello che viene fuori non è un giudizio sulla figura ma sull'immagine che Livorno ha in Italia, percui avere anche il palasport intitolato a Gramsci diverrebbe da un lato lisciare il pelo alle componenti forse meno interessanti e dinamiche della città e dall'altro consolidare lo stereotipo della città "ultimo bastione di un tempo andato".

Certo è  interessante notare, se mi si passa la battuta, che essere stati dei comunisti sia oggi considerato peggiore di essere stati alcolizzati ed un po' tossici come il candidato al momento preferito dai livornesi, Amedeo Modigliani...

Il fatto è che nella scelta di un nome occorrerebbe decidere se si intende onorare qualcuno oppure trasmettere qualche valore forte. Perché é evidente che se occorre onorare qualcuno Modigliani è una scelta eccellente: livornese, grandissimo artista, non compreso dalla città, il palasport intitolato a lui sarebbe un bellissimo segnale, e poco importa se era alcolizzato ed uso a consumare sostanze.

Ma se si vuole dire qualche cosa di più... 

Fasi come la ben nota "studiate, avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza", o le parole riferite alla necessità di una scuola che formi lo studente "come persona capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige", sono messaggi precisi ed attuali, e vale appena il caso di ricordare come le ultime, assieme ad un invito a studiarsi le posizioni di Gramsci sull'educazione, siano state rispolverate  di recente dal ministro dell'educazione (conservatore) inglese.

Ho insomma l'impressione che avere un PalaModì anzichè un palaGramsci non aiuterà la città a scrollarsi di dosso la patina di comunisti un po' vetero...anzi ho sospetto che forse li aiuterebbe di più sostituire le kefie e le icone sbiadite del "Che" con una visione moderna di Gramsci.


Comunque il referendum è ancora in corso, si vota qui. Io ho votato per Gramsci.  

17.2.13

Ricchezze invisibili

Ne parlavo non troppo tempo fa: lo slalom fra le legislazioni fiscali pare essere uno sport ben praticato dalle grandi multinazionali.

E pare sia talmente praticato da far suonare un campanello d'allarme nella organizzazione per la cooperazione economica (OCSE) che qualche mese su mandato del G20 fa ha avviato uno studio sul tema.

Pochi giorni fa ecco il comunicato che annuncia i risultati, dicendo che in sostanza vi sono grandi gruppi multinazionali che pagano solo il 5% di tasse sui profitti rispetto ad una media del 30%.
Ed aggiunge il comunicato che vi sono piccoli paesi che ricevono flussi di investimenti diretti sproporzionati, se confrontati con grandi paesi industrializzati, e da cui partono investimenti altrettanto spropozionati.

Un modo elegante per indicare nel paludato linguaggio diplomatico che quei flussi possono essere giustificati solo dalla necessità di ottenere vantaggi fiscali.

E` quindi lecito attendersi qualche progresso sul piano della legislazione fiscale: del resto fino a che a rimetterci era qualche paese in via di sviluppo le cose non preoccupavano troppo, tanto c'era sempre la leva dell'aiuto (o della carità) con cui riconquistare qualche cuore e ripulirsi la coscienza, diverso invece quando sono le casse dei paesi più sviluppati a rimetterci. Non a caso il comunicato rileva come queste pratiche per evitare le tasse siano divenute sempre più "agressive" negli ultimi 10 anni, lasciando ai cittadini normali il compito di pagare per la differenza.

Chissà, forse qualche cosa si sta muovendo, la domanda è se sia sufficiente: il sistema attuale che consente le elusioni si basa su due pilastri: l'esistenza di rifugi fiscali, di paesi dove cioè le leggi in materia di tassazione siano più generose, e la difesa feroce della segretezza. Quella segretezza che impedisce di sapere chi sia il titolare di questo o quel conto, ma anche la segretezza che consente di nascondere i veri proprietari di questa o quella azienda, (i difensori del sistema la chiamano riservatezza).

