23.3.14

Dal Cairo a Sebastopoli

"Considerato che i confini sono un grave e permanente motivo di dissenso; Considerato che i confini esistenti al momento dell'indipendenza costituiscono una realtà tangibile; ---- Solennemente dichiariano che tutti gli stati membri si impegnano a rispettare i confini esistenti al momento della loro indipendenza

Era il luglio del 1964, ed i capi di stato africani si riunirono al Cairo per la prima riunione dopo la nascita, nell'anno precedente, della Organizzazione per l'unità africana. 

Erano gli anni della conquista dell'indipendenza dal colonialismo per gran parte dell'Africa e non vi erano dubbi che il percorso fosse ben tracciato e destinato al successo per una organizzazione che voleva rappresentare le capacità del continente di definire il proprio destino. 

Come sappiamo la storia andò diversamente, e per molti anni di quella organizzazione ciò che ha colpito è stata la sua inefficacia ed incapacità di intervento in tutte le crisi che di li in poi hanno interessato il continente. E tuttavia fra i documenti di quell'incontro troviamo la dichiarazione riportata in apertura, dichiarazione che negli anni ha costituito forse la più importante base giuridica per chi voleva la pace nel continente. 

Eppure di motivi per ridisegnare i confini ce ne sarebbero stati moltissimi in un continente dove le linee erano state tracciate quardando assai più alla mappa dell'Europa che non a quella dell'Africa. 

Confini che dividevano con un tratto di penna gruppi linguistici, etnie, zone di influenza e culture preesistenti. 

Quella dichiarazione rimane forse uno degli atti più importanti della generazione di Nyerere, Senghor, Nkrumah e la cui valenza andrebbe misurata non solo per quanto ha influito nella storia del continente, ma in termini assoluti. 

Certo l'Africa ha conosciuto guerre e genocidi terribili, e tuttavia è lecito pensare che la messa in discussione anche dei confini ne avrebbe ulteriormente aumentata la carica distruttiva. 

Ma proviamo a pensare quali sarebbero stati gli effetti di una dichiarazione "del Cairo" in salsa europea in questi ultimi 20 anni... 

Basta andare indietro di poche ore per trovare come a sostegno della decisione di tenere il referendum in Crimea la Russia abbia portato ad esempio la vicenda del Kossovo e gli aspetti di carattere linguistico ed etnico che stanno dietro al suo epilogo. 

E poi ci sono le piccole patrie, i popoli rimasti a cavallo delle frontiere, i nipoti di migrazioni antiche e deportazioni recenti. Non so se sia solo una uscita flokloristica quella di un leader della minoranza albanese di una regione del sud della Serbia, che all'annuncio del referendum in Crimea ha rivendicato un referendum per la autoderminazione di quella piccola regione. 

In conclusione mi vengono in mente le considerazioni amare di una sindacalista kosovara incontrata un anno fa, che raccontandomi delle riunioni che fanno con i sindacati balcanici, ci ha tenuto a dirmi subito come tutti, serbi, croati, montenegrini, macedoni, bosniaki, kosovari e c. ci tengono a rimarcare la tragedia della guerra che li ha visti contrapposti. 

La loro constatazione è che se non si fossero sparati addosso per un decennio magari oggi sarebbero tutti parte della unione euoropea, e con un peso sicuramente maggiore di quello dei singoli disastrati paesi. 

Storia maestra ma con pessimi scolari.

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