E' una cosa assai singolare che mentre nel mondo del commercio al dettaglio la trasparenza pare essere un mantra, penso solo a quei ristoranti con la cucina a vista, nel mondo degli affari nelle grandi transazioni ad un certo punto appaiono società di cui non si possono conoscere i soci e domiciliate in luoghi che dicono ben poco della loro storia.
E si trova di tutto.

Pare curioso ad esempio che Apple, Coca Cola e Google condividano con una loro società lo stesso indirizzo di personaggi dalla reputazione dubbia come Timothy S. Durham, soprannominato il Madoff del midwest, o con imprenditori balcanici dai traffici non sempre chiari. Eppure è così, il 1209 North Orange Delaware è l'indirizzo di oltre 285 mila aziende. Ed il Delaware luogo di snodo di ogni sorta di traffico legale, e pare anche meno legale.

Il motivo è sicuramente la legislazione fiscale da sempre assai favorevole, ma con tutta probabilità anche il fatto che per formarvi una società vengono richieste pochissime informazioni, qualcuno sostiene praticamente nessuna....

Insomma, nella società dell'informazione, la segretezza è una merce assai commercializzata. E nella segretezza possono accadere molte cose, possono ad esempio scomparire i beneficiari di questo o quel conto, o di questo o quel trasferimento. Ed è nella segretezza che sono scomparse le ruberie di cleptocrati a tutte le latitudini.

Le stime delle risorse sottratte annualmente ai paesi in via di sviluppo e trasferite su conti all'estero sono impressionanti, ed oscillano fra i 250 e gli 800 milioni di dollari e ancora più impressionanti le cose che quei paesi potrebbero fare con quei soldi.

Un rapporto del progetto della Banca Mondiale dedicato al recupero delle proprietà sottratte, sottolinea come con per ogni 100 milioni di dollari recuperati si potrebbero dare 3 milioni di reti antimalaria trattate; o fornire per un anno assistenza a 600,000 persone affette da HIV/AIDS; o somministrare fra 50 e 100 milioni trattamenti antimalarici; o vaccinare 4 milioni di bambini, o collegare 250,000 famiglie alla rete idrica.

Sono tutte cose che la cooperazione internazionale prova a fare, e che i governi dell'occidente finanziano, in flussi ahimè calanti.

E pensare che ci sarebbero assai meno necessità se i soldi ammassati illegalmente e custoditi nelle banche del Nord grazie al segreto bancario venissero rimandati nei paesi di provenienza, e magari la fine della certezza della intangibilità delle ricchezze ammassate illegalmente costringerebbe i governanti ad iniziare a temere il giudizio dei propri concittadini...

Insomma, tutte le volte che parliamo del sud del mondo come sottosviluppato perché in mano a governi corrotti, pensiamo al fatto che non solo ci sono i corrotti, ma ci sono anche  i corruttori, che spesso vivono assai più a nord,

e poi c'è chi regge il sacco, ben protetto da segreto e riservatezza.

2.2.13

la birra in paradiso (fiscale)


 La notizia apparve a caratteri cubitali su tutti i giornali sudafricani in quel dicembre 1998, e fu così che i sudafricani seppero che la prima società industriale del paese ad essere quotata, nel lontano 1898, alla borsa di Johannesburg, spostava la sua sede principale a Londra. 

Si chiamava South African Breweries e produceva la Castle lager, una presenza fissa in qualsiasi picnic, braai (come chiamavano a sud del Limpopo i barbecue), festa o celebrazione.

Era successo che con la fine dell'isolamento prodotto dall'apartheid e la fine delle sanzioni, agli inizi degli annni 90, l'impresa aveva iniziato a comprare società produttrici di birra in tutta l'Africa, e ce ne erano per un buon shopping: come una volta ebbe a dire un giornalista esperto in cose africane - La stampa di moneta e la produzione della birra sono le uniche due attività che in Africa sono passate indenni attraverso guerre civili, carestie, autocrazie e dittature  -.

Alla fine degli anni 90, la SAB decise che era oramai grande abbastanza per il grande salto, e fu così che spostò le operazioni a Londra dove reperì i capitali necessari a diventare in pochi anni il secondo gruppo al mondo. Oggi si chiama SABMiller ed è proprietaria di marchi come Pilsner Urquell, Nastro Azzurro, Peroni, Dreher, Grolsch, solo per citare qualche marchio più conosciuto in Italia.

Ricordo i commenti degli esperti sudafricani dell'epoca che oscillavano da un senso di orgoglio, come quando  la squadra di casa che va a cimentarsi nel campionato più difficile, alle preoccupazioni che le autorità sudafricane rendessero difficile lo spostamento (come era possibile, si trattava di una società quotata in borsa), al timore giustificato che questo producesse una perdita di introiti fiscali. 

Gli accordi per evitare la doppia tassazione in gran parte del mondo infatti fanno si che il grosso delle tasse sugli utili societari vengano pagate nel paese in cui ha la società ha la direzione. Ed in questo caso i profitti societari si stavano spostando da Johannesburg a Londra.

La storia successiva racconta come il timore di un diniego delle autorità non si materializzarono, ed invece quelli legati alle questioni fiscali fossero probabilmente ben giustificati.

Nel 2010 un rapporto della organizzazione Action Aid evidenziava i meccanismi grazie ai quali la società finiva per pagare molte meno tasse di quanto non fosse lecito attendersi da un gruppo di quelle dimensioni, non solo, secondo Action Aid la particolare organizzazione delle operazioni faceva si che anche quelle tasse che avrebbero potuto essere incassate dai paesi produttori di materie prime, o nella distribuzione, alla fine non si materializzavano perché le società di quei paesi finivano per avere utili risibili.

La SAB Miller si difese da quel rapporto sostenendo come invece gli scarsi profitti tassabili nelle sue operazioni nei paesi in via di sviluppo fossero da attribuirsi alle condizioni operative e non a trucchi elusivi e come invece quelle che sembravano stranezze erano  dovute alla necessità di assicurare efficienza nelle operazioni.

Personalmente pur non avendo  gli strumenti per giudicare chi avesse ragione, trovo comunque la vicenda interessante perché contiene vari aspetti, che forse servono a spiegare molte cose del mondo di oggi e di perché il tema delle tasse andrebbe affrontato con un approccio ben diverso da quello, un po' moralistico, con cui viene spesso sollevato dalle nostre parti. 

E magari può anche spiegare perché anche ciò che più dipende dal legame con il territorio e con la prossimità. come ad esempio la produzione di alimenti freschi, sia in più di una occasione finito in mano a società multinazionali, che come ci ricorda la vicenda della Parmalat, non sempre hanno migliorato le cose. 

Prendiamo dunque l'esempio della birra, e prendiamo il caso posto da Action Aid: la proprietà e gestione dei marchi delle varie birre prodotte in Africa è di una società olandese anch'essa della SAB. Questo significa che i produttori africani di birre, della SAB Miller, ogni anno pagano robuste royalties alla società olandese, anch'essa della SAB Miller. 

Non solo, all'interno della struttura dei costi delle operazioni della società africana si legge anche una voce per "management fees" pagate ad una sussidiaria svizzera (della SAB). 

Poi viene il percorso delle materie prime, in questo caso prodotte in Sudafrica, e che nel caso narrato da Action Aid deve arrivare ai produttori del Ghana: se fisicamente prendono una strada, tutti gli incartamenti ne prendono un'altra passando invece da Mauritius, a 5000 miglia di distanza, dove opera una società della SAB, la stessa società che presta al produttore del Ghana i soldi necessari ad operare e che genera un debito per la società del Ghana che abbatte gli utili tassabili. 

E' possibile che, come sostiene la società, dietro ad ogni transazione ci siano i motivi legati alla specializzazione di quelle varie destinazioni e che garantiscono efficienza al processo, e tuttavia difficile  non notare che in Olanda la tassazione dei profitti da marchi e licenze sia molto più bassa che altrove, e che la Svizzera è tradizionalmente generosa con i profitti da management, per non parlare poi delle normative fiscali di Mauritius. 

Va detto che SAB Miller è una società che fa qualche tentativo per sottolineare la responsabilità che le imprese hanno verso i paesi in cui operano, sopratutto quelli più poveri. E tuttavia parebbe usare tutti gli espedienti consentiti dalle normative fiscali nei paesi in cui opera per lasciavi il meno possibile. 

Probabilmente è anche inevitabile che faccia così, perché il principio del mercato è quello di remunerare gli azionisti abbassando il più possibile i costi...E ovviamente non è la sola: si stima che il 60% del commercio mondiale avvenga all'interno delle grandi multinazionali.

Ed è forse questo il principale motivo di critica dell'idea del mercato come principale regolatore mondiale e capace di distribuire prosperità e giustizia, una idea  che ha caratterizzato tutti questi anni. 

E' un sistema invece diventato sempre più efficente nel sottrarre risorse, anche fiscali, ai paesi produttori, risorse che invece se disponibili, avrebbero reso  assai meno indispensabili  quegli aiuti internazionali  per la costruzione, in quei paesi, di  scuole ed ospedali. 

Infine, e non è solo una nota di colore, facendo pagare le tasse laddove andrebbero pagate, forse eviteremmo anche la sorpresa di scoprire dalle statistiche sul commercio che una quota significativa delle importazioni di banane in Inghilterra venga dall'isola di Jersey, nel canale della manica (me le immagino le bananiere tutte alla fonda davanti a Saint Helier  in attesa di essere stivate), e che Starbucks  UK si approvigioni di caffè dalla Svizzera, una notizia che ha sorpreso non poco i cittadini britannici, ma sicuramente li ha sorpresi molto di più scoprire il modestissimo contributo al fisco britannico di Starbucks come di altre grandi multinazionali di successo...  

27.1.13

Il piccolo stato: mappe


Qualche tempo fa parlando di questa bella carta dell'Africa avevo ricordato come mi era capitato più volte di veder descritta l'Eritrea come "il piccolo stato africano sul mar Rosso".

Era una definizione che mi aveva colpito perché seppur piccola in confronto ai vicini, l'Eritrea è comunque più estesa di Austria, Portogallo, Repubblica Ceca, per restare in Europa.
E anche nel resto del mondo farebbe la sua figura come paese di media estensione: con i suoi 121,000 km quadrati è pur sempre più estesa della Pennsylvania, e ben 6 volte più grande di Israele, che non ricordo di aver mai sentito definire come "il piccolo stato mediorientale".

Era un po' di tempo che non la sentivo, sospetto per la scarsa presenza dell'Eritrea sulla scena mondiale, ma comunque speravo che fosse stata archiviata.

Ed invece no, lunedì scorso, in occasione di alcuni eventi asmarini ecco qua la Associated Press rispolverare la definizione, mi immagino frutto della pigrizia copia-incolla di qualche redattore sottopressione, ed ecco la definizione diffondersi a macchia d'olio nella rete e sui giornali abbonati al servizio.

Mi immagino che qualche vecchio amico eritreo sarà pronto a vedere in questa definizione qualche oscura cospirazione nei confronti del suo paese, in fondo le dimensioni hanno un loro peso nel gioco geopolitico, e insistendo nel dirti che sei piccolo in sostanza ti chiedono anche di stare zitto ed obbedire.

Uno stato d'animo, quello della vittima predestinata dei giochi delle potenze che ho incontrato spesso nei miei anni sull'altopiano.

Non so però se sia proprio così: ho il timore che la radice sia più nella percezione che l'occidente ha del mondo in generale e dell'Africa in particolare, la percezione di chi non si rende conto che non è l'Eritrea ad essere piccola, ma l'Africa ad essere un continente enorme: un continente che  come ci fa notare sopra la bella carta di Kai Krause, potrebbe contenere al suo interno, Cina, Stati Uniti e ed India, più qualche grosso stato europeo a riempire...

E del resto da sempre vediamo il mondo proiettato su una carta geografica, quella di Mercatore, che per le distorsioni proprie del sistema di proiezione, ingrandisce sensibilmente ciò che sta più vicino ai poli, percui l'Alaska ci appare grande quanto il Brasile che è invece quasi 5 volte più esteso, la Groenlandia ci appare sterminata e sicuramente più estesa del subcontinente indiano, che invece nella realtà è di un terzo più grande.

Una carta che sembra fatta apposta per sottolineare l'importanza del nord del mondo, anche in termini di estensione

Da molti anni circola fra chi si occupa di sviluppo la carta di Peters, una carta del mondo dove invece i diversi continenti sono rappresentati per estensione con un procedimento di calcolo e proiezione che tiene in considerazione forma e dimensioni effettive.

Il risultato è quello che molti conoscono, ed il cui difetto, per usare la critica di un geografo con un certo senso dell'umorismo, è quello di far sembrare i continenti come tanti calzini stesi ad asciugare.



Stesi ad asciugare o meno, questa è la nostra terra, e almeno fintanto che tutti non saremo coscienti del fatto che le comunità di persone, che a volte si chiamano stati, contano a prescindere dalle dimensioni, sarà bene prenderne atto.

22.1.13

A proposito di un golpe fallito


lunedì 21 gennaio le agenzie battono la notizia di un possibile golpe ad Asmara, con soldati che avrebbero preso il possesso del ministero dell'informazione e ordinato allo speaker di leggere un comunicato.

Il giorno dopo le stesse agenzie parlano del fallimento del tentativo e della resa dei 200 soldati protagonisti. Fine della notizia.

Nel mezzo tante cose. Intanto il rimbalzare frenetico delle stesse quattro righe sui social media, via via conditi da articoli più o meno informati sul paese.

Di questi il mio preferito è il titolo della Stampa, che piazza Nairobi (Kenia) nel bel mezzo di un evento in corso a 1500 km di distanza.

E poi le mail di vecchi amici degli anni passati ad Asmara, tutti alla frenetica ricerca di qualche informazione in più.

Ed infine i commenti zeppi delle stesse parole, anche quelle riprese dalle quattro righe dei primi lanci di agenzia, e magari da qualche commento al volo di vecchi esperti di cose del corno d'Africa, un po' arrugginiti nelle loro conoscenze per la lunga assenza in quella parte del mondo.

(A titolo di cronaca vanno registrati anche i commenti che negano essere successo alcun ché al ministero dell'informazione e che addebitano la notizia più ai desideri di un paio di giornalisti ostili che alla verità...)

Quello che colpisce però della maggior parte di questi commenti è la difficoltà ad inquadrare il presente del paese. Lo stato d'animo delle varie fasce di popolazione, il futuro del paese e, visto l'epilogo, degli insorti.

Mi raccontava una persona rientrata da poche settimane in Italia, che nelle cartolerie di Asmara si trovava di nuovo in vendita la Costituzione approvata nel 1997 e mai resa operativa: il suo testo stampato era disponibile fino a circa il 2003/4, poi non c'erano state più ristampe. Che la voglia di Costituzione non sia limitata ai 200 che hanno invaso il ministero dell'informazione?

E come interpretare poi l'ennesimo rimpasto ministeriale di qualche settimana fa, con l'immissione di qualche ministro non sempre troppo tenero con il governo? e già, perché negli anni in cui sono stato ad Asmara ho sempre avuto l'impressione che non fosse vera l'idea di un paese dove non era consentita in alcun modo la critica. Quello che veniva perseguita, ed in modo pesantissimo, era invece la costruzione di una opposizione organizzata al governo, volta volta definita come antipatriottica, asservita al nemico, fatta da traditori.

Ed assieme a queste invece le informazioni che mi arrivavano di corrente elettrica razionata ed intere giornate senza acqua, che raccontavano di un paese che non riusciva a mantenere l'impegno di una autarchia che non necessitava di compromessi.

Quella autarchia, che per dirla con le parole con cui mi veniva descritta da un amico qualche anno fa, sarebbe servita a dimostrare che l'Eritrea poteva sopravvivere per 10 anni senza aver bisogno dell'aiuto della comunità internazionale, e che pertanto era inutile sperare di forzare il paese in atteggiamenti più accomodanti verso l'Etiopia in merito alle questioni di confine, su cui l'Eritrea aveva, ed ha tuttora ragione.

Quella autarchia che nei piani del governo avrebbe dovuto essere resa più agevole dall'avvio della estrazione dell'oro da parte di una azienda canadese la Nevsun, che ieri si è affrettata a smentire problemi per le loro operazioni in Eritrea mentre le sue azioni subivano qualche contraccolpo in borsa.

Il fallito golpe potrebbe dimostrare di come le tensioni accumulate negli anni stiano invece iniziando a esplodere anche all'interno.

E tuttavia aspetterei prima di dichiarare avviata una "primavera asmarina". In primo luogo perché quello di ieri non è probabilmente il primo episodio di insofferenza all'interno dell'esercito: negli anni che ho passato ad Asmara ogni tanto arrivava notizia di qualche episodio simile qua e la; l'unica (assai rilevante) differenza questa volta sarebbe data dal fatto che si tratta della capitale e che avrebbe bloccato la televisione.
   
In secondo luogo perché a leggere le dichiarazioni di oggi di esponenti del governo eritreo, la sensazione è quella di un approccio assai cauto. Non credo per i timori del giudizio della comunità internazionale, che non mi pare sia mai stato un deterrente, ma per gli equilibri interni al gruppo dirigente, del quale l'esercito, a cui apparterrebbero i rivoltosi, è da sempre stato una delle colonne.

E mi pare significativo che un sito della opposizione eritrea accrediti il tentativo alla voglia di ripristinare la discussione interna all'esercito sulle riforme.

Insomma, ancora una volta non è dato sapere cosa accadrà domani su quell'altopiano. Perché per fare previsioni occorre non solo sapere cosa accade, ma anche sapere cosa e come pensano i protagonisti degli eventi, e questo in quel paese è sempre stato molto complicato.

2.1.13

Fateci sapere quanto pagate

Quando facciamo il pieno raramente ci domandiamo quali percorsi abbia fatto quel petrolio prima di trasformarsi in benzina, e sicuramente niente sappiamo degli accordi esistenti fra paesi produttori e società petrolifere.

Eppure potrebbero essere assai interessante, sopratutto se si considera che solo in Africa ogni anno i guadagni dell' industria estrattiva  sono 9 volte superiori a quanto viene dato al continente in aiuti allo sviluppo.

Potrebbe essere interessante perché i cittadini di quei paesi magari potrebbero giudicare se i loro governanti stanno investendo bene quanto ricevuto per il diritto a sfruttare le risorse del paese, come descritto nella illustrazione a fianco.

Basterebbe davvero poco: una indicazione degli accordi economici paese per paese, concessione per concessione. Ed in effetti da poco tempo per le società USA vige un obbligo del genere, introdotto dalla legge Dodd - Frank  che impone la dichiarazione e la pubblicazione delle somme pagate per l'acquisizione di licenze minerarie.

Una scelta quella USA duramente contestata dalle società petrolifere, ma che dovrebbe essere imitata anche dall'Europa, se la campagna sull'Unione Europea promossa da Publish what you pay, e che è già ad un buon punto, avrà successo. Inutile dire che anche sul parlamento europeo le pressioni dei petrolieri sono enormi. E forse potrebbe essere utile sapere da che parte sta l'ENI, che comunque essendo quotata a New York è già soggetta alla Dodd-Frank.

Chiedere che stia dalla parte giusta potrebbe essere un ottimo modo da parte del nostro paese di esercitare la sua "golden share", e se le vicende degli ultimi anni hanno fatto si che mettiamo sempre meno risorse per la cooperazione allo sviluppo dell'Africa, almeno evitiamo di favorirne il saccheggio.